Il testo che segue è tratto dall’e-book “Le parole per il cambiamento” del Forum Disuguaglianze e Diversità, scaricabile qui, ed è stato curato da Ugo Pagano, membro dell'assemblea del Forum.
Nell’e-book sono raccolti tutti i testi delle venti parole pubblicate in formato audio-video nella piattaforma NuoviEquilibri, strumento di auto-formazione della Scuola per la giustizia sociale e ambientale del Forum che a regime ne conterrà più di cento. La piattaforma è pensata per fornire strumenti di formazione, riflessione e confronto agli/alle agenti di cambiamento che operano negli enti, nelle istituzioni, nelle organizzazioni formali e non formali.
Cos’è il capitalismo? È un sistema economico in cui i fattori produttivi non umani sono di proprietà di, o comunque controllati attraverso, un’impresa composta da individui che li usano per accrescere la propria ricchezza, impiegando persone che lavorano sotto la loro direzione. Questo controllo, ossia il diritto di decidere in ogni circostanza cosa fare dei mezzi materiali e immateriali di produzione a meno degli impegni contrattuali assunti, riduce i rischi del capitalista di fronte all’incertezza delle circostanze future: è questo lo straordinario incentivo che spiega il successo del capitalismo nel favorire innovazioni rischiose e l’accelerazione del cambiamento tecnologico.
Il capitalismo assume forme diverse a seconda dei limiti posti alla ricerca del profitto e all’uso delle risorse come capitale. Si fa spesso confusione fra “sistema capitalistico” e “mercato”. All’interno del mercato teoricamente i lavoratori potrebbero possedere i fattori produttivi e scambiare i loro prodotti. Mentre i mercati sono istituzione antica, molti fattori produttivi, come la terra stessa, sono diventati capitale solo in tempi recenti.
Consideriamo, per esempio, il caso dei terreni nel feudalesimo. Il feudatario aveva un potere politico limitato a un pezzo di terra a cui corrispondevano gravosi obblighi dei contadini che erano tenuti a vivere in quella zona. Oltre agli obblighi, però, i contadini potevano vantare anche qualche diritto sulla terra, che consisteva, per esempio, in una limitata coltivazione per uso proprio, terreni comuni per legname e pastorizia e il diritto-dovere della permanenza della famiglia sui terreni del feudatario. Quando i feudatari ottennero il diritto di recintare le terre, queste divennero beni di proprietà esclusiva, usati solo per accrescere i profitti dei proprietari. Alla trasformazione della terra in capitale è poi seguita una simile metamorfosi di altri fattori produttivi, inclusi beni intangibili come la conoscenza.
Se chi controlla i mezzi di produzione decide con la stessa libertà con cui si decide l’arredamento di una casa, i lavoratori sono esposti a ogni forma di abuso.
Il capitalismo ha convissuto con forme diverse di organizzazione della produzione e ha costantemente ristretto il loro spazio con la trasformazione in capitale di un numero sempre maggiore di risorse. Ha, inoltre, disegnato molteplici modi per cui il controllo dei mezzi di produzione può avvenire indirettamente, senza la proprietà di quei mezzi.
Nel comune sentire la proprietà privata dei mezzi di produzione viene spesso considerata simile alla proprietà di un qualsiasi bene di consumo. Eppure, c’è una differenza sostanziale. Mentre la libertà di decisioni relative all’uso di una casa privata, come il suo arredamento, non espongono altri a una limitazione delle loro libertà, le decisioni che vengono prese da chi è proprietario o controlla i mezzi di produzione hanno ben altre conseguenze.
Se chi controlla i mezzi di produzione può decidere del loro impiego con la stessa libertà con cui si decide l’arredamento di una casa, allora i lavoratori sono esposti a ogni forma di abuso, come a licenziamenti senza giuste tutele che sono particolarmente dannosi quando i lavoratori devono sviluppare competenze specifiche che non possono facilmente impiegare in contesti diversi.
La libertà dei proprietari/controllanti di innovare entra spesso in conflitto con il diritto dei lavoratori di beneficiare dello sviluppo delle proprie competenze, che sono spesso usate, recentemente anche grazie all’intelligenza artificiale, per arricchire le capacità delle macchine. In questo conflitto di interessi, è evidente un’asimmetria. A differenza del lavoro, il controllo delle risorse non umane può essere concentrato fra pochi e suddiviso fra molti.
Pochi proprietari possono concentrare la proprietà di molte macchine e terre e al tempo stesso la proprietà di ognuna di esse può essere suddivisa fra molti proprietari. Le società per azioni, sfruttando entrambe queste caratteristiche, concentrano spesso una parte del capitale in poche mani e ne disperdono un’altra parte fra molti azionisti. Questa asimmetria fra lavoro e capitale crea una situazione di vantaggio dei proprietari/controllanti di mezzi di produzione non umani che possono sia diversificare il rischio, sia concentrare il controllo.
L’asimmetria di poteri fra lavoro e capitale entra inevitabilmente in tensione con la democrazia, con i suoi principi di “pieno sviluppo della persona umana” e di “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale” (Cost. italiana, art.3). Questa tensione richiede forme di organizzazione collettiva, come sindacati e partiti politici, che attenuano l’asimmetria di poteri e opportunità fra capitalisti e lavoratori. L’importanza di queste organizzazioni risulta ancora più evidente quando si considera che anche i capitalisti ricorrono spesso a forme di azione collettiva. In effetti, esse sono rese più facili dal fatto che devono coordinare un numero minore di soggetti e che i capitalisti più grandi traggono benefici da queste attività, anche quando devono assumersi l’intero costo delle azioni di lobbying.
I vantaggi che hanno i capitalisti nell’organizzare l’azione collettiva e la concentrazione di ricchezza e potere sono oggi amplificati dal controllo privato delle piattaforme digitali, dell'intelligenza artificiale e, in generale, dalla appropriazione privata della conoscenza. Essa può portare a un tale squilibrio nei rapporti di forza e nel peso sulle decisioni fra capitale e lavoro da snaturare la democrazia, generando forme di organizzazione autoritaria anche del potere politico.
La difficile convivenza tra capitalismo e democrazia ha dato vita a diverse forme di capitalismo, che possiamo suddividere in due categorie principali. Una prima categoria, nella quale si è cercato di bilanciare gli interessi di capitalisti e lavoratori limitando le capacità organizzative di entrambi. Una seconda categoria, nella quale questo equilibrio ha portato a una concentrazione di poteri di entrambe le parti sociali, con compromessi mediati dallo Stato. In queste varianti di capitalismo, la distribuzione dei diritti ha accompagnato lo sviluppo di specializzazioni e capacità diverse.
La storia del capitalismo americano riflette il primo caso. Già dalla seconda metà dell'Ottocento, quando la seconda rivoluzione industriale portò alla nascita di grandi imprese, gli USA avevano uno stato democratico consolidato, grazie alla vittoria sull'aristocrazia schiavistica e al supporto di numerosi imprenditori indipendenti. Questo ha permesso una reazione al potere delle grandi imprese, portando all'adozione di leggi antitrust, inizialmente applicate anche contro i sindacati dei lavoratori e, successivamente, a legislazioni contro le piramidi finanziarie. Da queste politiche, è nata la public company americana, caratterizzata da gerarchie di manager non proprietari, da un azionariato diffuso e, di conseguenza, da una separazione fra proprietà e controllo delle imprese. Questo modello ha conciliato democrazia e capitalismo, indebolendo sia l'organizzazione dei capitalisti, sia quella dei lavoratori, e permettendo una certa mobilità sociale.
La maggior parte delle altre economie ha seguito, invece, il secondo modello di conciliazione tra democrazia e capitalismo. In esse, ai tempi della seconda rivoluzione industriale, i privilegi aristocratici e dinastici erano ancora molto forti e non vi era uno stato democratico che potesse opporsi alla concentrazione del potere dei capitalisti. In queste economie, l'equilibrio dei poteri è stato ottenuto attraverso la formazione di sindacati e partiti socialdemocratici. Particolarmente rilevante è il caso tedesco della mitbestimmung (cogestione), che prevede che i rappresentanti dei lavoratori facciano parte del consiglio di amministrazione delle grandi imprese, insieme ai proprietari del capitale. Questo consiglio nomina i manager che prendono le decisioni operative, limitando l'interferenza della famiglia proprietaria nei compiti esecutivi del management.
Altri paesi ancora, come l’Italia, hanno visto nell'industria pubblica gestita da manager professionisti un modo di conciliare democrazia e capitalismo. Dopo una fase di notevoli successi, la degenerazione dell’uso del potere politico di indirizzo strategico delle imprese pubbliche è stata affrontata con un ciclo di privatizzazioni che non si è dato affatto carico di costruire un governo societario adeguato.
Tra il 1982 e il 1999, il capitale tangibile delle maggiori imprese globali è sceso dal 62% al 16%, sostituito da beni intangibili come i diritti di proprietà intellettuale.
Dagli anni ’90, il rapporto tra democrazia e capitalismo è stato sconvolto da cambiamenti globali, come l’integrazione dei mercati finanziari e il decentramento della produzione. L’integrazione dei mercati finanziari, la trasformazione dei monopoli in diritti di proprietà intellettuale garantiti da istituzioni internazionali e il decentramento della produzione hanno messo in crisi i diversi modi di rendere compatibili democrazia e capitalismo. L'integrazione dei mercati finanziari e la creazione di grandi fondi d'investimento hanno permesso al capitale di sfruttare la sua mobilità, impiegando lavoratori costretti ad accettare salari più bassi. Questa asimmetria ha portato a una redistribuzione a favore dei profitti, aumentando significativamente le disuguaglianze. I monopoli intellettuali, astutamente ribattezzati come diritti di proprietà intellettuale, sono stati visti come dei nuovi beni capitali intangibili, che hanno costituito la base per un’enorme espansione della finanza. Questa monopolizzazione della conoscenza ha creato una gerarchizzazione tra le imprese detentrici della cosiddetta proprietà intellettuale e le altre imprese. A queste ultime, si può decentrare parte, o persino tutto, il processo produttivo, senza pericolo che esse possano poi essere in grado di fare concorrenza all'impresa monopolistica appaltatrice. Il decentramento della produzione ha reso più difficile per le imprese subordinate competere con le imprese monopolistiche, contribuendo ulteriormente ad aumentare le disuguaglianze. Sono stati così messi in crisi tutti e due i modi in cui il capitalismo di tipo americano e quello europeo hanno cercato di conciliare democrazia e capitalismo.
Tra il 1982 e il 1999, il capitale tangibile delle maggiori imprese globali è sceso dal 62% al 16%, sostituito da beni intangibili come i diritti di proprietà intellettuale. Con la creazione di grandi fondi di investimento e la monopolizzazione delle conoscenze, la conciliazione fra capitalismo e democrazia diventa sempre più difficile.
Allora, che fare?
Pensiamo sia fondamentale mirare a un riequilibrio del rapporto fra democrazia e capitalismo, reintroducendo forme molteplici di condizionamento del controllo dei mezzi di produzione, materiali e immateriali: partecipazione strategica di lavoro e cittadinanza alle imprese; rilancio delle politiche di tutela della concorrenza; ruolo strategico delle imprese possedute dallo Stato; promozione di forme non capitalistiche di produzione (cooperazione e mutualismo); offerta di piattaforme digitali di proprietà pubblica che blocchino il crescente condizionamento dell’informazione da parte di piattaforme digitali private. Su diversi di questi punti il ForumDD ha avanzato proposte.
I monopoli intellettuali vanno limitati sia ex-ante, nella fase della loro attribuzione, sia ex-post, ovvero quando la loro applicazione entra in conflitto con lo sviluppo di ulteriori innovazioni, o con la salute e il benessere della società. Va, invece, incentivata una scienza aperta, finanziata in gran parte da istituzioni pubbliche, che permetta di continuare a investire in conoscenza, il bene comune più importante della nostra specie. Una scienza aperta, disponibile a tutti, favorisce mercati aperti mentre una scienza protetta dai cosiddetti diritti di proprietà intellettuale porta a un capitalismo dei monopoli intellettuali che accresce sia le disuguaglianze sia la concentrazione dei poteri.
A nostro avviso, Il WTO (World Trade Organization) dovrebbe essere, quindi, riformato per promuovere la conoscenza condivisa, evitando che gli Stati sfruttino quella pubblica prodotta altrove, mentre privatizzano la propria. Siamo convinti che la partecipazione al commercio internazionale debba essere condizionata a un investimento minimo in scienza aperta e che vi debba essere un organo internazionale in grado di valutare rapidamente se alcuni diritti di proprietà intellettuali sono in contrasto con importanti finalità pubbliche.
Come abbiamo detto, esistono diverse varietà di capitalismo e il capitalismo dei monopoli intellettuali è solo una di esse che può e deve essere profondamente riformato, riducendo le posizioni di rendita, le disuguaglianze e la stagnazione che esso genera. Riteniamo importante andare verso una forma di capitalismo, caratterizzato da mercati aperti e scienza aperta, che ci permetta di superare la monopolizzazione dell’economia e ci sembra evidente che questa organizzazione dell’economia richieda infrastrutture pubbliche che producono e diffondono conoscenza e che stimolano il suo utilizzo.
Bibliografia:
Braverman H, Lavoro e Capitale Monopolistico, Einaudi editore, 1980.
Marx K., Il Capitale V. 1. A cura di Roberto Fineschi, Einaudi editore, 2024.
Pagano U., Rossi M. A., Come sorridere anche noi. Accesso alle conoscenze, crescita economica e riduzione delle diseguaglianze. L’Industria V. 4 pp. 693-717, 2019.
Pagano U., Proprietà e controllo delle grandi imprese: un’interpretazione del resistibile declino italiano, L’Industria N. 2 pp. 223-152, 2019.
Pagano U., Privatizzazione della Conoscenza e Creazione di Intangibili. Ianus N. 27, giugno 2023.
Pagano U., Europa-Mondo. Radici e missione internazionale dell’Europa. In Quale Europa a cura di Granaglia E. e Riva G., Donzelli Editore, 2024.
Polanyi K., La grande trasformazione, Einaudi editore, 2010.
Pistor K., Il Codice del Capitale, Luiss University Press, 2021.
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