Altre Urbiquità è una serie di tre articoli in cui Lorenzo Tripodi racconta le esplorazioni e le traiettorie teoriche che hanno portato al suo ultimo libro "Urbiquità - La città ovunque" (Agenzia X, 2024).
Io sono un urbanista diventato film-maker (o viceversa). La commistione di questi due mondi ha indubbiamente influenzato la mia lettura. Il mio ultimo libro, Urbiquità, è un diario di esplorazione nel panorama urbano contemporaneo, con un’attenzione particolare al progressivo intreccio tra produzione di immagini e di spazi. Adotta il concetto di urbanizzazione planetaria, che ci arriva dal classico di Henri Lefebvre (1970 ) La revolution urbaine attraverso la teoria del planetary urbanism proposta dai geografi Brenner e Schmidt, ma ipotizza che tale nuovo paradigma sia profondamente radicato nella capillarizzazione del dominio delle immagini e dei processi tecnologici che la consentono. È una evoluzione tecno-sociale esasperata, che trasforma la città da luogo da abitare ed attraversare a condizione che ci attraversa ed abita.
Nell’analizzare l’infiltrazione ubiqua delle immagini, il libro suggerisce che il processo per cui la città si dissolve nella condizione dinamica e pervasiva dell’urbanizzazione planetaria avvenga attraverso tre fasi, caratterizzate come estensione, elevazione, ed evaporazione. Queste diventano anche le tre sezioni del libro. Non è l’unica triade presente nel libro, che oltre a ispirarsi alla celebre triplice dialettica di Henri Lefebvre, adotta tre diverse città occidentali - Firenze, Berlino e New York - come casi studio principali. Per questo motivo, la proposta di cheFare di presentare il libro attraverso tre brevi articoli mi è sembrata allettante, e proverò qui a condensare alcuni spunti dal libro sperando di incuriosirvi a leggerlo.
La narrazione si snoda tra due momenti fondamentali, intorno ai quali si concentrano una serie di eventi significativi, e che disegnano due salti paradigmatici. Il primo collega intorno alla fine degli anni Sessanta eventi tanto diversi quanto la prima Olimpiade teletrasmessa in diretta planetaria, il primo passo dell’uomo sulla Luna, la demolizione del complesso Pruitt-Igoe a St.Louis, lo sganciamento del dollaro dall’oro, la formulazione del diritto alla città di Lefebvre, la comparsa degli slogan situazionisti sui muri di Parigi, l’apparizione delle prime tag sui treni di New York, il colpo di stato di Pinochet che va a inaugurare in Cile il laboratorio neo-liberista globale. Eventi apparentemente disomogenei, ma che rappresentano a modo loro ciascuno un diverso incipit di una stessa storia raccontata da diverse angolazioni. Nel libro ho scelto di raccontarla dalla prospettiva dell’egemonia delle immagini, suggerendo che da quel momento in poi si sia instaurato un nuovo regime planetario in cui i processi di produzione di spazio e di immagine si ritrovano fusi in maniera indissolubile e sostanziale, dando origine a quello che è stato definito modo di produzione cinematico: un sistema di produzione in cui l’industria dei media assume un ruolo comparabile a quello che aveva l’industria pesante di stampo Fordista nel guidare il capitalismo all’inizio del ventesimo secolo.
È il momento in cui si innesca una rivoluzione urbana, intesa non solo nel significato geopolitico del nuovo impatto che il processo di urbanizzazione ha acquisito su scala planetaria, ma anche in quello letterale di una rivoluzione assiale che ha interessato lo sviluppo urbano come conseguenza del passaggio al modello “semio-capitalista”: dall’articolazione orizzontale delle superfici produttive della città, a una nuova articolazione verticale guidata dalla ‘logistica della percezione’, impiegando la terminologia di Paul Virilio. Lo schermo prende dunque il posto del muro come elemento base della grammatica urbana. Le prime due sezioni del libro seguono la colonizzazione progressiva delle superfici urbane da parte delle immagini e il moltiplicarsi di forme di estrazione di valore legate a tale proliferazione, fino al costituirsi di un complessivo processo contemporaneo di produzione di immagine, singolare ed interconnesso. Gentrificazione, finanzializzazione, marketing urbano, festivalizzazione, rigenerazione culturale, sono tutti aspetti di questo processo, che assume centralità egemone su scala planetaria, intrecciandosi in maniera inestricabile con la produzione industriale e spaziale. I processi di produzione materiale, “pesante”, tendono a loro volta a frammentarsi, dislocarsi e riconnettersi su scala planetaria in una sfera progressivamente sottratta al regime di visibilità, oscurata dal dominio dell’immagine prodotta. È quello che racconto come il progressivo emergere di un front-end urbano accuratamente disegnato e gestito dal regime capitalista globale, mentre il back-end operativo tende a rimanere sempre più celato alla user experience del cittadino e al controllo sociale attraverso processi democratici.
Un secondo momento fondamentale viene individuato intorno al 2007, e collega eventi altrettanto disparati quali la crisi finanziaria innescata dal crollo di Lehmann Brothers, il primo iPhone Apple e la diffusione del touch screen, l’introduzione di GoogleMaps e le applicazioni locative, Bitcoin e l’invenzione della tecnologia blockchain, la nascita di Airbnb e la repentina fioritura del modello economico delle piattaforme, nonché il celebre report di UN-Habitat che sancisce che, per la prima volta nella storia del pianeta, la popolazione urbana ha raggiunto per numero quella rurale e stabilisce il turning point verso una nuova urban age planetaria. Sono eventi che si connettono con una rapidità spiazzante nel disegnare un nuovo salto di paradigma, in cui siamo pienamente immersi e di cui è ancora difficile disegnare i contorni precisi. Si compie così il passaggio alla terza fase dell’urbanizzazione planetaria, raccontata nella terza sezione del libro: dall’estensione orizzontale, attraverso l’elevazione verticale, fino all’evaporazione digitale.
Urbiquità: una condizione in cui la connessione digitale tra corpi, oggetti e luoghi ha completato il processo di urbanizzazione su scala planetaria.
Ho designato questa nuova condizione con il neologismo di urbiquità: una condizione in cui la connessione digitale quasi totale tra corpi, oggetti e luoghi ha completato il processo di urbanizzazione su scala planetaria, e in cui la proliferazione delle immagini ha letteralmente fatto esplodere l’articolazione verticale delle superfici comunicanti descritta in precedenza. L’urbiquità dà origine a una nube di interazioni mediate che avvolgono e attraversano corpi e corporazioni, entità legali e istituzioni sociali in un continuum che assume la consistenza gassosa della cloud elettronica. Tale consistenza gassosa ed eterea riflette anche la difficoltà di catturare la forma e i limiti delle nuove concentrazioni di potere e di valore vengono generate, la loro costante ed inafferrabile evoluzione, e la capacità pervasiva di penetrare e colonizzare il quotidiano dell’interazione sociale. Nella stessa misura in cui ridefinisce i confini del corpo umano, questo processo mette in discussione profondamente anche la definizione della dimensione urbana. Se la proliferazione delle immagini digitali ha prodotto una ridefinizione dell’identità individuale, espandendo l’aura del corpo in una nube di dati registrati nella rete, lo stesso processo si riflette anche sul corpo urbano, espandendo l’identità della città nel suo riflesso digitale. Come notavano Amin e Thrift, “la città moderna esiste come una nebbia di istruzioni software. Quasi tutte le pratiche urbane stanno diventando mediate dal codice.” La nuova consistenza che ne deriva non cancella il valore dei luoghi e gli effetti del trovarsi situati materialmente in uno specifico spazio-tempo, ma rende la posizione effettiva di ogni corpo o merce tracciata nel sistema intrinsecamente connessa con un’economia di produzione di dati e immagini instancabilmente in opera, immersa in un datascape la cui regolazione, proprietà e sfruttamento avvengono in una sfera opaca e sempre più distante dalla responsabilità sociale. L’immagine della città acquisisce un’inedita consistenza elettronica, introduce nuove modalità di interazione con lo spazio pubblico, potenzialità di sviluppo e forme di consumo. Le città evolvono in macchine per la produzione di immagini, trasformando la compulsione all’accumulo di immagini digitali (ovvero visualizzazioni di dati) in una nuova forma di accumulazione di capitale.
Si tratta di un salto di paradigma e/o una rivoluzione che non sorprende – semmai, essa stupisce nella puntualità con cui realizza talune profezie lungimiranti, illo tempore bollate come annunci distopici. Vediamo qui realizzata nell’egemonia di un semio-capitalismo autofago e autoreferenziale l’integrazione definitiva della società dello spettacolo di Debord, il sostanziarsi della dromocrazia di Virilio e l’instaurazione della rizomatica società del controllo di Deleuze (passando per Foucault e Burroughs). Un sistema che sta spingendo rapidamente oltre i limiti della sostenibilità il consumo di risorse del pianeta, erodendo la credibilità dei principi democratici, smantellando diritti di cittadinanza faticosamente conquistati, avvalendosi un regime di guerra permanente e diffusa come principio di legittimazione politica e come principale motore economico.