Questo articolo è parte del secondo numero de LaRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
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Recentemente, ho partecipato a una tavola rotonda incentrata su Milano e il suo sviluppo insostenibile ed escludente. Durante la discussione, è emersa una provocazione significativa: “Ricordiamoci che nelle periferie si produce la trap, ma c’è anche la droga."
Questo ci invita a riflettere sulla relazione tra periferie, cultura e rigenerazione urbana, un tema ampiamente dibattuto ma troppo complesso da affrontare se non si chiarisce anzitutto il significato delle parole coinvolte. È quindi necessario precisare i termini del discorso, non per fornire definizioni rigide e definitive, ma per delineare alcuni contorni semantici utili al nostro ragionamento.
Cominciamo da periferia. Partiamo dal presupposto che, per avere una periferia, deve esistere un centro. A differenza del centro, che è unico, le periferie sono molteplici. A differenza dello spazio geometrico euclideo da cui il concetto di periferia è preso in prestito (dal latino "peripheria" - circonferenza), la periferia di un centro può diventare essa stessa un centro, il territorio urbanizzato è un continuum di centri, zone semi-centrali, periferie, margini, ecc. Sappiamo bene che le città cambiano e, a differenza dei diamanti, una periferia non è per sempre, né è periferia in assoluto: può essere vissuta come tale a seconda delle esperienze personali. Per rendere ancora più complessa la questione, non è sufficiente definire una certa distanza dal centro per definire una periferia. Solo per fare un esempio, a 4 km (in linea d’aria) da piazza del Duomo a Milano ci sono il Parco Trotter, il quartiere Giambellino, il Portello. Tre mondi completamente differenti, con traiettorie, progetti, storie e abitanti molto diversi: un parco pubblico che ospita una scuola multiculturale in un quartiere in rapida gentrificazione; un quartiere popolare di case di edilizia residenziale pubblica; una ex zona fieristica divenuta in parte centro residenziale di lusso.
Per ragionare su cos’è periferia, è utile anche ragionare su cosa sia centro, dal momento che le periferie sono ciò che è lontano e/o completamente differente da esso. Anche la definizione di centro è complessa e difficilmente metterà d’accordo chi legge, ma, indipendentemente da come lo si definisca, è utile identificare come centro delle nostre città le aree interessate da due fenomeni: turismo e valorizzazione immobiliare. Ad esempio, dai grandi eventi agli aperitivi, gli sguardi su Milano o Roma sono rivolti verso quelle zone dove ci si diverte o si può generare più valore. Possiamo cominciare a identificare le periferie, quindi, come quei luoghi dove non c’è turismo né si genera particolare valorizzazione immobiliare: le periferie sono insomma le aree urbane che non interessano, che non sono sulle mappe del capitale finanziario internazionale né delle classi medio-alte internazionali, i quartieri dove, per dirla con le parole del geografo marxista David Harvey, il capitale non si è (ancora) fissato. Si tratta di luoghi che non sono attraversati da flussi di turisti, ma che rimangono anche ai margini dei grandi eventi culturali, dei discorsi e, molto spesso, anche delle politiche sociali e urbane (Harvey 2018).
credo sia sufficiente indicare la cultura come quella sfera della società dove si producono modi di guardare il mondo
Lasciamo da parte per un attimo le periferie e parliamo di cultura. Qui il terreno è ancora più scivoloso e non mi addentrerò nella selva di definizioni della cultura offerte nell’ambito dell’antropologia, della sociologia, degli studi culturali e della filosofia. Ai fini di questo ragionamento, credo sia sufficiente indicare la cultura come quella sfera della società dove si producono modi di guardare il mondo, immaginari e significati condivisi. E dico "condivisi" perché la cultura è sempre contestuale, è espressione di un luogo e delle persone che lo abitano o lo attraversano. In termini concreti, mi riferisco a ogni tipo di manifestazione culturale con una dimensione pubblica proprio perché il tema della condivisione mi pare cruciale in questo ambito: spettacoli dal vivo, cinema, biblioteche o librerie, mostre; penso al locale con la musica dal vivo, ma anche ai rave, o ai workshop, ai laboratori aperti e condivisi; penso a tutte quelle produzioni incanalate nel digitale attraverso i social media, che costituiscono uno spazio sociale importante pari a quello fisico.
Il terreno della produzione culturale è anch'esso soggetto a processi simili a quelli che interessano i territori delle nostre città, con fenomeni di mercificazione molto forti e scarso interesse a produzioni “periferiche”. La cultura, nel sistema contemporaneo di mercato, è diventata un asset finanziario, con forti investimenti globali su pochi sistemi culturali scelti in base al ritorno d’investimento: i grandi eventi musicali, una manciata di artisti nell’arte contemporanea, moda e design. Se guardiamo anche solo all’arte contemporanea, questa è sempre più intesa non tanto come sfera in cui si costruisce una parte importante dei significati collettivi e del modo di guardare il mondo, ma viene concepita come un settore cruciale di atterraggio della finanza internazionale, che porta, tra le altre cose, a un radicale processo di concentrazione del potere (economico e culturale) e quindi a un altrettanto evidente processo di polarizzazione tra artisti, intermediari, venditori, compratori e così via.
È quello che abbiamo osservato dalla prospettiva dell’Osservatorio sull’arte contemporanea a Milano1, e cioè che l’ecosistema dell’arte contemporanea converge su due sottosistemi, distinti ma interconnessi: da un lato centri stabili e potenti, come le grandi fondazioni e le gallerie private, e dall'altro una serie di costellazioni di spazi indipendenti, meno potenti e con meno risorse economico-finanziarie. Le nostre ricerche evidenziano due punti: anzitutto che questi centri indipendenti sono una risorsa ricchissima di produzione artistica, con cui gli spazi più istituzionalizzati collaborano occasionalmente, ma in un rapporto spesso squilibrato; in secondo luogo che questi spazi entrano loro malgrado e a loro spese in un processo che potremmo chiamare, sulla scia dei lavori di Kern, gentrificazione della produzione culturale che si riverbera sulla città, sul valore della cultura che produce e sul valore del suo terreno (Kern 2022).
Ma la cultura è anche strumentalmente utilizzata per riposizionare le città nell’arena internazionale, ricostruirne l’immagine e, in sintesi, aumentare il valore del terreno. Nelle nostre città abbiamo infatti visto eventi culturali usati per attrarre turisti, musei e centri espositivi collocati strategicamente per rendere attraenti vecchi quartieri riqualificati o nuovi quartieri ricostruiti, eventi culturali diffusi per rilanciare centri urbani, e via dicendo, l’elenco può essere molto lungo.
Pensiamo, per esempio, a come è mutato lo spazio pubblico, inteso anche e soprattutto come lo spazio della sfera pubblica, sempre più utilizzato in maniera strumentale dalle forze economiche globali. Le piazze ricoperte da tavolini per il consumo, il Pont Neuf a Parigi utilizzato da Louis Vuitton per una sfilata e chiuso ai parigini, le strade e i palazzi pubblici occupati da eventi privati e così via. Non stiamo parlando di trasformazioni radicali o di usi dello spazio della città che ne sconvolgono in maniera definitiva la natura, anzi, a prima vista possono essere anche eventi o situazioni che rendono più fruibile e più interessante lo spazio urbano per una (spesso ristretta) categoria di persone che vivono la città, e sicuramente sono eventi che portano anche risorse alle casse della città, ma questo avviene a spese della natura intrinseca dello spazio urbano, che diventa selettivo e non più universale, elitario e non più democratico, privato e non più pubblico.
chi produce cultura nelle periferie spesso non ha nulla da perdere
Torniamo alle periferie e al connubio tra periferie e trap, lasciando fuori la droga, tema complesso che richiederebbe molto più spazio di quello che abbiamo a disposizione. Vorrei spendere invece due parole sulla trap, in quanto produzione culturale. La vasta letteratura sulla geografia della produzione musicale (si veda, ad esempio, il bel libro di Bottà sulla musica pop e i suoi legami con le città post industriali) sottolinea come spesso i luoghi ai margini dei centri siano terreni fertili per produzioni estremamente dirompenti, in grado anche di scardinare e strappare canoni e convenzioni culturali. Uno dei meccanismi cruciali di questa produzione, per lo meno nelle sue fasi generative ed embrionali, viene collegato al fatto che chi produce cultura nelle periferie spesso non ha nulla da perdere: non possiede molto, o ha poco da guadagnare e di conseguenza si muove in totale libertà, una libertà che si traduce in sperimentazione, in nuovi linguaggi, in nuove produzioni. Tuttavia, se vi è evidenza empirica che le produzioni culturali innovative tendono con più frequenza ad emergere in contesti marginali, vi è altrettanta evidenza che queste stesse produzioni vengano sottoposte al processo di mercificazione, di cooptazione e di estrazione del valore, che caratterizza il sistema economico contemporaneo e che abbiamo descritto più sopra con riferimento allo spazio urbano. Le produzioni culturali periferiche più innovative e più interessanti per il capitale, vengono incanalate in sistemi economici, portate al centro e impacchettate in prodotti commerciali da rivendere alle stesse periferie, in un processo di appropriazione del valore e dell’innovazione da parte del centro a spese della periferia, sradicando l’innovazione dal territorio che l’ha prodotta.
Ma a cosa serve la cultura nelle periferie? A generare nuove centralità, nel senso di cui abbiamo parlato più sopra, cioè spazi interessanti. E, quindi, la cultura è in grado di rendere interessanti le periferie. Basile Michel, geografo all’università CY Cergy di Parigi, parla di nuove centralità periferiche (Michel 2024), un concetto utile ed evocativo perché ci consente di guardare a flussi che atterranno sulle periferie lontani da quelli tipici del centro (quelli legati al grande capitale finanziario dei turisti e dei grattacieli), ma che si riferiscono più a un progressivo comparire delle periferie nelle mappe mentali delle persone come luoghi in cui avvengono cose e che vale la pena di frequentare. Aree urbane che grazie alla presenza di cultura condivisa diventano interessanti anche per persone che non necessariamente le abitano, che non necessariamente le conoscono bene, ma che cominciano a frequentarle e che in qualche modo se ne interessano. Le periferie si possono trasformare in luoghi attraversati e luoghi di cui ci si prende cura perché cambia anche la percezione delle periferie stesse. Non più periferie, trap e droga, ma quartieri dove succedono cose, aree urbane in cui andare, ma anche, e soprattutto, luoghi dove stare, non più i quartieri lontani o dai quali scappare.
Il secondo processo che vorrei evidenziare è strettamente connesso col primo e, in qualche modo, ne rappresenta il passaggio successivo. In estrema sintesi possiamo dire che la cultura ha la potenzialità di innescare un processo di rigenerazione urbana nelle periferie, nel momento in cui questi quartieri si riconnettono e si riallacciano alla città. La rigenerazione urbana su base culturale è un processo che avviene di norma in maniera molto progressiva, con processi dal basso e dall’alto che si intrecciano ad altri meccanismi di trasformazione del quartiere. Come è stato detto molte volte (si veda in particolare il libro curato da Vicari e Moulaert del 2009), il nodo centrale è quello di creare una rigenerazione del tessuto urbano che ricuce le cesure tra la periferia e il resto della città creando una serie di scambi e movimenti tra aree della città. In altri termini, la rigenerazione urbana si crea nel momento in cui una periferia diventa parte integrante e integrata della città, attraverso l’attivazione delle risorse locali e la creazione di spazi per la vita collettiva in cui riallacciare i legami sociali, costruendo nuove opportunità per la valorizzazione delle diverse identità. È chiaro, quindi, che una vera rigenerazione urbana avviene solo se sono in primis gli abitanti a godere delle trasformazioni, e poi la città intera.
A questo punto sono necessarie alcune precisazioni, perché non possiamo permetterci uno sguardo ingenuo e celebrativo dei processi sociali, soprattutto rispetto a quelli che avvengono nelle nostre città, dato che lo spazio urbano rappresenta un forte richiamo da parte dei capitali finanziari internazionali.
Non basta qualche evento culturale per trasformare una periferia in un quartiere dall’alta qualità della vita, interessante e attrattivo. La cultura può e deve far parte di un processo di rigenerazione delle periferie che, tuttavia, deve avvenire all'interno di un contesto di trasformazione più ampio, portato avanti attraverso un set di politiche sociali costruite con attenzione, risorse necessarie e la volontà politica di cambiare le cose. La cultura è meravigliosa e indispensabile, così come lo sono le case, il lavoro, la salute, la sicurezza e le scuole.
In secondo luogo, è noto che nel momento in cui un luogo periferico diventa interessante compare il rischio di un processo di estrazione di valore, che spesso porta a fenomeni di gentrificazione. Non solo l'area diventa interessante per le persone e per gli abitanti ma lo diventa anche per il capitale, quello dei grattacieli e del turismo di cui parlavamo prima. Il capitale, soprattutto quello finanziario internazionale che è attratto dal valore delle città, non si prende cura delle persone, ma ha come obiettivo quello di estrarre e creare valore dai luoghi su cui atterra. Questo si traduce molto spesso in una dinamica di sostituzione degli abitanti: vengono espulsi quelli con poche risorse e vengono attratti residenti con molte risorse perché, nella logica del capitale, questi ultimi valgono di più e creano, di conseguenza, più valore. La sostituzione comincia dalle attività economiche, sociali e culturali. Il processo di gentrificazione è assai noto: i quartieri si trasformano, i prezzi aumentano e le persone con meno risorse non possono permettersi costi così elevati, lasciando il quartiere a nuove classi più abbienti, le case vengono ristrutturate o ricostruite e così via, in un processo che purtroppo ha caratterizzato gran parte della trasformazione avvenuta nelle nostre città.
Questo non significa però che per evitare il problema, cioè per contrastare la gentrificazione, dobbiamo astenerci dall’attivare processi di trasformazione; non significa che per evitare la gentrificazione dobbiamo avere quartieri degradati, con una bassa qualità della vita, poco interessanti e che non vogliamo frequentare: questa è una narrazione molto pericolosa perché ci fa anche pensare che l’unico strumento che abbiamo a disposizione per migliorare i quartieri delle nostre città sia la gentrificazione. Naturalmente non è così. Quello che si può fare è attivare un processo di rigenerazione nel senso presentato sopra e allo stesso tempo munirsi di anticorpi contro la gentrificazione.
Questi anticorpi sono noti ma difficili da attivare, se ne discute molto e in molte sedi, sia accademiche che legate all’attivismo e al city making. Tra i molti, vorrei citarne due che reputo essere i più importanti. Anzitutto, le alleanze: dobbiamo costruire reti e coalizioni con ogni soggetto possibile, umano e non umano. Ciò significa allearsi con la natura dei nostri luoghi, con associazioni di vario tipo, allearsi con la cultura locale, con il patrimonio storico e la memoria, con le attività economiche, con quelle del volontariato e così via. Aprirsi e attivarsi, muoversi insieme verso una direzione comune, attivare la propria agency nella costruzione e nella resistenza del quartiere.
Il secondo tipo di antidoto ha a che vedere invece col governo della città. Per contrastare la gentrificazione e per una rigenerazione della città abbiamo bisogno di un governo che sia al servizio della città stessa e, quindi, al servizio dei suoi abitanti. Un governo che sia disposto a farsi avanti prendendosi anche le sue responsabilità, e che sia capace di regolare l'economia, cioè di dare (o chiedere) delle regole che frenino l’estrazione di valore dalla città, che la mettano al servizio dei cittadini, e non del capitale; un governo capace e volenteroso di opporsi alla forza del capitale finanziario e che non consideri il centro come ambito dei turisti e dei grattacieli, ma che consideri tutta la città come una città dei suoi abitanti. Vissuta e abitata da tutte le persone, in tutti i luoghi.
Note:
¹ Bottà, G. (2020). Deindustrialisation And Popular Music. Rowman & Littlefield Publishers.
² Harvey, D. (2018). Geografie del dominio. Ombre Corte.
³ Kern, L. (2022). La gentrificazione è inevitabile e altre bugie. Treccani.
⁴ Michel, B. (2024). Arts and culture in the city: Peripheral centrality, cultural vitality, and urban change in inner suburbs. Cities, 150, 104983. https://doi.org/10.1016/J.CITIES.2024.104983
⁵ Vicari Haddock, S., & Moulaert, F. (2009). Rigenerare la città: pratiche di innovazione sociale nelle città europee. Il mulino.
Bibliografia
Basile, Michel. (2024). Arts and Culture in the City: Peripheral Centrality, Cultural Vitality, and Urban Change in Inner Suburbs. Cities, 150, 104983.
Bottà, Giacomo (2020). Deindustrialisation and Popular Music: Punk and ‘Post-Punk’ in Manchester, Düsseldorf, Torino and Tampere; Rowman & Littlefield Publishers
Kern, Leslie (2022). Gentrification Is Inevitable and Other Lies; Between the Lines.
Harvey, David (2018). Marx e La Follia Del Capitale; Feltrinelli Editore.
Haddock, S. V.; Moulaert (2009) F. Rigenerare La Città: Pratiche Di Innovazione Sociale Nelle Città Europee; Il mulino.