Domenica 9 luglio ho assistito a un momento emozionante: l’apposizione dello Scudo Blu come contrassegno per il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane. Forse non tutti sanno di cosa si tratta, e qualcuno si chiederà cosa collega la Valle Camonica alla Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza. Lo Scudo Blu nasce dopo la Seconda Guerra Mondiale; una volta maturata l’amara consapevolezza della vastità del patrimonio culturale andato distrutto durante il conflitto, entrò in vigore nel 1954 la Convenzione dell’Aja, firmata da 27 Stati, per individuare e tutelare i ‘beni, mobili o immobili, di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli’. Il segno identificativo della tutela sarà uno scudo, bianco e blu, da apporre a siti storici, artistici, archeologici, musei, opere d’arte, patrimonio librario e scientifico, qualsiasi ne sia la proprietà. Nata come azione preventiva, associata, nelle migliori intenzioni, anche alla formazione dei militari e dei civili, per renderli parte attiva nella protezione del patrimonio, questa pratica è più diffusa in altri Stati che in Italia.
Ora, chiunque abbia anche solo varcato la soglia della Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza capisce che si trova in un luogo prezioso, dal valore inestimabile e dalla funzione civile e sociale indispensabile. Occhio non vede, cuore non duole, recita un detto di saggezza popolare, e per la cultura questa frase è un triste mantra: quello che non si vede, che non si concede allo sguardo vorace, non arriva sui social tramite Instagram, non ha una diffusione e una notorietà quantitativamente elevata, pare non meritare dignità di riconoscimento, innescando una spirale micidiale: se non è per molti ma per pochi non riguarda la collettività. In questo modo non si promuove il fatto che si tratti di un’istituzione che consente di godere di un servizio insostituibile e che corona, con un livello di qualità altissimo, i principi fondamentali della Costituzione: la solidarietà (art. 2), la pari dignità (art. 3), il diritto al lavoro e il dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 5), infine la promozione dello sviluppo della cultura e della conoscenza scientifica e tecnica (art. 9).
È infatti da una visione escludente della cultura che deriva quello che viene chiamato abilismo, e il conseguente ablesplaining, ovvero la diffusione sistematica di un pensiero dominante che plasma la relazione con i pubblici sulla base del canone dell’essere umano perfetto: un superuomo – o una superdonna – che non si stanca, che ha una discreta forza muscolare, non si siede, non mangia, ha una visione da pilota di caccia militari e nessuna esigenza o rivendicazione. Sedie, porte che si aprano con facilità, testi leggibili senza fatica e comprensibili senza frustrazione, possibilità di esplorazione tattile, video guide in LIS, accessi facilitati senza scale – non solo per chi ha difficoltà motorie, ma anche per i passeggini – tutto questo viene letto come una generosa concessione, non dovuta. Quando si trovano questi servizi, sono spesso accompagnati e pubblicizzati con frasi accompagnatorie del tipo “pensate, facciamo anche questo”.
Ecco, allora, che un luogo come la “BIC” di Monza meriterebbe lo scudo blu del patrimonio dell’umanità da proteggere, e questo anche se non tutti lo frequentano, anche se molti ne ignorano l’esistenza, mentre sarebbe un luogo da frequentare e visitare per tutti, per aprirsi alla visione di un Paese e di una società in grado di creare servizi efficienti e con standard elevati a disposizione della collettività, perché la cecità non è poco diffusa, e l’innalzarsi dell’età rende sempre più numerose le persone ipovedenti. Chi utilizza la “BIC” di Monza? Certamente l’utenza privilegiata è quella di persone cieche e ipovedenti, di tutte le età, bambini, adulti e anziani che in questo luogo trovano un paradiso di accessibilità e conoscenza: dai libri di testo agli spartiti musicali, di testi scolastici alle riviste, il tutto non circoscritto alla lingua italiana, ma esteso anche al patrimonio librario in lingua straniera. In secondo livello ci sono i tiflologi, che studiano le condizioni di vita delle persone cieche e ipovedenti, supportandole, con una particolare attenzione ai problemi educativi relativi al loro inserimento nella vita sociale e del lavoro.
Certo, verrebbe da chiedersi come mai un centro nazionale, se non europeo, di simile importanza si trovi a Monza; la storia di questa biblioteca è molto tormentata, e deve la sua origine alla Regina Margherita di Savoia, che ebbe sempre una particolare attenzione per le condizioni delle persone cieche alla fine dell’Ottocento, sia a Roma che a Firenze, dove fece realizzare la prima biblioteca per le persone cieche. Da questo impulso prese le mosse l’Unione Italiana Ciechi che fondò nel 1928 a Genova la Biblioteca per i Ciechi Regina Margherita, che poi si trasferì a Milano, dove ebbe sede stabile fino al 1943. I timori di una possibile distruzione, visto che Milano era bersaglio costante di bombardamenti, spinsero a ricollocare il patrimonio librario nella vicina Monza, presso la Villa Reale, e da lì, ultimo “trasloco”, si passò all’edificio odierno, più rispondente agli standard di funzionalità.
Per questo, per l’immensa dotazione di materiale di ogni forma e tematica, la BIC di Monza meriterebbe lo scudo blu. Forse l’esempio più vicino, andando a saccheggiare l’antichità, è quello della Biblioteca d’Alessandria, che si arricchiva attraverso acquisti e confische, oppure gli scriptoria medievali, che conservarono il sapere attraverso la continua copia di manoscritti, impedendo la dispersione di testi preziosi. Le prime trascrizioni della Biblioteca, infatti, sono state svolte in Braille da copisti che svolgevano manualmente il lavoro, mentre l’avvento dei computer e delle nuove tecnologie ha semplificato queste complesse e lente operazioni, aprendo la biblioteca a un ventaglio di servizi molto più ampio. Si va dall’offerta “tailor made”, sartoriale, ovvero la possibilità di chiedere la trascrizione – gratuita, come tutti i servizi – di un testo scelto dall’utente, così come di un libro adottato dalla propria scuola. Le trascrizioni, oggi, sono passate dal Braille alla sintetizzazione vocale, che consente una fruizione più facilitata, o alla trascrizione in caratteri di dimensioni personalizzate, adatti alle necessità mutevoli delle persone, inoltre molti libri sono stati affidati alle voci di lettori e lettrici esperti, andando a incontrare il favore dell’utenza, giustamente esigente.
Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
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Poetica, suggestiva, quasi titanica a vedersi, è la pila di valigie che vengono utilizzate per la spedizione a domicilio delle richieste di prestito
E la musica? Ovviamente non manca, anzi negli ultimi anni c’è stata una vera e propria impennata di richieste e sono proprio musicisti non vedenti che si occupano, con una perfezionata competenza, a trasporre gli spartiti in Braille. Scriptorium, quindi: questo è la Biblioteca “Regina Margherita”, un contro di fruizione e un luogo di impiego e formazione, con una tipografia interna e una rete di collaborazioni che rappresentano un unicum nel loro genere.
Poetica, suggestiva, quasi titanica a vedersi, è la pila di valigie che vengono utilizzate per la spedizione a domicilio delle richieste di prestito. Un libro trascritto occupa pagine e spazio decisamente maggiori di quello che definiamo un “tascabile”, è oggetto prezioso, da trattare con cura, a volte esemplare unico e così, nel mondo delle informazioni che viaggiano in rete, impalpabili e intoccabili, l’oggetto fisico, che chiede il contatto e non la vista, rivendica la propria indispensabilità. Le valigie, che sono un invito al viaggio, possono essere anche la metafora dell’anima della Biblioteca, un’anima curiosa, che cerca relazioni, che ama essere vista e farsi vedere, al Salone Internazionale del Libro, in altre occasioni editoriali di prestigio, nelle giornate del FAI, mettendo in luce quanto la cecità non significhi isolamento e esclusione.
Ho appreso tutto questo quando ho visitato questo luogo, a luglio, con Giuseppina Di Gangi, Direttore della Cappella Espiatoria di Monza, per costruire nuovi ponti con le istituzioni chiave della città. Ad accoglierci è stato, con premura, cordialità e gentilezza, Nicola Stilla, vicepresidente, che ci ha accompagnato alla scoperta del luogo, della sua centralità e dei suoi spazi.
Ne sono uscita con l’immagine poetica e struggente di Jorge Luis Borges, che scrisse, commentando con ironia la coincidenza tra la sopraggiunta cecità e l’incarico di Direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires: “A poco a poco compresi la strana ironia dei fatti. Mi ero sempre immaginato il Paradiso sotto forma di una biblioteca. […] Comprovai che a malapena ero in grado di decifrare i frontespizi e i dorsi dei libri. Allora scrissi la Poesia dei doni: «Nessuno umili a lagrima o a rimbrotto / la confessione della maestria / di Dio, che con magnifica ironia / mi dette insieme i volumi e la notte». Questi due doni in contraddizione tra loro: i tanti libri e la notte, l’impossibilità di leggerli”¹. Ecco, nella Biblioteca italiana per i Ciechi “Regina Margherita” di Monza tra i libri e la notte non c’è nessuna battaglia: l’esistenza di questo luogo fa sì che nessun testo sia secretato o inaccessibile, e che parole e musica trovino una strada per garantire il diritto alla cultura.
Note
¹ J.L. Borges, La cecità. L’incubo, Mimesis Edizioni, Milano, 2012, p. 19.
Foto di Wesley Tingey su Unsplash