Lunedì 13 ottobre 2025
Editoria, filosofia, attivismo
 
Intervista al gruppo Ippolita
Scritto da: Gruppo Ippolita

Questo articolo è parte del secondo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione. 


Si legge qui, gratuitamente.

Ippolita è un gruppo di ricerca indipendente e interdisciplinare che dal 2004 si occupa di tecnologie digitali e filosofia della tecnica. Dialoga con soggetti molto diversi tra loro, dalle comunità hacker alle aule universitarie. Negli ultimi anni si è imposta sul panorama nazionale - oltre che per gli incontri e le attività didattiche - soprattutto per il suo lavoro editoriale con gli editori Mimesis (con le collane Selene e Postuman3) e Meltemi (con Culture Radicali). Ippolita ha tessuto dei fili tra autori e autrici di rilevanza internazionale che si muovono tra pratiche radicali e pensiero critico, spesso poco conosciuti o dimenticati in Italia: da Audre Lorde a Stacy Alaimo, passando per Cory Doctorow, Luciano Parinetto e Bernard Stiegler. Il gruppo di ricerca è divenuto un punto di riferimento per molti dei mondi dell’attivismo e della critica culturale, per questo abbiamo pensato di rivolgere ai suoi componenti tre domande sul senso del loro lavoro.


cheFare: Cosa vuol dire oggi fare editoria filosofica radicale nella prospettiva dell'attivismo culturale?


Ippolita: In una battuta, vuol dire fare libri che, tenendo insieme pratica e teoria, ci aiutano a vivere, a fare politica, a stare nello spazio pubblico e nel dibattito in modo attivo, con desiderio. Vuol dire lavorare con autorialità che scrivono col fuoco. D’altra parte, “attivismo culturale” è una formula che usiamo ma che non amiamo particolarmente, perché si presta a molte interpretazioni e a una certa ambiguità. Per noi significa soprattutto posizionamento, inserimento di elementi socialmente trasformativi in ambito culturale. Pensiamo che le nostre società, nonostante le conquiste dovute alle lotte sociali del passato, siano afflitte da gravi problemi: disuguaglianza sociale sistemica, discriminazioni razziali e sessuali e, in generale, una visione utilitaristica e antropocentrica del rapporto con l’altro da sé che porta dritto al disastro ecologico che stiamo vivendo e alla logica della sopraffazione e dello sfruttamento. 


Questi elementi sono talmente radicati nelle nostre società che prendono la forma di norme accettate e date per scontate, quando non considerate addirittura innate o naturali. Ecco, per noi ha senso parlare di “attivismo culturale” quando quello che facciamo (i testi, i libri, gli interventi, i laboratori) contribuisce a cambiare questi ambiti sociali. Non pensiamo che la nostra avventura editoriale rientri nel “canone” della filosofia ma certamente l’approccio radicale - nel senso di andare al cuore, alla radice delle questioni che sono per noi rilevanti - ci sembra il solo che abbia senso praticare.

O meglio, c’è filosofia e filosofia, e per noi ha legittimità una filosofia che non sia semplicemente disciplina accademica, ma piuttosto pratica di vita, ossia vita desiderante, vita non dissimulata. Per quanto riguarda l’editoria, ci sono molti modi per farla. Il peggiore è inseguire l’hype, le mode culturali, che sono effimere e superficiali per definizione e non portano ad altro che alla pubblicazione di testi che confermano e rinforzano lo status quo. Questa modalità è “terapia” della distrazione, strategia per non guardare in faccia le cose, soprattutto quando, apparentemente, tocca i temi più rilevanti. Pensiamo ai fenomeni di “washing”: si parla di transizione energetica senza menzionare né il consumo di materie prime, né l’estrattivismo, né la giustizia ecologica; si nomina il tema della parità di genere senza pronunciarsi sull’autodeterminazione dei corpi non conformi o sul “male gaze”, solo per fare due esempi tra i molti possibili.


cheFare: Qual è il senso di pubblicare testi di ecologia radicale di fronte al cambiamento climatico?

Ippolita: Buona domanda, potremmo anche chiederci: che senso ha la cultura di fronte alla tragedia? Dobbiamo imparare ad abitare la catastrofe perché la catastrofe è una condizione esistenziale. È un punto di vista sulla fragilità dal quale possiamo forse parlare e agire con coscienza, eliminando ogni ansia o senso di colpa.

Più che testi di ecologia in senso stretto, a noi interessa offrire visioni per riconoscere e mettere in discussione le dinamiche di sfruttamento e di dominio nelle quali siamo immerse, investigare il rapporto tra il capitale e gli esseri umani e non-umani, viventi e non-viventi.

Di fronte alla crisi climatica non si può rispondere soffiando sul fuoco dell’ecoansia

Diciamo “visioni” perché è attraverso queste aperture che si mostra quello che può essere. Non è una strada sicura ma quello che facciamo è contribuire a elaborare un orientamento per chi agisce in ottica trasformativa. Ci interessa molto il cosiddetto nuovo materialismo femminista, la riflessione antispecista e in generale quei testi che rimettono in discussione la prospettiva antropocentrica quale via privilegiata di comprensione dei fenomeni e del particolare momento che stiamo affrontando. Il binomio progresso-capitalismo ha condizionato la vita sul pianeta in modo devastante.

I danni che questo modello arreca agli ecosistemi hanno provocato il disastro ambientale nel quale viviamo – oltre che essere responsabile delle condizioni di vita miserevoli per miliardi di persone. Di fronte alla crisi climatica non si può rispondere soffiando sul fuoco dell’ecoansia ma cercando di comprendere come fare i conti con queste trasformazioni che ci riguardano, e quindi con le nostre fragilità. E la prima cosa da fare è comprendere la cause che hanno portato la nostra civiltà ad assumere l’antropocentrismo come un fatto naturale. Comprendendo le cause ci si può quindi allontanare da quella impostazione, cambiare postura, cominciare a pensare e agire in modo diverso, cioè agire il conflitto. Per noi questo è un processo di coscientizzazione che riguarda la capacità di stare nella mutazione (senza subirla passivamente).

cheFare: come si articola il vostro lavoro curatoriale attraverso diversi editori e collane?

Ippolita: Al momento stiamo curando tre collane. Culture Radicali, con l’editore Meltemi, è stata la prima, quella con cui abbiamo messo in pratica una serie di intuizioni su come fare editoria tenendo insieme fili diversi (le tecnologie, il transfemminismo, la decolonialità, la cultura queer). La cosa è andata bene e saremo sempre grati al nostro editore per aver reso possibile tutto questo. Di recente abbiamo aperto anche due altre collane, questa volta con Mimesis edizioni. Una è Postuman3 che ci permette un approfondimento sul nuovo materialismo e sulla tecnopolitica. L’altra è, appunto, Selene che è un po’ un esperimento ed è dedicata al cosiddetto attivismo spirituale (o attivismo magico), secondo la definizione che ne dà Gloria Anzaldua in Luce nell’oscurità.

Non a caso abbiamo preso in prestito le sue parole che si possono leggere a mo’ di esergo e spiegazione sulla prima pagina di ogni libro della collana: “Il mio lavoro non è soltanto interpretare o descrivere le realtà, ma crearle mediante il linguaggio e l’azione, i simboli e le immagini. Il mio compito è guidare chi legge e lasciarle lo spazio per co-creare, spesso in controtendenza alla cultura, alla famiglia, alle ingiunzioni dell’ego, contro la censura interiore ed esteriore, contro i dettami dei geni”. Fuori dal canone universitario occidentale, dominato da un mal compreso meccanicismo scientifico, esistono dei saperi altri che la cultura mainstream non è in grado o non vuole riconoscere. Ma se il sapere occidentale è il prodotto di un determinato rapporto di forze sociali e se è permeato di valori classisti, razzisti e maschilisti, cioè se è un sapere-potere, e se è corretto metterlo in discussione considerato ciò che ha prodotto per esempio in termini di distruzione di ecosistemi, allora sono proprio certi saperi “altri” che possono aiutarci a prendere le distanza da un modo irriflesso, sclerotizzato e nefasto di praticare il “nostro” sapere.

Detto in altri termini: esiste una forma di dominio che avviene sul piano simbolico; ci sono storie, media e informazioni che ci privano di potere. Ma si possono riscrivere! Si può fare "mito vivo" incarnando il desiderio di giustizia sociale, invitando a vedere noi stessi in modo diverso, a riconoscere le connessioni tra corpo e testo, attraverso le dimensioni intellettuali e fisiche della vita. Bisogna andare oltre la riluttanza di un certo attivismo ingenuamente materialista per accogliere lo spirituale. Non si tratta di un qualcosa di apolitico e astorico che rafforza lo status quo. L'obiettivo è creare dei collegamenti, stringere delle alleanze, e apportare cambiamenti nella cultura e nelle nostre vite. La scrittura (il mito, la fiction, il saggio) è già una forma di attivismo, un modo per costruire ponti, per realizzare un cambiamento materiale-spirituale.

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