Martedì 06 maggio 2025
Il mio sangue è prezioso
 
Un estratto da Femminismo Bastardo di Marìa Galindo
Scritto da: Marìa Galindo

Femminismo Bastardo (Mimesis, 2024, traduzione di Roberta Granelli) è un saggio dell'attivista e scrittrice boliviana Marìa Galindo. Esce nella collana Selene, curata da Ippolita, un gruppo di ricerca indipendente e interdisciplinare i cui testi si diffondono dalle comunità hacker alle aule universitarie. Ringraziamo l’autrice, l’editore e Ippolita per la disponibilità.

Nel libro di Galindo sono passate in rassegna le questioni fondamentali del femminismo dalla sua prospettiva anarchica e decoloniale posizionandosi fuori da qualsiasi binarismo, sia quello di genere, quello tra Stato e popolazione indigena o quello tra vittima e carnefice.


Il mio sangue è prezioso


Non ci importa l’identità come carta per la cittadinanza.

Non ci importa l’identità come quota dentro il sistema.

Non ci importa l’identità come spazio di rivendicazione di diritti.

Non ci importa l’identità come spazio di potere e nemmeno di “narrativa del potere” e ci burliamo dell’empowerment.

Non ci interessa l’identità come additamento della diversità che nutre il neoliberalismo nell’abbellire i suoi errori.

Non ci importa l’identità come senso di appartenenza, né di obbedienza. Qualsiasi identità può essere inghiottita e assorbita dalla normativizzazione, dal disciplinamento e dalla logica del sistema, qualsiasi dissidenza può essere riassorbita, ricondotta, risistemata e consumata.

Non importa quale è il tuo punto di partenza per questa:

l’età, il sesso, il colore della pelle, il luogo geografico di nascita, le tue scelte rispetto al piacere, la tua origine culturale, il tuo lavoro, i tuoi vestiti, non importa.


Ognuna di queste differenze che contengono identità può nutrire il sistema stesso e rafforzarlo, può costruire una protesi del sistema ai fini di potenziarlo, attraverso un miraggio di libertà, attraverso auspici di incorporazione e inclusione sociopolitica.


L’inclusione non è altro che un processo di banalizzazione dell’identità, di riduzione dei suoi contenuti al minimo, è un processo di svuotamento e sostituzione degli orizzonti propri, chimerici e utopici con orizzonti prestati, possibili e di uguaglianza.


Ai nostri occhi, la dissidenza dal sistema non è nella sessualità, nel piacere o nel sesso, la dissidenza dal sistema non è nel colore della pelle o nell’origine culturale in sé e per sé e a priori.


Non è essere indio un’alternativa all’essere bianco,

né essere donna è un’alternativa all’essere uomo,

non è essere transessuale un’alternativa a essere uomo,

né essere frocio o lesbica è un’alternativa a essere eterosessuale.


Perché tutti questi luoghi identitari sono stati presi in considerazione, burocratizzati, classificati e ordinati e addirittura costituiti in maniera perversa per poter mettersi in fila nel loro processo di incorporazione e annichilimento.


In altre parole, le possibilità che ciò succeda sono moltissime, sono costanti e sono date in anticipo, non necessariamente partendo da una pratica persecutoria (come invece supponiamo o immaginiamo molto spesso) ma da una pratica routinaria e sottile.


Per questo l’identità vissuta, vista, sentita o pretesa come blocco, come unità sociale, come luogo di contestazione sociale inequivocabile, come appartenenza rigida e ineluttabile non è altro che un ingranaggio in più delle tantissime forme di dominio. Vista così, l’identità è anche una forma di riedizione dei mandati di raggruppamento tra identici, attorno a un padre in quanto potere che dispone e ordina.


L’identità non è nemmeno un campo di legittimità politica a priori.


Penso alle mie amiche las indias, penso alle sorelle aymaras o quechuas o di qualsiasi altra cultura la cui disobbedienza culturale ha significato la sottrazione violenta del luogo di appartenenza; penso nei mandati di maternità e di servitù che pesano su di loro, mandati impossibili da separare dall’affermazione culturale. Infatti ogni volta che una di loro nomina sé stessa come india si nomina e allo stesso tempo si dice come “ubbidiente a un mandato”.


Penso agli spazi GLBT così costituiti dalla norma eterosessuale e diventati dei sacchetti identitari indifferenziati e amorfi dove ci sta dentro tutto. Sono il luogo dove si impone la costituzione dell’identità da un punto di vista liberale rispetto al piacere che divide il campo da gioco tra eterosessuali e “altri”. Queste pratiche sessuali, che includono relazioni di violenza e sottomissione che le donne e le donne lesbiche conoscono perfettamente e che sono parte, in molti casi, del nostro processo di socializzazione, che sono parte della nostra memoria remota e che abbiamo conosciuto nel seno della famiglia nucleare patriarcale, a oggi non le riconosciamo come alternative o trasgressive, ma come violente, distruttive o annichilenti. Lo stupro e l’incesto non sono giochi di ruolo intercambiabili e nemmeno giochi estetici di genere, sono forme ancestrali di violenza contro di noi, le donne.

Non c’è identità che mi abbia offerto rifugio né accoglienza


Il nucleo GLBT è uno spazio identitario dove noi lesbiche abbiamo smarrito la memoria delle nostre lotte, la nostra parola, il nostro orizzonte, il legame con altre donne e financo la consapevolezza dei nostri corpi e del desiderio lesbico come costitutivo di un disprezzo verso il patriarcato, fondamentale e imperdonabile.


Non c’è identità che mi abbia offerto rifugio né accoglienza, perché non c’è identità che mi abbia considerata, in ultima istanza, pura e degna di appartenenza. Per questo motivo assumo felicemente la prospettiva da “fuori”.


Scappo fuori,

verso il fuori,

alle intemperie,

in strada,

alla vulnerabilità completa.


Mi posiziono al di fuori dei mandati e dei codici di convivenza e di obbedienza. Io opto per infastidire in tutti gli spazi.


Trascendere l’affermazione dell’identità e riconoscermi impura, imperfetta, sradicata, svincolata, contraddittoria e complessa. Posso riconoscermi – non appartenente – e rompere il mutismo e il silenzio, parlando una lingua inedita.


Indias, puttane e lesbiche assieme in rivolta e in hermandad. L’identità come frammento e spazio di costruzione delle relazioni insolite.


L’identità ci importa nella misura in cui è spazio per creare disordine sociale, disordine affettivo, disordinare i turni, le priorità e i privilegi.


Ci importa per disfarla, rifarla e reinventarla.


Rifiutiamo l’autoaffermazione egocentrica, reiterativa, vittimista e rutinaria della differenza, partiamo dalla certezza che nessuno spazio assegnato né inclusivo, né esclusivo, né escludente, né separatista, è un terreno di lotta e di contestazione sociale. Per questo costruiamo e inventiamo uno spazio nostro, non prestato dall’ordine sociale, uno spazio che sia esercizio sovversivo, che sia artigianale e non accademico, che sia una pratica sociale e parola contemporaneamente.


Uno spazio capace di disordinare le relazioni sociali e le loro gerarchie, non costituendosi là, lontano, in un’isola della fantasia o in un’aula accademica, ma che si installa al centro delle relazioni sociali, al centro dei mercati, della televisione, delle pareti delle strade e del pettegolezzo della gente.


È lo spazio delle relazioni insolite e costruite non a partire dall’identità ma dalla ribellione e dal disprezzo dell’appartenenza.


Uno spazio di disobbedienti,

di impazzite,

di ribelli.


Spazio eterogeneo che non esprime la somma delle varietà, spazio eterogeneo che non è la somma delle diversità come in un supermercato, ma che invece esprime forme di relazionarsi proibite e insolite.

Forme di hermandad e complicità. Donne in hermandad, donne che si costituiscono le une alle altre come interlocutrici, attrici, rivoltose, reinventrici di tutti i significati, dei significati del colore della pelle, del corpo e del desiderio.


Spazio di hermandad non con l’altra “uguale” ma con l’altra diversa. Spazio sempre incompleto dove l’identità è destinata a essere solamente un frammento di…


Spazio che ci esige la costruzione di coreografie e geografie nostre, che rendano il nostro relazionarsi possibile, per toccarci e capirci, per volerci bene e solidarizzarci e per superare i limiti le une delle altre, in un processo di costruzione di sovranità incancellabile.


Coreografia delle une a fianco alle altre,

delle une con le altre.

Coreografia di tutte o di nessuna,

senza fila, né turni di ciò che è accettabile.

La creatività è uno strumento di lotta
e il cambiamento sociale è un evento creativo

Coreografia di donne ricostruite, a partire dalla ribellione, in soggetto storico trasformatore e disordinato. 


Spazio di eterogeneità, allo stesso tempo spazio di celebrazione della differenza e di celebrazione dell’unità complessa di differenti. Celebrazione di un’unità indigesta, inesplicabile e incompleta.


Celebrazione delle storie personali e scelte esistenziali; augurio di cambiamento e augurio di utopia.


Spazio politico delle indias, puttane e delle lesbiche assieme, in rivolta e in hermandad.


Insieme per disobbedire ai mandati culturali.

Insieme per disobbedire ai privilegi e alle gerarchie.

Insieme per disobbedire ai mandati familiari.

Insieme nel riscrivere i nostri amori e poter essere sorella, amica e amante di chi voglio esserlo.

Insieme per disobbedire ai mandati religiosi, patriottici e militari.

Insieme in un’assemblea di voci dirette che non ammettono alcuna traduzione, intermediazione, interpretazione né rappresentazione.

Insieme per poter reinventarci e anche per poter sopravvivere.

Insieme, allo stesso tempo, come augurio di utopia e come compito urgente.


La creatività è uno strumento di lotta e il cambiamento sociale è un evento creativo


Questo spazio sociale aperto manualmente, questo spazio sociale del quale non siamo beneficiarie, né inquiline, questo spazio sociale che non è “quota rosa”, questo spazio sociale che non è una concessione antidiscriminatoria, né una discriminazione positiva, questo spazio sociale politico che non è il boccone prelibato di patriarchi né di partiti.


Questo spazio sociale del quale siamo sovrane, attrici e costruttrici quotidiane contiene una comprensione basilare ed elementare:


la creatività è uno strumento di lotta,

il cambiamento sociale è un evento creativo

e l’azione creativa è un’azione politica.


La comprensione colloca la nostra creatività e la nostra alleanza nel terreno della sovversione permanente, la comprensione colloca la nostra creatività e la nostra alleanza al centro delle relazioni sociali come una forza ribelle. La comprensione colloca la nostra creatività e la nostra alleanza come un’identità inventata, creata e ricreata e quindi imperfetta, incompleta e interpellante. Identità composta di alleanze insolite e proibite: indias, puttane e lesbiche insieme, in rivolta e in hermandad, disubbidendo ai limiti per riunire sogni e fatiche di chi non ha il permesso di poterlo fare e per costruire e ricostruire il soggetto politico storico trasformatore che è, per principio, incompleto, che è, per principio, strabordante di assenze.


Le assenze di chi è mortx lungo il cammino, le assenze di chi ha abbandonato la lotta perché si è stancatx lungo la strada, le assenze di chi sta attraversando una frontiera e non può venire, le assenze di tutte quelle persone che non siamo riuscite a interpellare né a sedurre.


Roberta Granelli, traduttrice italiana di "Femminismo Bastardo" (Mimesis, 2024), è dottoranda presso la UAM Azcapotzalco - México. Si dedica anche alla ricerca e alla traduzione di autrici, autorx e pratiche che, a causa del filtro coloniale, faticano a essere conosciute nel contesto italiano.

Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.