Questo testo è un estratto dal contributo di Giada Coleandro, "Decentrare le infrastrutture", contenuto nel volume "Il sociale messo in forma. Le infrastrutture come cose, processi e logiche della vita collettiva" (Ortothes, 2024), a cura di Vando Borghi ed Emanuele Leonardi.
L'articolo è parte di una serie di estratti da volumi della collana Ecologia Politica di Orthotes Editrice. La collana nasce dalla volontà di pensare la crisi ecologica in termini politico-filosofici. La crisi della natura, quindi, come interna all’economia, alla società, alla politica. Una collana che indaga tutti quei conflitti che parlano una lingua diversa dalla crescita come obiettivo indiscutibile: i conflitti che investono i rapporti socio-ecologici e la resistenza alle strategie politiche neocoloniali di appropriazione e spoliazione, ma anche tutte quelle pratiche sociali che sperimentano forme di riappropriazione della ricchezza sociale e comune, dunque dalle resistenze contadine e bracciantili a quelle ispirate alle relazioni socio-ecologiche pensate all’interno del pensiero e delle pratiche decoloniali e femministe.
Lo scoppio della guerra in Ucraina ha portato all’attenzione generale la rilevanza politica delle risorse energetiche e delle immense infrastrutture che attraversano i territori per trasportarle e distribuirle. La scelta di investire in nuovi partneriati, per l’acquisto di gas o in infrastrutture per la riconversione, evidenzia chiaramente come, nemmeno in un momento di molteplici crisi, non ci sia un ripensamento del modello infrastrutturale che finora è stato uno dei principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti (Castàn, Broto, 2022).
Le infrastrutture hanno per lungo tempo promesso la modernità, garantendo la desiderata separazione tra società, natura e tecnologia. Grazie a queste caratteristiche, i sistemi energetici hanno contribuito a costruire e consolidare la società occidentale senza che fossero necessari appositi interventi da parte dell’utente finale, ad eccezione del regolare pagamento delle bollette (Edwards, 2003). Questo progetto, tuttavia, non solo ha fallito nel tentativo di assicurare l’accesso alle infrastrutture fondamentali su scala globale attraverso la traiettoria della modernizzazione, ma si è anche rivelato intrinsecamente irrealizzabile. Sebbene per diverso tempo i vantaggi garantiti da questo modello, tra cui sicurezza, economicità e affidabilità, sembravano aver accantonato gli svantaggi ambientali, la crisi socio-ecologica è intervenuta ricordandoci che il funzionamento delle infrastrutture energetiche è responsabile delle maggiori emissioni di CO2.
Da questa breve presentazione è chiaro che i sistemi energetici centralizzati siano piuttosto refrattari al cambiamento. Nondimeno, considerarli anche come artefatti culturali, invece che esclusivamente come sistemi sociotecnici, permette di aumentarne il grado di malleabilità (Hughes, 1993). Le iniziative locali di produzione energetica diffusa, seppur con una portata “rivoluzionaria”, si inseriscono comunque in un sistema infrastrutturale e istituzionale largamente controllato da attori che, grazie allo storico modello centralizzato, hanno acquisito vantaggi notevoli. Il principale ostacolo allo sviluppo di una produzione di energia diffusa non è tanto la disponibilità di una soluzione tecnologica adeguata, quanto l’istituzionalizzazione di nuove forme di partecipazione della cittadinanza alle decisioni energetiche (Hoffman, High-Pippert, 2005).
Per questa ragione potrebbe essere probabilmente più adeguato descrivere le trasformazioni in atto nei sistemi energetici come maggior coinvolgimento della popolazione locale, piuttosto che come una vera e propria decentralizzazione dei sistemi (Poupeau, 2022). Parimenti è importante ricordare che la transizione non implica necessariamente la sostituzione di un sistema universale con un altro; di conseguenza, diventa sempre più importante prestare attenzione ai tempi e ai modi con cui i sistemi infrastrutturali centralizzati, al momento dominanti, ammettono le nuove tecnologie, ridefinendo le effettive possibilità di decentramento (Cowell, DeLaurentis, 2022).
La transizione energetica non potrà dirsi compiuta finché le multinazionali dei combustibili fossili eserciteranno il loro potere
Un’ulteriore questione, meritevole di approfondimento in altre sedi, è quella della proprietà e del controllo sui mezzi di produzione e riproduzione dell’energia. Secondo la tesi avanzata da Dawson (2020), la transizione energetica non potrà mai dirsi veramente compiuta finché il mercato e le multinazionali che finora hanno tratto profitto dall’estrazione dei combustibili fossili eserciteranno il loro potere, supervisionando anche la stessa decarbonizzazione. Seguendo tale prospettiva, per produrre energia davvero sostenibile e rinnovabile «i cittadini comuni e le comunità devono quindi controllare il potere, in entrambi i sensi del termine» (ivi, 9).
Attraverso l’attenzione alle infrastrutture dell’energia, dalla loro concezione in forme centralizzate, passando attraverso la fase di splintering (Graham, Marvin, 2001) per arrivare alla promessa “rivoluzionaria” della decentralizzazione, l’intento di questo capitolo è stato quello di contribuire al dibattito sulle infrastrutture nel contesto della transizione energetica. Ricoprendo un ruolo multiforme, quale ostacolo, vincolo e opportunità, le infrastrutture sono al tempo stesso promessa e fallimento della transizione energetica. Accettare tale visione implica rinunciare alla ricerca di qualsivoglia renewable fix: la società, infatti, non cambierà e non si aggiusterà automaticamente con la sola introduzione di nuove tecnologie (McCarthy, 2015). Tuttavia, come si è cercato di dimostrare, è nella relazione co-costituente e co-produttiva tra società e infrastrutture che si aprono spiragli di cambiamento.
Grazie alle loro promesse, le infrastrutture hanno la capacità di performare una forma di controllo sugli immaginari e sul futuro. Aspiriamo dunque a un futuro dentro e oltre l’Antropocene, con la certezza che la trasformazione dei sistemi energetici porterà con sé la traccia materiale dell’evoluzione di ciò che il termine progresso rappresenta.