Venerdì 10 ottobre 2025
Arrivederci senso, benvenuta sensorialità
 
La nuova logica dei media digitali
Scritto da: Alberto Cossu

Questo articolo è parte del secondo numero de LaRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.

 
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Prologo

La cena si è svolta in un bistrot a Vesterbro, l’ex quartiere a luci rosse di Copenaghen. Ora è un quartiere gentrificato e trendy. Le placche all’ingresso informano che il ristorante è menzionato-ma-non-stellato dalla guida Michelin. Le posate, futuristiche, chiaramente ispirate a 2001: Odissea nello spazio. Allungate e poco funzionali, la loro leggerezza mi ha sorpreso quando ho assaggiato l'amuse-bouche: patate novelle e topinambur fritto, legati da una salsa erbacea e burrosa. Mi sono chiesto se qualcuno in cucina avesse registrato un video per il loro canale TikTok mentre affettava questa radice alla moda, magari con un microfono issato sul coltello per portarci dentro al suono della lama d’acciaio quando incontra il legno.

Il primo calice ci è stato servito da un cameriere preciso e informale. Seduti al tavolo, attorno a me, una selezione internazionale di dirigenti museali. Dapprima centrate sul futuro dell'arte, partenariati e collaborazioni, le conversazioni sono diventate più intime in correlazione diretta al vino assunto. L’ebbrezza rivela le cose nascoste. Deve essere per questo motivo che ho condiviso con loro le assurdità che popolano i miei feed digitali. Pulizia di tappeti luridi, apertura di focacce fumanti, miscelazione di palline colorate, barbieri turchi che massaggiano e radono con microfoni ipersensibili ai polsi. Contenuti più scandalosi della cronologia di YouPorn, perché sprovvisti di senso e apparente utilità. Non senza sorpresa, diversi dei miei commensali hanno rivelato di essere finiti nella stessa bolla. Alcuni la descrivevano con uno sciacqua-cervella, altri come esigenza irrinunciabile nella loro vita frenetica.

La mia ipotesi di ricerca sulla svolta sensoriale dei media digitali otteneva dunque nuove conferme empiriche. Una svolta inaugurata dai video brevi della piattaforma cinese TikTok, che sembra volere - e riuscire a - scalzare il dominio del testo, della dialettica e della razionalità che aveva segnato la prima fase dei social, tutta occidentale.

Ho preso il telefono e segnato alcune note di campo: ‘abbondanza estetica, materialità indulgente, corpi sapiosessuali che si nutrono di cibo raffinato su sedie di design progettate per una piacevole conversazione e una sana deglutizione’. Mi sono sentito fortunato a essere seduto a quel tavolo: ottimo cibo, chiacchiere brillanti. Eppure, sono stato colto dall’immagine mortifera di una società decadente, ignara della propria fine. Può darsi che indulgere nei piaceri del cibo e del vino e delle posate di design, così come immergersi nei video di persone che tagliano saponette e cucinano carne alla brace con foglie d’oro non sia altro che un modo per ignorare la fine, individuale e collettiva, che ci viene offerta dalle narrazioni apocalittiche.

Contenuti digitali progettati e serviti algoritmicamente come banchetti all you can eat per una ultima cena perenne. Eccomi allora trasportato all’interno di una versione terrestre dello yacht di Triangle of Sadness. L’economia esperienziale che domina da decenni si dematerializza prendendo forme cangianti e dopaminiche e che dopo il successo planetario di TikTok ha colonizzato tutte le piattaforme. Questa sembra essere la ricetta che induce novecento milioni di persone, me compreso, a trascorrere un’ora e mezza su TikTok ogni giorno.


1. Anatomia di un video sensoriale


Sono le 14.24, è un giorno feriale di inizio primavera. Fumo una sigaretta e bevo un caffè in terrazzo. Metto un po' di classica in sottofondo e porto il mio sguardo a ovest, verso i giardini curati dei vicini prima di riprendere a lavorare. Sento la musica svanire quando scopro di aver aperto TikTok in automatico. Il mio tribunale interiore dibatte: dovrei resistere? Forse sì, puoi essere una persona migliore, se vuoi. Colpevole di abbandonarmi a un cocktail che contiene una parte di gioia, una di dolore e una parte di vino frizzante per chiudere: il mix della postmodernità. Parte del problema, oltre che in me, risiede nel dispositivo, un iPhone. Una superficie nera con la capacità di animarsi e produrre ogni tipo di contenuto. C'è qualcosa nel colore nero, che mi riporta al monolite da cui le scimmie sono incantate all'inizio del capolavoro di Kubrick. L'analogia è solo parziale, in quanto la stele di 2001 testimonia la fascinazione dei nostri antenati verso un artefatto alieno, mentre gli schermi magici dei nostri smartphone appartengono alla nostra vita quotidiana, servono bisogni molto umani – e quindi anche animali – e illuminandosi offrono una varietà potenzialmente infinita di contenuti che confinano con l’inquietante, lo stranamente familiare e l'inconscio.
 

Sono le 14.27 e mi rendo conto di aver visto già tre volte il primo video del mio feed. Penso alle metafore scelte dagli ingegneri per descrivere le nostre bacheche digitali. Il verbo to feed significa nutrire - ci può stare in un senso estensivo - mentre il sostantivo feed significa cibo per animali da allevamento: ahia. Instagram sembra più neutra scegliendo il reel, rimandando alla pellicola cinematografica ma anche al mulinello e alla lenza da pesca: prede allamate. Parte il primo video del feed, senza neanche premere play: appare un pavimento bianco e un vecchio tappeto scuro. La macchina da presa è posizionata sopra l'azione e pregusto l’arco: la catarsi dall’incredibilmente sporco al pulito. I sensi si allertano. Il video inizia con il rito del versamento dell'acqua, il tappeto inizia a rilasciare la polvere accumulata in decenni. Ora è il turno della spazzola circolare che fa vortici di sapone creando un effetto ottico simile a un frattale. La schiuma si fonde con il sudicio creando un liquido verde ottanio. Secondo giro di pulizia, l’acqua diviene finalmente più pura. L'accelerazione del video è accompagnata da un suono ovattato e sincopato. Lancia ad alta pressione, spazzola a mano, fatica e sudore, sacchetti di soffice schiuma – sostanza giocosa – versati sul tappeto. Il pavimento riceve impurità che sembrano non finire mai. Ma tutto si risolve per il meglio, il tappeto è finalmente pulito così come il pavimento: possiamo ritenerci soddisfatti.

Soddisfazione è una parola immancabile nel muro di hashtag usati per descrivere i video sensoriali. Il suo significato corrente è legato ai consumi e all'impossibilità programmata di raggiungerla. Mick Jagger si riferiva all'alienazione generata dagli imbonitori delle prime televendite quando cantava di non potere ottenere nessuna satisfaction.

Nel medioevo cristiano la soddisfazione era l’esito non scontato della pratica penitenziale, raggiungibile dopo la contrizione e la confessione. Qualcosa di molto diverso dalla nostra versione centrata sul godimento effimero. Come ci ricordano i C.S.I., siamo comodi ‘ma come dire, poca soddisfazione’. Ripiegati su noi stessi, lo sguardo che scruta soprattutto il nostro agire nel mondo, questo il senso della modernità riflessiva, passa ora per il nostro corpo piegato a guardare uno schermo magico. Il nostro ombelico risiede nel nostro telefono.  

Ripenso a chi lavora nel negozio di pulizia dei tappeti. A chi è venuta l'idea di installare una videocamera e caricare il video su TikTok? Chi ha deciso che valesse la pena guardarlo? È colpa delle piattaforme, o è colpa della nostra cultura se ritiene video di pulizia dei tappeti degni di essere visti, per di più a ripetizione? Mi torna in mente il saggio ‘Un’arte Media, Studi sociali sulla fotografia’ (1965), in cui Bourdieu teorizza la fotografia in quanto espressione culturale e valoriale. Il suo concetto di ‘fotografia del fotografabile’ coglie la dinamica per cui le porzioni di realtà degne di essere immortalate si danno come codice culturale implicito. L'occasionale gita in moto tra un gruppo di amici di mezza età: foto. Le due settimane di vacanze estive con tutta la famiglia, nonni compresi: tre rullini. I compleanni, ovviamente: almeno dieci foto. Questo è stato vero fino a metà degli anni Novanta. Poi il digitale ha cambiato la nostra grammatica visiva e memoriale. L’archiviazione è totale, e tutto sembra videografabile: tappeti, barbe e focacce. 


2. Occhi e Dopamina: dall’hardcore allo humancore 


Come siamo arrivati fino a qui? L’egemonia del visuale, infatti, non è sempre stata la cifra distintiva della cultura digitale. Il testo era sovrano agli albori di Internet: tra forum, newsgroup e blog, scrivere era l’attività dominante. La banda limitata e la lentezza delle connessioni rendevano le immagini pesanti e i video inguardabili, pixelati e frammentati. Questo contesto ha riprodotto una cultura razionale e testuale, dove il confronto era centrale, alimentando movimenti politici, utopie controculturali e nuove forme di organizzazione.


Con l’avvento dei social media, però, l’utopia si è piegata al commercio. Facebook e Instagram hanno trasformato il racconto di sé in un flusso visivo incessante: selfie, vlog, storie quotidiane condensate in formati standard. Il fenomeno dei vlog, reso celebre da figure come Casey Neistat - che ha raccontando per tre anni la sua vita quotidianamente su YouTube, mettendo in crisi il suo matrimonio e lanciando una startup dalla vita brevissima - ha unito vita privata e professionale in un’esibizione continua per milioni di spettatori. YouTube, da comunità partecipativa, si è evoluto in una nuova forma di televisione.


Poi siamo arrivati a TikTok, l’ultima rivoluzione. La vita filmata si accorcia, si frammenta, si concentra in clip brevi, rapide da consumare. I video non offrono più un valore conoscitivo: sono frammenti estetici, montati con una precisione quasi ipnotica. Gente che pulisce marciapiedi, che tornisce pentole in pietra, che si veste o ferra un cavallo: l’ordinario diventa spettacolo esotico attraverso suoni amplificati e montaggi ad effetto, creando una dipendenza sensoriale. Lo #humancore è il nuovo sovrano dei contenuti digitali: piccole e semplici azioni umane che sembrano parlare ai lavoratori della conoscenza alienati, come me. Sembra configurarsi una vendetta in cui i craft workers filmano la vita bucolica che a fatica si sono ritagliati, per rispedircela impacchettata in pillole sensoriali a noi che siamo colpevolmente rimasti in città. La logica social si dissolve: TikTok è un'esperienza individuale, intima, dove l'interazione è ridotta al minimo e il pubblico diventa solo un numero, spettatore di una realtà personalizzata e curata dagli algoritmi.


Ma in questo dilagare di immagini senza arco narrativo, ci stiamo liberando dal bisogno di senso? Forse, dietro la ricerca dell’insensatezza c’è il riflesso di una verità più profonda: quella di un mondo intrinsecamente privo di logica, che cerchiamo di abitare senza doverne sempre decifrare il significato.


Il cervello non fa distinzioni sottili tra un tappeto pulito e una serie TV: si attiva, si satura di dopamina, in cerca del prossimo stimolo. Il confronto non regge: leggere un libro è un’esperienza lenta, quasi meditativa, che offre piaceri più moderati e duraturi. Guardare la televisione, con i suoi contenuti veloci e cangianti, genera un rilascio maggiore di dopamina rispetto al libro, ricompensando la passività con un costante flusso di novità. Ma sono i brevi video sui social a massimizzare l’effetto dopaminico: ogni reel o TikTok ci cattura, crea una sequenza ininterrotta di stimoli che ci tiene agganciati. Questo ciclo di novità e gratificazione istantanea spinge molti a parlare di dipendenza digitale.

Il bestseller L’era della Dopamina di Anna Lembke - psicologa americana del Midwest - parte da un caso clinico piuttosto estremo: un uomo ossessionato dalla masturbazione al punto da costruire macchine automatiche, e che possono essere programmate da altri. Da questo incipit, articola la visione che la società digitale non è altro che una gigantesca macchina masturbatoria. Quindi siamo tutti malati, patologici, sbagliati, straziati da una congiuntura infame. Una prospettiva accattivante in quanto apocalittica ma senza una via praticabile che non sia un generico monito al controllo, alla nostalgia e alla regolamentazione.


La mia ipotesi è che dietro l’insensatezza apparente ci sia una verità più sottile: quella di un mondo che non ha mai avuto logica, un mondo che abbiamo sempre abitato senza doverne decifrare il significato. Il ciclo di dopamina è solo la conferma chimica di ciò che sentiamo: siamo creature dipendenti dal piacere e da stimoli continui. E, diciamolo, lo siamo sempre stati. Prima erano i romanzi, i film, i programmi TV. Oggi sono i feed dei social, e domani chissà. La nostalgia per un passato idealizzato – fatto di comunità dense, lettura lenta, riflessione profonda – non è altro che un’illusione. Nessuno si lamentava quando le persone si perdevano nei libri per ore o scrivevano appunti per intere giornate. Ma ora, con gli smartphone in mano, improvvisamente c’è chi grida costernato, puntando il dito contro dispositivi che, in realtà, sono solo l’ultimo capitolo della nostra incessante ricerca di stimoli.


3. Dal Senso alla Sensorialità: dalla risonanza alla riscoperta dalla materialità 


I video sensoriali sono l'ultima frontiera della fuga. Brevi, ipnotici, apparentemente privi di scopo, ci ancorano allo schermo con una combinazione perfetta di suoni amplificati e immagini montate ad arte. Ogni reel, ogni TikTok sembra una micro-dose di piacere istantaneo, innescando un ciclo compulsivo che alcuni critici non esitano a definire “cocaina digitale”. Altri parlano di “masturbazione collettiva”, denunciando la sterilità di una dipendenza che ci distoglie dal pensiero critico e dall’azione. E come dargli torto? In fondo, mentre scorriamo passivamente questi flussi di contenuti, potremmo leggere Marx, o almeno un buon romanzo, forse persino dipingere o costruire un mobile sostenibile. Ma se la retorica moralista del "tempo sprecato" ci sembra rassicurante, la verità è che ciò che cerchiamo è molto più antico di TikTok o Instagram. Cerchiamo piacere, cerchiamo connessione. Ed è una ricerca che ci accompagna da secoli.


Già nel Settecento, Ludovico Muratori descriveva la bellezza come tutto ciò che “ci delizia, ci piace e ci rapisce”. Allora come oggi, il desiderio di godimento immediato e viscerale non è mai stato un crimine. La differenza è che oggi il piacere è disponibile in pillole audiovisive da 15 secondi. Questi video sono progettati per agganciare la nostra attenzione e bombardare i nostri sensi, risvegliandoci dal torpore emotivo in cui viviamo immersi.

In un certo senso, non sono altro che il sintomo di un mondo che ci ha intorpiditi con il suo eccesso di stimoli, creando un isolamento emotivo a cui reagiamo cercando esperienze ancora più intense. Instagram, YouTube, TikTok: non fanno altro che offrire un rifugio temporaneo, un’interruzione piacevole, una scossa elettrica di risonanza sensoriale. Ma c’è qualcosa di più dietro questi video? Una lettura superficiale potrebbe portarci a vedere solo la decadenza del soggetto contemporaneo, un pubblico passivo, distratto e prigioniero del proprio piacere e del proprio disagio mentale. Tuttavia, potremmo anche intravedere un fenomeno più interessante. Forse questi video non sono solo segni di un progressivo disimpegno, ma il riflesso di una necessità più profonda: quella di riconnettersi a una dimensione che la modernità ha progressivamente represso.

Se la cultura del testo – i libri, i saggi, i discorsi razionali – ha dominato l'Occidente per secoli, oggi assistiamo a una rivolta. Non stiamo semplicemente fuggendo dalla razionalità, ma stiamo riscoprendo il valore dell’esperienza sensoriale e immediata. TikTok, con i suoi balletti virali e le performance quotidiane, è un esempio perfetto di questa inversione. C’è una sorta di coreografia sociale che sfida l’individualismo esasperato e propone un modello di armonia collettiva. Laddove la modernità ha esaltato l’individuo razionale, TikTok celebra l’armonia (l’idea confuciana di "hé" 和), il ritmo condiviso, il gesto comunitario. Una frattura culturale e geopolitica. Questa dipendenza dai video brevi non è solo una fuga dall’intelletto; è anche un segnale che il nostro rapporto con il mondo e con gli altri sta cambiando.

I video brevi – per quanto effimeri e frivoli possano sembrare – offrono proprio questo: una risonanza sensoriale che ci permette di uscire, anche se solo per un istante, dal nostro isolamento.

C'è un bisogno crescente di esperienze che ci facciano sentire vivi, connessi. Hartmut Rosa, nella sua teoria della risonanza, sostiene che siamo alla ricerca di una nuova forma di connessione con il mondo, una che non passi più attraverso la razionalità strumentale, ma attraverso il corpo, i sensi, l'emozione. E i video brevi – per quanto effimeri e frivoli possano sembrare – offrono proprio questo: una risonanza sensoriale che ci permette di uscire, anche se solo per un istante, dal nostro isolamento.
 

All’interno della logica sensoriale che descrivo, affermare che questi video non ‘hanno senso’ significa contrapporli a una definizione di senso ha a che fare con la pretesa della modernità di far coincidere la sensatezza con la giustezza e quindi con la razionalità, la morale, l’efficienza. Una sensatezza mortifera in quanto antropocentrica. Il senso, nella sua estrema prossimità lessicale con ‘i sensi’ denuncia una connessione in cui l’unico modo di conoscere la realtà che abbiamo è attraverso il nostro apparato sensoriale, il quale invia messaggi al cervello, il nostro costruttore di significati, di verità ma non di bellezza.

Questa gerarchia viene scardinata nella postmodernità in cui situo l’emergere della logica sensoriale. Quella in cui ci arrendiamo all’insensatezza, all’assurdo che è materia prima del mondo, brodo risonante in cui siamo immersi e che da secoli proviamo a conoscere, uscendone sempre esistenzialmente sconfitti e alienati. L’assurdo del sensoriale non si comprende, si vive e si percepisce.


Siamo prevedibili? Forse. Il mondo digitale, con i suoi algoritmi, ci categorizza in base alle nostre abitudini di consumo, riflettendo i nostri desideri e le nostre aspirazioni con una precisione inquietante. Eppure, dietro questa apparente prevedibilità, c’è qualcosa di più profondo: un bisogno di abbandono. di libertà dall’obbligo di trovare sempre un significato. La video-dipendenza non è solo una condanna; è anche una risposta. Una risposta al vuoto che la modernità ci ha lasciato e, forse, un modo per navigare la sua insensatezza. Non stiamo esaurendo la spinta civilizzatrice; ci stiamo concedendo il lusso di accettare il fatto che il mondo, semplicemente, non ha senso.


Qualcuno obietterà che si stava meglio prima. Certo, ma prima quando? Forse dovremmo essere grati per questo nuovo modo di esperire il mondo, anche se ci sembra effimero. Dopotutto, la ricerca del piacere non è mai stata così ubiqua.

Ora, scusate: vado a farmi un aperitivo su TikTok.

Bibliografia


Bourdieu, Pierre (2018) [or. 1965]. Un’arte Media, Studi sociali sulla fotografia.  Milano: Meltemi. 


Carritt, E.F. (1931). The Theory of Beauty. London: Methuen.


Gandini, A., & Gerosa, A. (2023). What is ‘Neo-Craft’ Work, and Why it Matters. Organization Studies, 0(0).


Lembke, A. (2022). L’era della Dopamina. Come mantenere l'equilibrio nella società del «tutto e subito». Milano: Roi Edizioni.


Rosa, H. (2020). Risonanza come concetto chiave della teoria sociale. Studi di Estetica, 2/2020

Foto di Logan Voss su Unsplash

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