Questo articolo è il secondo di una serie di sei in cui raccontiamo Game Ground, il festival nato a Bolzano nel 2021 per esplorare il videogioco come spazio culturale, creativo e sociale aperto a tutti: gamer esperti, neofiti, artisti, sviluppatori, educatori, curiosi. Il primo articolo si legge qui.
In questi articoli, cerchiamo di indagare il linguaggio e la pratica del videogioco, il suo impatto sulla società, il ruolo delle amministrazioni e delle associazioni nel costruire attraverso il gioco occasioni di incontro e sperimentazione.
Il palco è illuminato di luci blu e rosse, che si alternano a ritmo di musica. Al centro, due giovani ballerini si tengono per mano. Lei indossa un cappello da marinaio, lui una camicia con le maniche arrotolate e le bretelle. Mentre fanno piroette e acrobazie, dietro di loro un gruppo di ragazzi e ragazze in costume li segue con una coreografia concentrica. È una delle esibizioni del Festival Studentesco, la più grande manifestazione giovanile dell’Alto Adige, organizzata dall’associazione Artist Club. Dagli anni Cinquanta del Novecento a oggi, il Festival ha coinvolto a Bolzano migliaia di studenti delle superiori, creando un contesto di partecipazione e riconoscimento delle passioni che ha lasciato tracce profonde nella città. Per esempio, l’associazione BeYoung e le sue attività, come il festival di videogiochi Game Ground, fino ai concerti dell’Indiependence, prendono ispirazione da questo modello, che si basa su alcuni capisaldi: valorizzazione della creatività, dialogo transgenerazionale, ascolto delle nuove generazioni.
Per capire com’è nato tutto questo, facciamo un passo indietro e torniamo alla Bolzano del Dopoguerra. Siamo nel 1951, in città si inizia a respirare l’aria di novità che porterà al boom economico. Per la prima volta, gli studenti delle superiori decidono di organizzarsi e dal basso danno vita alla prima edizione del Festival Studentesco, completamente autogestita: le scuole possono gareggiare in diverse categorie artistiche, e accumulare punti. Le esibizioni avvengono in serate di spettacoli e competizioni aperte alla città, dove ciascuno può mettersi in gioco con il suo talento. Un’iniziativa avanguardistica, che riesce a proseguire ogni primavera per diciassette anni, fino a quando le proteste studentesche legate al movimento del Sessantotto interrompono quella che ormai era una tradizione della città. “Il problema era che mancava una struttura permanente che organizzasse la manifestazione”, spiega Paolo Brasola dell’associazione Artist Club, che nel 1990 ha partecipato come studente alla prima edizione contemporanea del Festival, dopo una pausa che era durata più di vent’anni. “Per mettere in piedi un evento così grosso serve pianificazione, competenze, impegno, e c’è bisogno di continuità tra un anno e l’altro”.
Nel 1990, così, gli studenti si riorganizzano. Per ripartire, la Provincia mette a disposizione il Palasport di Bolzano, che ai tempi aveva una struttura molto diversa da quella di oggi. “Era solo una gradinata con il palco messo di traverso”, racconta Brasola. “Non ci aspettavamo una grande partecipazione, e invece già dal primo anno aderirono alcune centinaia di studenti”. La vera particolarità del Festival, che lo rende attraente ancora oggi nonostante il passare degli anni, è che non si tratta di una manifestazione per i giovani, ma dei giovani: tutto quello che gli studenti rappresentano sul palco deriva esclusivamente dalla loro creatività.
"Non ci accorgevamo delle responsabilità che ci stavamo prendendo"
Già dall’autunno, i gruppi iniziano a organizzarsi per costruire lo spettacolo. Questo li aiuta a sviluppare molte capacità: persone con età diverse e background diversi lavorano insieme e si sperimentano in ambiti nuovi. “A metà degli anni Novanta, alcuni ragazzi che avevano partecipato alle edizioni passate – tra cui io – sono entrati nell’associazione Artist Club, e quindi nell’organizzazione del Festival”, spiega Brasola. “Non ci accorgevamo delle responsabilità che ci stavamo prendendo: avevamo a che fare con contratti, accordi con la pubblica amministrazione, bilanci da far quadrare. A un certo punto siamo passati dal ‘fare senza pensare’ a strutturare la manifestazione e l’associazione quasi come se fosse una piccola azienda. Dovevamo crescere come numero, e provare ad avere un po’ di ricambio generazionale”.
Con il tempo, l’associazione Artist Club ha cercato di coinvolgere persone di ogni età, dando spazio a nuove idee e affiancandole a un’esperienza ormai consolidata. “Il nostro socio più anziano è del 1948, il più giovane è del 2005”, sorride Brasola. “È interessante lo scambio che si crea tra persone di età così diverse: c’è un continuo confronto, l’arricchimento è reciproco”.
Oggi il Festival è giunto alla sua 56esima edizione, e ogni anno coinvolge quasi 800 studenti e studentesse di Bolzano e provincia. Le competizioni spaziano dalle discipline classiche – danza, teatro, musical, cantanti solisti, band musicali – alla cinematografia, dai Giochi Senza Frontiere ai Videogiochi Senza Frontiere, per arrivare alle finali che si tengono tradizionalmente nel weekend prima di Pasqua al Palasport di Bolzano. “In media abbiamo un pubblico di 3mila persone entrambe le serate, più tutti quelli che assistono agli altri eventi”, racconta Brasola. “Visto il successo che stiamo riscontrando, abbiamo provato a esportare il modello anche in altre città, ma non è semplice: i costi sono alti e servono molte energie per far sì che tutto funzioni. A Bolzano il Festival sta in piedi grazie a tante persone che dedicano sforzi, ore, giornate intere, per far sì che la manifestazione riesca al meglio”.
Il Festival è stata la scintilla che ha spronato tanti giovani a partecipare e ha permesso a molte altre realtà di germogliare. Tra queste c’è BeYoung, associazione nata nel 2020, che in città organizza il festival dei videogame Game Ground e il festival di musica Indiependence, e gestisce lo spazio di coworking e creatività DrinBZ. “Dal punto di vista associativo, c’era un vuoto per la fascia di età post diploma”, spiega Alessandro Tacchetti, 29 anni, che ha fatto parte dell’organizzazione del Festival studentesco e che ora è nel direttivo di BeYoung. “Quando i ragazzi finiscono le superiori, come possono continuare a partecipare? L’associazione BeYoung nasce proprio per riempire questo vuoto, valorizzare le competenze acquisite e aiutare i giovani a mettere a terra le proprie idee”.
“Mettiamo a disposizione la nostra esperienza,
l’unica vera moneta di scambio che abbiamo”
In questo processo, il contesto di Bolzano è particolare. “La maggior parte dei bolzanini giovani non vede l’ora di andare via, sia perché si tratta di una realtà piccola, sia perché vogliono fare esperienza lontano da casa”, racconta Tacchetti. “Si sente spesso dire che a Bolzano non c’è nulla da fare ma, invece di scappare, io ho voluto contribuire. E, come me, tanti altri giovani che si impegnano per portare nuove idee in città. In un contesto ristretto, i talenti emergono più facilmente: se hai veramente voglia di metterti in gioco, qui puoi farlo, il territorio è ricettivo”. L’associazione BeYoung intercetta queste energie e funge da incubatore di idee. “Non siamo noi ad andare dai nostri soci con richieste specifiche, piuttosto ascoltiamo le loro proposte”, spiega Tacchetti. “Cerchiamo di non snaturare mai le idee che ci arrivano, ma mettiamo a disposizione la nostra esperienza, l’unica vera moneta di scambio che abbiamo”.
Tra i giovani che da poco sono entrati dentro BeYoung c’è Samy Midoun, 16 anni, che nel 2023 ha presentato il suo primo cortometraggio al Festival Studentesco. “Mi sono rivolto a BeYoung presentando le mie idee, i miei progetti, e incredibilmente sono piaciuti”, racconta Samy. “Mi piacerebbe diventare un regista o un produttore, sto sperimentando. A Bolzano, una persona che ha delle potenzialità può trovare degli strumenti per evolvere: certo, bisogna avere la voglia di arrivare fino in fondo”.
Samy, che è nato in Italia da una famiglia di origine marocchina, oggi frequenta l’Istituto tecnico tecnologico Rainerum. Ha sempre avuto la passione per il cinema: a 14 anni ha scritto il suo primo corto, “Too close to see”, e a 15 l’ha realizzato in occasione del Festival. “La storia riprende la mitologia dei Krampus, esseri demoniaci alti due metri, con pellicce, grandi corna e volti spaventosi”, spiega Samy. “I Krampus hanno un’estetica molto forte, che poteva essere traghettata nel cinema: alla prova dei fatti la commistione funziona benissimo, soprattutto dal punto di vista della fotografia”. Dopo questo primo esperimento, Samy ha realizzato un secondo corto, “Hz-220”, un thriller esistenziale che ha come protagonista proprio un ragazzo della sua età. “Tutti i miei corti sono girati con attori amatoriali e giovanissimi, ho dovuto imparare e insegnare allo stesso tempo”, continua Samy. “In entrambi i corti, io mi sono occupato di tutti gli aspetti: la scrittura, la regia, la produzione, l’attrezzatura, le location, i costumi. Non è facile, ma ho imparato moltissimo”.
Una volta entrato nell’associazione BeYoung, Samy ha messo in gioco le sue capacità e ha preso parte attivamente anche al festival Game Ground, dove ha avuto l’opportunità di intervistare sul palco lo Youtuber LolloLacustre, che ha più di un milione di follower. “La sua storia mi ha ispirato, in modo semplice”, dice Samy. “LolloLacustre ha avuto un percorso molto lineare, nulla di straordinario, con l’unica differenza di essere stato costante nel perseguire i suoi obiettivi, senza mai fermarsi”. Anche Samy vorrebbe continuare a realizzare i suoi cortometraggi, mettere insieme un buon curriculum per presentarsi ai festival, e così ottenere finanziamenti per investire a sua volta sui giovani della sua città. “Sarebbe un bel modo di annaffiare la pianta della futura scena del cinema”, conclude. “L’arte serve anche per far sentire la voce delle nuove generazioni”.
Foto di copertina di Anna Malench per Festival Studentesco - Artist Club