Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Io vivo in una media città del sud Italia, in realtà neanche troppo media se si considera che l’hinterland porta Catania a un milione di abitanti. Una città metropolitana che ha disposto - e dispone tuttora - di copiose risorse per immaginarsi diversa nel futuro rispetto ad una quindicina di anni fa. Sono strane città, le nostre città del sud; città che provocano in chi le visita provenendo dal nord Italia un senso di confusione, a tratti una vertigine di esotismo. Caos pervasivo, rumori molesti, entropia dei trasporti, stato sociale sovvertito, criminalità di ogni misura e povertà di ogni risma sono però allegramente compensati da buon cibo a basso prezzo, tanto mare, un patrimonio culturale che Unesco ha l’imbarazzo della scelta, e una cordialità così abbondante che alle volte sembrerebbe quasi esuberante.
Città con copiose risorse, si diceva: basta qui snocciolare i vari PN (Programma Nazionale) Metro con i suoi 1,6 miliardi di euro nelle città del sud e delle isole, che ha conferito una disponibilità pari a 225 milioni di euro per ciascuna, tra cui Palermo, Messina e Catania; il programma Operativo FESR (in Sicilia 5,8 miliardi di euro per il 2021-2027); il Fondo Sociale Europeo (in Sicilia 1,5 miliardi per la Programmazione 2021-2027); e il PNRR (per la Sicilia 11,7 miliardi) e tanto altro. Insomma, c’è da fare indigestione. Eppure, la sensazione che si ha è che queste città stentino a cambiare, che rimangano più o meno sempre le stesse nella sostanza che le connota.
Sono città povere, le nostre: e non è solo una questione di reddito medio delle famiglie (28.500 euro per famiglia in Sicilia, contro una media nazionale di quasi 36mila: ISTAT 2022), ma di povertà diffusa e multiforme: dalla povertà abitativa a quella educativa, dalla povertà alimentare a quella culturale, dalla povertà relativa a quella assoluta, le nostre città del sud abitano saldamente la parte bassa delle classifiche di qualità della vita, ma soprattutto delle serie e affidabili classifiche ISTAT su Benessere Equo e Sostenibile (BES) e su “La situazione del Paese”. Perché queste città, malgrado le ingenti risorse di cui si diceva, perpetuano nelle loro condizioni di città profondamente diseguali.
Qui ci si potrebbe avventurare in due interpretazioni diverse, non per forza incompatibili tra loro.
Una interpretazione potrebbe riguardare un’attitudine culturale a lasciare lo status quo com’è: questo è il momento in cui normalmente si tira fuori il Gattopardo, in realtà più citato che letto. Resta il fatto che nelle nostre città esiste - e resiste - una forte propensione a curare più il “bello” osservabile che “l’utile” sociale, secondo una convinzione - suffragata da misteriosi dati ancora in attesa di essere onestamente discussi in sedi pubbliche - per la quale se facciamo bella la casa, gli ospiti verranno a frotte rendendoci ricchi, anche se dietro il cartongesso si annida la muffa più nera (mi si perdonerà l’abuso delle metafore, mi riferivo in sostanza al turismo culturale come supposta panacea di tutti i mali). Ecco, quella propensione oggi sembra dominare le scelte politiche e amministrative della rigenerazione qui da noi, e per noi che in queste città ci stiamo invecchiando, la sensazione che tutto permanga è molto forte.
L’altra afferisce a quella vecchia teoria, qualcuno direbbe “vetero-marxista”, dei territori del sud quali eserciti (industriali) di riserva per il perpetuarsi delle condizioni di rafforzamento del dominio capitalista, che necessita delle diseguaglianze per poter esistere e rigenerarsi (lui sì, felicemente), grazie alla permanenza di sacche diffuse di povertà da cui attingere manodopera disposta a farsi sfruttare, ma anche bacini di voti disperati pronti a vendersi in cambio di manciate di pasta, o più recentemente di briciole di varie tipologie di voucher, o brandelli di assegni di inclusione distribuiti con accurata selezione dai centri di assistenza fiscale, veri e propri presidi - del tutto privati e rigidamente controllati - di scampoli di welfare pubblico nelle nostre città del sud.
I progetti "cosmetici" permettono risultati rapidi, facilmente comunicabili e visibili nei tempi tattici della politica.
Sta di fatto che, quali che siano le cause, gli interventi di rigenerazione urbana in queste città raramente incidono in maniera radicale sulla povertà abitativa o su quella educativa, relegando le risposte a questi bisogni essenziali a interventi puntuali, circoscritti, spesso sottodimensionati e quindi purtroppo tendenzialmente irrilevanti.
Ma allora perché nelle città del Sud Italia, dove le disuguaglianze sociali ed economiche sono spesso estreme, le politiche urbane non prevedono diffusamente interventi profondi, inclusivi, radicalmente trasformativi? Sembrano prevalere invece scelte che si concentrano su ciò che è più immediatamente visibile, osservabile: piazze rinnovate, marciapiedi rifatti, pedonalizzazioni nelle zone centrali, eventi culturali, installazioni temporanee. Questi interventi, seppur legittimi in sé, sono destinati a rimanere superficiali quando non sono accompagnati da azioni strutturali in grado di incidere drasticamente sulla qualità della vita di chi abita le città, mentre permangono i rapporti sociali che sono all’origine di quelle diseguaglianze.
I progetti "cosmetici" permettono risultati rapidi, facilmente comunicabili e visibili nei tempi tattici della politica. Inoltre, richiedono un minor coordinamento amministrativo rispetto a interventi strategici più complessi, come quelli legati all'abitare, alla scuola o alla mobilità. In più, il turismo e il rilancio immobiliare sono spesso raccontati come traini economici, anche quando gli effetti di equa redistribuzione sono molto deboli, se non del tutto concentrati nelle mani di pochi imprenditori.
Rigenerare le città malate dovrebbe comportare, prima di tutto, una scelta di visione: non può trattarsi solo di tecnica e tattica, ma di politica e strategia. Dovrebbe significare decidere se si vuole cominciare ad agire sulle cause profonde delle diseguaglianze, oppure limitarsi a mitigarne gli effetti più visibili, o peggio ancora a nasconderli dietro decorose quinte scenografiche di città ipnotiche e ingannevoli. Rigenerare le città malate richiede tempo, ascolto, capacità di coinvolgimento attivo di chi le abita e volontà di tenere insieme le diverse anime di una città.
Le medie e grandi città del sud Italia avrebbero le risorse per avviare queste trasformazioni radicali, ma per farlo serve innanzitutto volerlo, e quindi programmarlo. L’assenza - o la presenza, se ci sarà - di queste due scelte in combinazione tra loro ci potrà dire molto di chi sta governando oggi i nostri territori, e portarci a fare le nostre, di scelte.
Foto di Carmen Laezza su Unsplash