Venerdì 24 ottobre 2025
Relazioni e connessioni
 
La cultura come fonte di nutrimento

Questo articolo è parte del secondo numero de LaRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione. 


Si legge qui, gratuitamente.


1.


Esiste un testo vibrante, scomodo, capace di minare le nostre certezze, pubblicato nel 1961 eppure ancora valido, a firma di Susan Sontag, che ha come titolo Sullo stile, che prosegue una riflessione avviata con il saggio Contro l'interpretazione. Parola per parola, riga per riga, questa intellettuale statunitense ci mette sotto scacco nelle nostre nebulose considerazioni sull’arte, e su come le opere e i portati dell’umana capacità di creare possano e debbano toccarci o darci da pensare. Come ha scritto Bertram Niessen in questo volume, l’eterna domanda “a cosa serve la cultura” tiene insieme metaforicamente il bastone e la carota, miraggi e sfruttamenti, in un eterno cammino. Dopo avere attaccato il pensiero binario che vuole separare, dopo l’età dell’innocenza, il contenuto, per farne oggetto di chirurgiche interpretazioni, la Sontag ci indica una possibile via: “Più volte ho definito metaforicamente l’opera d’arte come una forma di nutrimento. Certo, lasciarsi coinvolgere da essa comporta un’esperienza di distacco dal mondo. Ma l’opera d’arte è, di per sé, anche un oggetto vibrante, magico ed esemplare che, in un modo o nell’altro, ci restituisce al mondo. […] Dal punto di vista dell’artista è l’oggettivazione di un atto di volontà; da quello dello spettatore, è la creazione di uno scenario immaginario per la volontà”¹.    


Ponte inattaccabile tra l’artista e la sua visione del mondo, comunque declinata, l’opera vive di tempo necessario alla sua nascita e di “esposizione” all’altro, senza il quale sarebbe pietra, tela, luce, input. Fare di un’opera, allora, uno “scenario immaginario per la volontà” non è un passo traditore o malcerto, non ha a che vedere con un generico “mi ritorna in mente” buttato lì come in un gioco di associazioni mentali, ma si configura come una legittima staffetta di pensieri e significati che l’opera, nel suo essere potenzialmente un innesco, scatena o genera, creando un riverbero capace di illuminare tutti gli attori di questo dialogo.  


2.


Vorrei, allora, proporre due sentieri, a mio parere replicabili in modo generativo, che hanno consentito di mettere a confronto, faccia a faccia, ragazzi e ragazze, tra i 16 e i 24 anni, in un contesto espositivo di grande suggestione e, contemporaneamente, di nessuna dispersione, per vedere in quale misura il ponte tra la creazione e lo sguardo poteva essere teso, e riusciva soprattutto a reggersi in modo saldo.


Il riferimento è all’ex Oratorio di San Lupo, luogo iconico di Bergamo, che ha avuto in passato sia una funzione cimiteriale sia un utilizzo come luogo di raccoglimento e preghiera, alla metà del Settecento, per la Congregazione dei Giovani Figliuoli;  in seguito agli editti napoleonici si era poi trovato in stato di abbandono. Affidato dalla Diocesi di Bergamo alla Fondazione Adriano Bernareggi è diventato dal 2007 sede privilegiata di esposizioni, spesso site specific, di arte contemporanea, che ne hanno fatto emergere la vera vocazione culturale.

3. 


Un luogo non è uguale all’altro, né una mostra lo può essere; l’elemento che fa di San Lupo, senza alcun dubbio, uno spazio capace di generare emozione è la relazione ingannevole tra esterno e interno: quella che, in una stretta arteria di un borgo, appare essere, per i pochi che la notano, una neoclassica facciata a tempio, una volta varcata la soglia si apre su un invaso terra cielo con tre ordini di matronei: un teatro, con un altare al posto del palcoscenico. Qui si sono succedute, nel tempo, le scelte espositive, curate da Giuliano Zanchi, direttore scientifico della Fondazione Bernareggi, che è partito dalla considerazione che “L’Arte ha certo smesso di essere esaltazione mimetica di una visione edulcorata della realtà, mettendosi in posizione di sentinella delle contraddizioni che la abitano, ma spesso a prezzo di un nichilismo che mette con le spalle al muro e lascia senza parole. Negli esercizi di alleanza che San Lupo ha ospitato grazie al lavoro degli artisti ha preso forma l’intenzione di ritrovarsi, attraverso l’arte, in un punto in cui una meditazione sulla vita, sull’uomo e sulla realtà, può avvenire nel perimetro delle sue risonanze umanistiche”². San Lupo, per questi due progetti, è stato messo a disposizione con aperture dedicate, senza alcun onere economico, grazie al supporto della Fondazione Bernareggi.

Nella mostra Amici, Artisti, Superstar, curata da Zanchi, sono presenti dodici artisti e artiste, un numero che pone subito il tema spesso ignorato della misura. Cultura di qualità, si dice spesso, ma serve anche una quantità non soffocante per avvicinare all’arte ragazze e ragazzi: l’esperienza mi ha insegnato che accumulazione di oggetti e di informazioni impediscono un’osservazione reale e un dialogo profondo con i contesti culturali. Il mio riferimento a una mostra d’arte contemporanea si può applicare anche a una collezione demo-etno-antropologica, a un museo della scienza o della tecnica, o altro, fatta salva una ragionata individuazione degli elementi esposti su cui fissare l’attenzione e organizzare il processo riflessivo.

Qui, quindi, a parità di setting e opere, sono stati condotti due percorsi rivolti a ragazzi che, partendo dall’opera, hanno stimolato le persone coinvolte ad attivare delle connessioni tra il pensiero di artisti e artiste e il proprio contesto di vita, di esperienze, di speranze e anche di frustrazioni.

Il primo progetto ha coinvolto 392 studentesse e studenti di III, IV e V superiore, iscritti all’ITC Turistico Statale Vittorio Emanuele II di Bergamo. Secondo una pratica consolidata da due anni, partita come idea pilota e poi messa a tema, abbiamo accompagnato le classi ad esplorare il luogo, ci siamo fatti mediatori delle opere esposte, raccontandole, sollecitando domande, aprendo finestre di riflessione, e poi abbiamo chiesto, nell’ambito delle attività di educazione civica, di comporre dei testi che incrociassero opere, esperienze biografiche, e testi fondanti come la Costituzione e l’Agenda 2030. Tutti hanno potuto avvalersi delle schede storico critiche in quanto, proprio a San Lupo, ho dato l’avvio lo scorso anno ad un percorso di formazione rivolto a mediatrici e mediatori umanistici, attivi nel campo della giustizia riparativa; ne è nato un testo, reso disponibile open access³, che documenta gli step che hanno portato a questa pratica, le ragioni del legame tra opere e percorsi riparativi, che racconta le opere e contiene le valutazioni delle mediatrici e dei mediatori umanistici che hanno avviato percorsi riparativi collegandosi ai lavori esposti.

Serve tempo per dialogare con le opere – Ettore Guatelli diceva che un museo non si visita, perché non è malato.

Visione diretta, quindi, materiale a corredo per portare avanti il confronto, e tempo. Molto tempo. L’idea di somministrare verifiche subito dopo le visite ai musei è forse uno strumento di silenzioso sadismo in voga tutt’ora, che rende le esplorazioni dei luoghi della cultura delle occasioni meramente valutative, impedendo di vivere l’incontro con l’arte come un’occasione vivace, curiosa, libera da logiche prestazionali. Come invocava il poeta Peter Handke, sarebbe bello che ci fosse stato un Dio della lentezza. Serve tempo per dialogare con le opere – Ettore Guatelli infatti diceva che un museo non si visita, perché non è malato. Scegliamo allora verbi che evochino una partecipazione – guardiamo alle opere domandandoci quale ci racconta meglio, come la nostra vita ci si rispecchia e come può essere un faro per illuminare anche le bussole etiche dell’umano. Ognuno ha avuto quindici giorni per consegnare il proprio testo, con la libertà anche di confrontarsi con altri, parenti, amici, persone più grandi, perché l’educazione civica è questione di relazione, di confronto, anche di dibattito, e il lavoro poteva nascere anche da una condivisione con questi referenti.


Ne sono nati dei testi di varia qualità, ovviamente, alcuni magari prevedibili, altri spiazzanti, alcuni che sono scivolati sulla superficie della vita, altri che hanno messo a nudo, nella riservatezza della correzione, ferite, luoghi di vulnerabilità esposti alle fatiche dell’esistenza, coscienza affinata sulla sostenibilità, impegno silenzioso per arginare le derive omofobe e razziste. Un universo di cui, da docenti, c’è certamente da andare fieri. Nulla a che vedere con le macchie di Rorschach, o con voli pindarici, ma riflessioni serrate e coerenti, che hanno consentito a studentesse e studenti di capire alcuni punti fondamentali di un dialogo attivo con la cultura: l’ascolto, perché ogni artista dedica tempo a progettare, creare, mettere al mondo un’opera, e in questo merita rispetto e merita che non ci esprima senza prima avere fatto spazio a una comprensione reale. In secondo luogo la capacità di arginare le secche di un’osservazione passiva, perché poter scegliere cosa colpiva di più porta a comprendere e argomentare. Infine la creazione di un ecosistema interpretativo in cui ha spazio anche un’acquisizione delle leggi e degli obiettivi di sviluppo sostenibile che non hanno più il suono di litanie mandate a memoria ma di coordinate importanti nell’ottica di uno sguardo a volo d’uccello che esca dal proprio microcosmo.


Il secondo progetto, che si è snodato tra i mesi di aprile e maggio 2024, sempre nell’Oratorio di San Lupo, ne ha fatto il teatro di una serie di incontri del progetto regionale “Gioco di Squadra 4” per l’inclusione sociale delle persone (minori e adulti) sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, principalmente, per i minori, con la misura penale della messa alla prova, che prevede la sospensione del processo con percorsi educativi che, all’esito positivo, portano all’estinzione del reato⁴. Per questo progetto regionale ho pensato a una proposta laboratoriale, coinvolgendo anche il fotografo Federico Casu e la regista e attrice di teatro Chiara Magri, che prevede tre momenti legati al guardare dentro di sé e al raccontarsi. La prima fase, con me, è avvenuta a contatto con l’arte; la seconda, con Federico Casu, in corso, si sta avvalendo della Street photography; la terza, con Chiara Magri, lavorerà sull’espressione attraverso il teatro, con una progressione elaborata con cura.


A parità di contesto espositivo, quindi, grazie alla suggestione del luogo, alla contrapposizione architettonica e percettiva di interno ed esterno, si è avuto lo spunto proprio per lavorare su come ciò che pensiamo di cogliere a un primo sguardo poi contraddica le impressioni affrettate, spingendoci a metterci in ascolto e a prendere tempo. Siamo passati così alle opere dell’interno, raccontandole, privilegiando degli aspetti chiave che potessero avere presa, chiamare un coinvolgimento diretto. Il gruppo di cinque ragazzi, di età e percorsi scolastici e lavorativi differenti, aveva poca o nulla familiarità con l’arte, soprattutto con quella contemporanea che ha però il vantaggio di usare un alfabeto spesso riconosciuto come affine. Il tema del pensare prima di fare, tipico della poetica di ogni artista, quello della necessità di una relazione tra opere e persone, che va a ricadere a cascata sulla necessità di costruire relazioni positive con chi è altro da noi, il tema del limite – imposto dalla committenza, dallo spazio, dalla tecnica – vissuto con come frustrazione ma come opportunità, così come la scelta di esporre che, per l’artista, significa esporsi, e quindi accettare una certa vulnerabilità, allo sguardo e ai commenti dei visitatori, sono stati alcuni degli aspetti su cui si è lavorato di più, anche grazie alla presenza e alla collaborazione esperta di Francesco Pandolfi, educatore che coordinava e conosceva bene il gruppo, visto che lo segue nell’intero percorso della messa alla prova.


Anche qui, dialogando, appuntando pensieri, stimolando i ragazzi a tirare fuori le loro riflessioni, con l’obiettivo di accompagnarli a scegliere un’opera in cui vedere riflessi se stessi e la loro scelta di aderire alla messa alla prova – una procedura giuridica che può attivarsi solo con l’ammissione di colpevolezza – è iniziato un lavoro di scavo a volte non semplice, non per le competenze del gruppo ma per le questioni che era necessario affrontare con rigore e onestà; tutto ciò, lentamente, ha preso forma in una serie di testi. Ognuno ne ha scritto uno, creando un ponte tra la propria vita e l’opportunità di riprenderla in mano, da una parte, e l’intento e il pensiero dell’artista, dall’altra parte.


Come si chiude il cerchio? Con la restituzione alla collettività, in quanto il foglio che raccoglie questi scritti, accompagnati dalle immagini delle opere da cui essi hanno preso spunto, verranno messi a disposizione di chi entrerà a San Lupo, non solo per proporre una lettura inedita, ma anche per dare vita a una narrazione che illumina un luogo della cultura con una sua funzione non solo culturale ma anche sociale, etica, a beneficio della collettività.


Spero queste proposte riescano a incuriosire chi lavora con gli adolescenti – educatrici ed educatori professionali, docenti, mediatori museali – e invogliare a sperimentare nuove modalità di fruizione della cultura. Una delle testimonianze che sono emerse più spesso, in entrambi questi percorsi, grazie ai feedback di chi ha partecipato, è che nessuno pensava che l’opera potesse essere vissuta a doppio senso, ovvero non come un oggetto inanimato da studiare e conoscere, ma anche come un dispositivo interrogante e interrogabile, che aiuta a farsi domande su di sé, a guardarsi, e a diventare anche interlocutore attivo di un dialogo che carica l’opera di un significato nuovo, non in competizione con la sua origine, il suo senso, la sua percezione estetica, ma a completamento, certo soggettivo, ma non per questo meno prezioso. A questa scoperta si è accompagnato, anche qui in entrambi i gruppi, un ringraziamento per il tempo dedicatogli. Era necessario avere pause, silenzi, possibilità di ritornare sui propri passi, di guardare con la mediazione di un sapere esterno ma anche di poter osservare in autonomia.


Spazi a dimensione umana, opere rigorosamente scelte, tempi lunghi, abbandono dell’ottica prestazionale, incoraggiamento della creatività accompagnata alle maglie rigorose del pensiero: non credo che queste siano condizioni difficili da creare. Quando mi chiedo “a cosa serve la cultura”, se guardo all’esperienza di una cultura che accompagna ragazzi e ragazze a confrontarsi con il pensiero complesso, a trovare strade diverse da quelle che abitualmente percorrono, orientandosi al percorso e non al risultato, e se leggo brani come quello che allego, la risposta che mi do è che serve a scrivere, a pensare, e anche a crescere così.

Note
 

¹ Susan Sontag, Contro l’interpretazione e altri saggi, Milano, nottetempo, 2022, pp. 50 e 54.

² G. Zanchi, Prefazione, in Opere di Conciliazione. Arte e mediazione umanistica in museo, a cura di G. Brambilla, Milano Vita e Pensiero, 2023, p. 10. Giuliano Zanchi, prete di Bergamo dal 1993, licenziato in Teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, è direttore della «Rivista del Clero Italiano» e docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano. A Bergamo è stato direttore del Museo Diocesano (2008-2019) e ora è direttore scientifico della Fondazione Adriano Bernareggi. Membro del comitato di redazione della rivista «Arte Cristiana», si occupa di temi ai confini tra estetica e teologia.

³ Opere di Conciliazione. Arte e mediazione umanistica in museo, a cura di G. Brambilla, Milano Vita e Pensiero, 2023.

 Il progetto fa parte del Programma Regionale Fondo Sociale Europeo Plus 2021-2027 Priorità 3 - Inclusione Sociale - Progetto Gioco Di Squadra 4, Id 4505341 – Cup E11b23000190007 - Area Penale Minori.

Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.