Street Art. Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande

Questo era il payoff di una nota pubblicità di qualche tempo fa.

Le città sono fatte di tante cose: alcune di queste sono degli errori, o almeno appaiono tali agli occhi dei più. Una grande parete cieca appare sempre come un errore, come un’occasione sprecata. Ci si poteva pur mettere una finestra, in fondo sarebbe servita a qualcosa. Una delle tendenze della street art è rispondere a questo genere di errori, ovvero di dare un senso alle grandi pareti cieche. Più è grande la parete, più grande è l’opera, più forte può essere il messaggio.

Palermo è piena di errori ed è piena di questi rammendi di senso proposti dalla street art. Facce gigantesche di eroi della lotta alla mafia e temi più o meno mistici urlano da queste pareti cieche, donandogli un senso.

Il progetto Traiettorie Urbane, che si occupa di raccontare in modo differente alcune traiettorie interne alla  città di Palermo, avrebbe potuto scegliere di operare in quel modo, ed in parte ha scelto di farlo, ad esempio con l’opera dedicata a Pio La Torre e Rosario Di Salvo, oppure, con altro sguardo, come nell’opera di Demetrio di Grado all’interno dei Cantieri Cultruali alla Zisa. Tuttavia ha scelto anche un altro punto di vista dell’intervento artistico sui muri della città. Una modalità più intima, meno monumentale e per questo più difficile e meno rappresentabile. Ha scelto un’azione, che fosse in grado di proporre al contempo una partecipazione attiva delle ragazze e dei ragazzi coinvolti del progetto.

Il termine partecipazione porta con se moltissimi sensi ed è utile chiarire quale sia quello usato nel contesto del progetto Traiettorie Urbane ed in particolare rispetto alle attività del laboratorio di street art, che mi accingo a raccontare.

In un importante scritto del 1969 Sherry Arnstein poneva le basi epistemiologiche di ciò che fosse la partecipazione rispetto ai processi generativi della città. In quello scritto veniva definita una gradazione che oscillava dalla manipolazione, al controllo diretto dei cittadini rispetto alle scelte ed alle azioni che fanno la città. I gradi di partecipazione sono secondo Arnstein, partendo dal basso: manipolazione, terapia, informazione, consultazione, conciliazione, partnership, poteri delegati ed infine controllo dei cittadini.

In quegli stessi anni Marshall McLuhan scriveva un testo altrettanto importante “Gli strumenti del comunicare”, che definiva come una parte del messaggio contenuto nei media, appartenesse ai media stessi, ovvero, che differenti forme di espressione di messaggi, necessitassero di maggiore o minore completamento da parte dei recettori dei messaggi stessi. Mettendo insieme questi due punti di vista, il progetto Traiettorie Urbane ha disegnato la sua strategia rispetto all’intervento di street art.

Se proviamo a spostare di nuovo l’attenzione sulle opere descritte in apertura e le analizziamo dal punto di vista comunicativo sono un discorso, che viene proposto al pubblico. Il loro stile realistico riduce la possibilità di completamento da parte degli interlocutori: chi guarda un murales di questo genere subisce il messaggio. Questo modo di operare è estremamente consolatorio, perchè consente al “lettore” dell’opera di sentire che, almeno ad un certo livello, la comprende. Per molti versi quindi, se si riferiscono queste opere alla scala di partecipazione di Arnstein, ci troviamo sui gradini più bassi. Tuttavia percorrere anche i gradini più bassi è necessario per salire qualsiasi scala.

Traiettorie Urbane ha affidato l’attività di street art ad un artista napoletano: Kaf. L’opera di questo artista, insieme al suo sodale Cyop, si è caratterizzata per opere enigmatiche, poste spesso alla quota umana, per opere che non si esprimessero in un punto ma in un percorso, per opere definite insieme a ragazze e ragazzi.

Il percorso di costruzione del laboratorio è partito dalle attività di mappatura fatte con le ragazze ed i ragazzi delle scuole. Questi incontri hanno portato ad una conoscenza intima della traiettoria che, partendo da piazza Noce, arriva a Danisinni, passando per i Cantieri Cutlurali alla Zisa. Durante queste passeggiate di mappatura i ragazzi erano  “armati” di gessetti e veniva chiesto loro di commentare i segni che trovavano in città. La regola era piuttosto semplice: si poteva disegnare ciò che si voleva ma almeno una linea doveva già esistere. Non si trattava di coprire quei segni ma di commentarli per farli diventare qualcos’altro. Questa prima fase è stata importantissima, perché ha definito un nuovo rapporto tra i ragazzi e lo spazio urbano, un rapporto attivo, in cui si può dire la propria, saldando insieme molti degli aspetti che riguardano la scala della partecipazione. L’esperienza artistica di streetart impone la scelta di agire e l’agire stesso. Molto spesso durante queste azioni ci si ritrova a prlare con i cittadini, che sono sorpresi da questa azione, che è palese. Molto spsso si istaura un dialogo che si basa su ciò che potrebbe essere il disegno proposto. l’esperienza stessa di questo modo di intendere la streetrt è partecipativa perchè impone un coinvolgimento diretto di operatori e cittadini.

Chiaramente la scelta dei gessi ha deresponsabilizzato i ragazzi rispetto all’esito delle loro azioni. Dopo questo primo set di incontri e dopo uno studio approfondito sulle modalità di intervento rispetto ai luoghi scelti si è proceduto alla vera e propria definizione del percorso di street art. Dalla Noce a Danisinni sono stati messi in opera più di 80 segni, in alcuni luoghi con degli elementi più grandi e visibilli ed in altri con degli interventi più minuti. In strada, a sporcarsi le mani con colla e vernici un gruppo di ragazzi ha seguito tutti gli interventi, ha giocato a disegnare sugli elementi residuali della città su cui l’intervento si è concentrato. Questo aspetto è particolarmente importante, perchè ha svelato ai ragazziun punto di vista differente di rapportarsi con gli spazi della città  e ha fatto vedere loro cose che non avrebbero notato altrimenti. Gli interventi non si sono concentrati su pareti liscie e pulite ma, al contrario, ha privilegiato vecchi pannelli per la pubblicità ormai in disuso, sportellini dei contatori scrostati, totem per la fermata degli autobus dismessi, cassette postali abbandonate, etc. Anche in questo senso il laboratorio ha portato a vedere con occhi nuovi ciò che esiste. Il giorno più bello del laboratorio è stato l’ultimo, quando il gruppo di ragazzi, che ha seguito per intero il laboratorio, (altri gruppi ruotavano e seguivano singole giornate del laboratorio), si è trovato in piena autonomia ad operare sui muri. In alcuni casi il gruppo ha proposto forme più infantili ma anche delle forme legate al modo di operare di Kaf, dimostrando come l’esperienza di agire insieme avesse fatto passare nei giovani artisti delle informazioni che andavano al di là delle nozioni.Le forme disegnate in quest’ultima fase del laboratorio sono spesso  ambigue. Sono state disegnate figure, che mettono in movimento un processo di completamento in chi le guarda. Questo movimento dell’immaginazione è alla base della partecipazione. Nel vedere queste figure tutti possono trovare ciò che vogliono, possono riflettere sugli scarti della città e possono scegliere da che parte stare. In questo senso l’intervento non ha soltanto degli esiti diretti sui ragazzi ma si propone come una piattaforma continua di partecipazione in quel grande affresco partecipativo che è la città.

Ripercorrere la traiettoria urbana, fisicizzata dall’intervento artistico è un’esperienza emozionante, perchè coagula in una realtà fisica il progetto. Insieme alla mappatura, l’intervento di street art è un atto fondativo della nuova traiettoria urbana, che ricuce i quartieri Noce, Zisa e Danisinni. Proprio ripercorrendo la traiettoria mi sono ritrovato ad osservare come alcuni interventi fossero stati “commentati” da altre persone. Lì per lì mi ha assalito un attimo di sconforto, perchè ho pensato che le opere sarebbero potute essere non comprese. Poi, però ho capito. L’intervento seviva proprio a quello: a stimolare una riflessione ed una partecipazione, in qualche misura una ribellione. Poco importa il livello artistico di questi interventi, importa che qualcuno abbia desiderato partecipare al racconto di una città nuova. In definitiva oltre alla partecipazione delle ragazze ed i ragazzi che si sono sporcati le mani con i pennelli, resta sulle pareti un invito a completare dei messaggi ed uno sprone ad agire sul corpo della città.




ALLY Super Love: un esperimento sociale

ALLY Super Love è un esperimento sociale, culturale ed artistico, che ha lintento di abbattere la distanza, fatta di giudizio ed etichette, che intercorre tra gli orientamenti sessuali: sia al loro stesso interno in termini di credenze e doveri, che nei delicati equilibri che ne definiscono i confini e quindi la delimitazione con lesterno.
Attraverso la creazione di un
esperienza circolare e che agisce a più livelli, riunisce, i pilastri che fanno limmaginario sociale e culturale del nostro tempo, e pertanto limmaginazione che ispira unintera fetta della nostra collettività, transgenerazionale e transgenerica: Street Art, Beneficenza, Intento Sociale, Propaganda, Attivismo, Divulgazione, Amore, Alleanza (come il nome suggerisce). Einoltre ispirato dalla volontà di diventare un vero e proprio movimento itinerante che non solo entri in contatto con diverse comunità in diversi luoghi, ma che si muova tra il mezzo e lobiettivo -in un continuo scambio vicendevole- tra la volontà di fare sociale e quella di scuotere lemergenza culturale creando arte.

Venerdì 17 febbraio, a Roma, si svolgerà la prima edizione di ALLY Super Love, la mostra-evento ideata dagli street artist Aloha e Fakeiseasy, che vedrà coinvolti quindici tra i più importanti esponenti della Street Art italiana.

Un’occasione benefica che sostiene uguaglianza, rispetto e libertà ed un movimento di divulgazione sociale e culturale, in cui gli artisti Alice Pasquini, Er Pinto, Merioone, Sten e Lex, Stoker, Gojo, Kiddo, Uno, Verbo, Yap Willy, Homo Riot, Marfy e Nikky, sono chiamati a rispondere attraverso unopera, nel modo personalissimo che caratterizza ognuno, alla domanda: Cos’è per te lAmore?

Ad ospitare l’evento, lo storico Circolo Arci romano Angelo Mai” alle Terme di Caracalla, territorio transgenerazionale, che da sempre abbraccia progetti che vanno oltre il puro clubbing, nellintento di creare tempi e spazi di raccolta sociale e confronto, nutrendo un circolo virtuoso di energia creativa.

La serata è in collaborazione con La Roboterie, crew techno queer fondata nel 2007 a Roma e protagonista incontrastata della scena notturna italiana, e con il festival di cultura queer Nostri i corpi Nostre le città”.

I quindici pezzi unici – dei quali è stato realizzato un formato cartolina – verranno esposti e messi in vendita durante levento del 17 febbraio e i proventi della vendita del package/cofanetto di queste cartoline damore, verrà devoluto all’associazione Non una di meno che sostiene femminismo e transfemminismo.

L’evento inizierà alle 21.00 e seguirà un talk sul tema dell’Amore Libero, condotto da Iwanda Sbelletti Pellegrini -iconica drag queen romana- e Gianni Chelli -fondatore de LaRoboterie e del festival Nostri i corpi Nostre le città”, storico Dj. Interverranno, tra gli altri, la portavoce di Non una di meno”, Alessia Crocini, Presidente delle Famiglie Arcobaleno”, la cantautrice Romina Falconi. Durante il talk, collegamento con New York con Dusty Rebel, nome darte di Daniel Albanese, street artist ed attivista newyorkese che esplora e da voce con le sue opere (che approdano anche nel campo delle performance e della fotografia), alla libertà di essere queer e che presenterà in prima mondiale il suo documentario sulla Queer Street Art Out in the streets”.

Abbiamo incontrato co-ideatore di questo evento – che mira a diventare un vero e proprio movimento di propaganda itinerante – Aloha, street artist che dal 2010 contamina le strade di Roma, Berlino, Londra e New York con la sua  arte ricca di suggestioni camp e quel/punk.

Com’è nato questo progetto?

ALLY Super Love nasce innanzitutto dalla voglia di fare arte insieme ad altri artisti, nel saldo credo che la forza trasformativa e migliorativa dellarte ed in particolare della street art, abbia una valenza sociale e rivoluzionaria dallimpatto indiscutibile e sempre virtuoso. Nello specifico, abbiamo voluto creare sia da un punto di vista di organizzazione dellevento -a partire dagli artisti coinvolti, allampio e fertile terreno dedicato al talk, alla serata LaRoboterie- che di messaggio comprese quindi le cartoline damore, che saranno disponibili alla vendita anche dopo la serata del 17- unoccasione di vera alleanza sul tema universale dellamore: tra gli artisti e la loro arte, tra i generi, tra gli orientamenti sessuali, tra le più variegate realtà, e tra i vari target di utenza (chi gravita nel mondo dellarte, dello spettacolo, dellassociazionismo e dellattivismo, della vita notturna: giovanissimi, giovani e meno giovani) che attraverso Ally Super Love troveranno voce.”

Perché proprio l’Angelo Mai?

LAngelo Mai è uno di quei luoghi -nella Capitale, ma in scala nazionale- che riesce a tenere insieme storicità e innovazione. È un luogo imprescindibile per un simile dibattito, in una posizione magistrale, per chiunque abbia frequentato e frequenti il mondo del clubbing ma anche quello dellimpegno sociale: ha il valore incommensurabile di mantenere protetto il proprio ruolo di primato, allinterno delle realtà della vita notturna romana, facendo però forza sul rinnovamento. Tutto ciò che accade allAngelo Mai va ben oltre il puro clubbing, e – ispirato da ideali quali linclusività, limpegno sociale e la solidarietà – si rinnova di generazione in generazione. Eun pò come un grande indiscutibile monumento al popolo, che però non rimane mai immutato, e che ha invece la capacità di accogliere e di arricchirsi di nuovi temi, nuove ispirazioni, nuovi pubblici. Per questo non abbiamo avuto dubbi nel rivolgerci allAngelo mai, che è per noi un grande -appunto- Alleato, che collabora da tempo -tra le tantissime altre realtà- anche con il festival Nostri i corpi nostre le città”.”

I PROTAGONISTI

Angelo Mai https://www.angelomai.org

Non una di meno https://nonunadimeno.wordpress.com

LaRoboterie https://www.instagram.com/laroboterie

Aloha https://www.instagram.com/alohastreetart/

Fakeiseasy https://www.instagram.com/fakeiseasy/

XNovo https://www.xnovo.it/xnovo

Alice Pasquini https://www.alicepasquini.com

Er Pinto https://erpinto.it

Merioone https://www.fishesinvasion.com

Sten e Lex https://www.instagram.com/stenlex/

Stoker https://www.instagram.com/5toker/

Gojo https://instagram.com/kiddobarna?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Kiddo https://instagram.com/just_kidding_you?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Uno https://instagram.com/idontcareaboutuno?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Verbo https://instagram.com/v3rbo?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Yap Willy https://instagram.com/yapwilli?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Homo Riot https://instagram.com/homoriot?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Marfy https://instagram.com/marfy_bic?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Nikky https://instagram.com/nikky_spazio?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Dusty Rebel https://instagram.com/dustyrebel?igshid=YmMyMTA2M2Y=

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Immagine di copertina da Aloha streetart




La street art deve essere potente, spontanea, effimera e illegale

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica. Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Oggi incontriamo Stefano Aufieri un organizzatore, curatore di eventi culturali relativi all’universo della cultura urban. Dopo una serie esperienze lavorative in importanti aziende del settore delle energie rinnovabili, Aufieri ha accettato la sfida di sviluppare e dirigere lo spazio espositivo Palazzo Velli Expo. Nei tre anni di direzione tecnologia, sottoculture urbane e mondo pop hanno dialogato insieme creando delle esperienze volte a favorire la fruizione di linguaggi solitamente non accessibili al pubblico “mainstream”. Dal 2017 è curatore e responsabile commerciale dell’Associazione Culturale Up 2 Artists.

Leggi qui il precedente intervento

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

Non sono in contrapposizione per quel che riguarda il mio approccio con la cultura urbana essendo due linguaggi aventi sì una radice natia ma dissonanti nell’approccio alla collettività.
La street art è libera, spontanea ed effimera e non avendo commissione pubblica o privata che sia, concede libero sfogo al pensiero creativo di un artista ed anche a chi ne fruisce.

L’arte pubblica è invece su commissione e quindi soggetta a regole, possibili revisioni, autorizzazioni ma soprattutto può essere discussa, negoziata, quotata.

Come le distingueresti?

Street art: potente, spontanea, effimera e illegale

Arte pubblica: intervento creativo in spazi “aperti” commissionati da un ente pubblico (comune, regione, ente, ecc.) o da un semplice privato (condominio, azienda, proprietario immobile, ecc.)

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

Se parliamo di street art a parer mio bisogna partire da un parametro etico e morale più che legislativo. Nel momento in cui un artista decidesse di esprimersi in spazi pubblici e senza autorizzazioni, dovrebbe sempre agire tenendo conto di tutte le conseguenze. L’opera d’arte prodotta secondo i principi di cui sopra, risulta naturalmente soggetta ad una serie di conseguenze positive e negative: da un lato si ha la possibilità di lanciare un messaggio (politico, sociale o semplicemente di auto celebrazione) ed arrivare facilmente ad un pubblico molto vasto, dall’altro, i suoi fruitori dovrebbero essere liberi di fotografarla, cancellarla, modificarla o in casi estremi, che io moralmente condanno, addirittura rimuoverla.

La regola principale del “gioco” della street art è che la strada decide, non l’artista né tanto meno una serie di normative.
Nel caso dell’arte pubblica (soggetta a commissione) invece bisognerebbe affidarsi alla giurisprudenza che a mio parere si esprime in maniera piuttosto chiara in tema di diritto di autore e proprietà intellettuale e il loro conseguente sfruttamento per scopi commerciali o semplicemente divulgativi.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

Come descritto nella domanda precedente la street art non dovrebbe essere né tutelata né protetta perchè andrebbe a privarsi della sua essenza… della sua linfa vitale. Nel caso di un’opera di arte pubblica su commissione è opportuno che un artista si affidi ad un legale esperto in diritto di copyright.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

Andrebbero secondo me organizzati dei tavoli dove artisti, curatori, amministrazioni pubbliche e rappresentanze dei cittadini discutano sull’effettivo valore di un intervento in spazi pubblici.

Il tema risulta molto complesso perchè quando andiamo a elucubrare su riqualificazione, rigenerazione e valorizzazione di spazi pubblici entriamo anche in una sfera di gusti soggettivi dove è arduo conseguire consensi univoci.

Sicuramente il dialogo, l’analisi, il confronto potrebbero essere un buon punto di partenza per andare a delimitare i confini tra interventi volti alla valorizzazione o semplicemente decorativi.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

Penso da semplice curatore e amante della cultura urbana che una serie di normative sulla street art spoglierebbero la stessa dei suoi principi nativi: effimera, libera, spontanea.

Come si può favorire la street art?

Non credo si debba favorire la street art mentre se si parlasse di arte pubblica o muralismo le amministrazioni pubbliche dovrebbero creare delle task force di esperti (legali, storici dell’arte, curatori, urbanisti) che aiutino gli artisti a comprendere in maniera trasparente come tutelarsi e come collaborare in maniera pro attiva con le stesse.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

Non essendo né un legale né un legislatore non ho le competenze per dare un giudizio tecnico ma a parer mio, stabilire in maniera limpida i confini tra interventi etichettati come vandalismo e quelli afferenti invece al campo della valorizzazione artistica, sarebbe il primo passo per formulare una serie di normative a tutela degli artisti e del patrimonio pubblico.




L’arte ci aiuta a sopportare l’isolamento, per questo abbiamo bisogno di un recovery fund culturale

La solidarietà si è messa in moto anche in campo artistico in questa stancante situazione di emergenza. Se da una parte musei grandi e piccoli si sono fin da subito ingegnati per continuare la loro missione culturale attraverso gli strumenti social, gli artisti contemporanei, soprattutto gli street artist, hanno dimostrato di voler essere uno degli attori di questa fase storica. Come?

Partecipando alla vita delle loro città, mettendo all’asta opere per finanziare ospedali o altri progetti di beneficienza legati all’emergenza e facendo quello che sanno fare meglio: rappresentare, dando una lettura di questo nostro momento di disagio, per continuare a nutrire l’immaginazione e stimolare la riflessione nelle persone.

Su queste due linee si muove l’arte durante l’emergenza: garantire conoscenza e diffusione delle opere e partecipare alla vita collettiva, raccogliendo fondi e raccontandola.

I musei italiani e stranieri si sono ingegnati per permettere agli utenti di continuare a sognare, interagire, divertirsi, imparare e stupirsi tramite le loro collezioni. Hanno provato a governare la fragilità della vita collettiva per trasformarla in risorsa.

Il sistema dell’arte istituzionalizzata ha trasferito alcune attività su internet, creando tour virtuali nei musei, ampliando il catalogo di opere sui siti, continuando l’attività di didattica dedicata ai bambini (che aiuta anche i genitori a gestirli). Queste iniziative hanno provato ad alimentare la trasformazione della fruizione culturale ed hanno dato vita ad un nuovo modo di pensare la fruizione, prima assolutamente marginale, ma che si può immaginare diventerà la modalità “ordinaria” di accesso al patrimonio culturale, almeno nella prima fase del post-epidemia, quando viaggiare ancora sarà sconsigliato e le persone reticenti a farlo.

I veri protagonisti dello scambio tra mondo della cultura e cittadini sono i social media

I veri protagonisti dello scambio tra mondo della cultura e cittadini sono però i social media, sia per la comunicazione fatta direttamente dai vari istituti (spiegazioni di opere e luoghi fatte da curatori, personale del museo, direttori) sia per le iniziative che hanno coinvolto, con notevole successo, il pubblico sui social media.

Le iniziative sono le più varie ma hanno in comune il voler avvicinare le persone alle collezioni e ai luoghi culturali con linguaggi differenti da quello classico di spiegazione, più affini alla leggerezza dei mezzi e più vicine alle sensibilità degli utenti. (Qui per le iniziative promosse dagli istituti Mibact).

Diverso e complementare è invece il ruolo dell’arte contemporanea in generale e degli street artist in particolare. Questi hanno raccontato e interpretato la crisi attraverso le loro opere regalate ai muri delle città ma anche continuando a veicolare i loro messaggi su internet perché l’arte in strada non è più facilmente fruibile. (qui un servizio di focus sull’arte di strada dedicata alla quarantena). Ma sono stati soprattutto protagonisti della solidarietà verso ospedali ed enti no profit.

Lo strumento innovativo utilizzato è stato quello delle aste di beneficienza attraverso Instagram. Gli artisti, da soli o con il supporto delle Gallerie, hanno organizzato su profili o ricorrendo ad # delle aste, i cui proventi non transitano sui loro conti, ma vanno direttamente all’ente o associazione destinataria.

Queste iniziative testimoniano la solida rete presente nel mondo dell’arte “spontanea” e l’attenzione verso il contesto sociale di riferimento. Se in alcuni casi le iniziative si sono svolte in sostegno di enti nazionali o lontani dal contesto locale di riferimento (ospedale Spallanzani, ospedali civili di Brescia, Croce Rossa), più frequente è stata la dinamica cittadina, la volontà di venire in auto ad un certo territorio con iniziative locali connotate da un forte impatto sociale (come #streetartistperfirenze; #unitiperbologna, a cui hanno partecipato anche tattoo artist) promosse da artisti cittadini, principalmente con la partecipazione di altri artisti cittadini, anche molto noti. Una di queste in particolare (#unitisisvolta) ha il merito di aver promosso un’asta per aiutare il tessuto sociale più debole, quello di cui meno ci si ricorda ma che vive nelle condizioni peggiori, raccogliendo fondi in favore di persone che non hanno una casa, vittime di violenza, tratta, sfruttamento lavorativo o escluse dai percorsi di accoglienza.

Le aste sono trainate da street artist e artisti già affermati, ma sono anche un modo per arricchire il panorama artistico dando spazio al percorso e al lavoro di artisti meno conosciuti, che hanno così l’occasione di farsi notare, e sono accomunati tutti dalla volontà di rendere l’arte simbolo di speranza, mutuo soccorso e positività.

L’arte urbana si è messa in moto spontaneamente ed ha fatto ricorso a nuovi spazi di comunicazione

L’arte urbana si è messa in moto spontaneamente ed ha fatto ricorso a nuovi spazi di comunicazione per adattare vecchi strumenti di solidarietà (le aste di beneficienza) e partecipare dello sforzo collettivo contro l’emergenza sanitaria e la crisi sociale che la segue. La donazione diretta di opere da mettere in asta ha espresso così la volontà di questo mondo di trasmettere valori essenziali come quelli di condivisione, solidarietà e partecipazione. Ma chi aiuta gli artisti? Questa domanda non ha una risposta soddisfacente.

Il sistema dell’arte è sicuramente uno dei più colpiti dalle misure emergenziali, perché vive soprattutto di relazioni sociali e spaziali, di presenza negli spazi pubblici e di partecipazione. La parte più fragile del mondo dell’arte è costituta da artisti emergenti, spazi no profit e piccole gallerie che una lunga inattività porta a non potersi più sostenere. Le piccole realtà artistiche spesso sono le più dinamiche del contesto cittadino, garantiscono spazi di espressione e sperimentazione ma proprio per il loro non essere legati a filiere strutturate ne comporta la maggiore fragilità. Penso sia alle piccole gallerie che danno spazio ad artisti poco noti, sia agli artisti stessi, che come gli altri hanno dovuto chiudere gli studi e con questi la possibilità di vivere delle proprie creazioni.

Alcune misure economiche sono state promosse dal Governo per provare a mitigare le conseguenze economiche dell’emergenza sul settore culturale, ma si tratta appunto di contributi simbolici, o comunque distribuiti su una platea amplissima di destinatari. (Qui per un approfondimento, anche su cosa è stato fatto all’estero). Situazione che ha portato l’arte ad aiutare sé stessa, con strumenti di mutuo soccorso tra gallerie e artisti che collaborano con loro, per rilanciare l’arte e sostenere gli artisti, come ha fatto la galleria Rosso27.

Alcuni artisti hanno spostato sui canali social le vetrine dei loro studi. Lo stesso hanno provato a fare le gallerie, soprattutto le indipendenti, come la Street Levels Gallery, che si stanno organizzando per essere presenti con piattaforme on line per portare avanti la loro missione di cultura, informazione e narrazione dei progetti degli artisti.

C’è bisogno di un recovery fund culturale

La digitalizzazione degli spazi permette anche di assecondare le richieste di un pubblico che sembra ancora più interessato all’arte in pubblico Lo spostamento su internet della vita artistica, comprese le aste, ha infatti permesso di venire a conoscenza del fatto che alcune opere di street art si possono comprare. Soprattutto però, resistono consapevoli delle difficoltà che saranno presenti anche dopo la fine dell’emergenza, perché a causa della crisi economica che seguirà a quella sanitaria i compratori di arte potrebbero diminuire e con essi la possibilità di finanziare progetti e fare informazione culturale.

Queste iniziative nate spontaneamente però non danno una soluzione definita e su larga scala a come sostenere il mondo dell’arte in generale e della street art in particolare. Soluzione che potrebbe essere cercata attraverso l’intervento di quella stessa rete istituzionale ed associativa che ha promosso l’intervento dell’arte a sostegno di chi lotta per contenere il contagio, anche facendo pressione a livello nazionale.

C’è bisogno di un recovery fund culturale. Nell’America del dopo Seconda Guerra Mondiale e, ancora prima, con il New Deal, l’amministrazione americana aveva previsto incentivi statali per la cultura, perché aveva capito la necessità di vincere anche la guerra culturale oltre che quella sui campi di battaglia. Grazie a quella lungimiranza furono prodotti alcuni capolavori del cinema, come Citizen Kane (Quarto Potere).

Certo, quella in corso non è una guerra, ma allo stesso modo il sistema paese non può ripartire senza un approccio anche culturale alla ripresa. C’è bisogno di una strategia che coinvolga consumatori di arte e istituzioni, perché l’arte è anche economia e ricchezza e perché dietro ad un’opera c’è una vita.




La street art in Italia esiste, è ora di valorizzare le opere e gli spazi pubblici che le ospitano

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica.

Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Oggi incontriamo Roberto Colantonio, avvocato Cassazionista e autore del volume Arte condivisa; il primo testo italiano a occuparsi di tematiche legali di art sharing. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo La Street art è illegale?, Compendio di diritto d’autore  e Il collezionista d’arte contemporanea.

Con lui abbiamo intervistato il writer BOL all’anagrafe Pietro Maiozzi che da Centocelle (quartiere romano recentemente assurto alle cronache per l’incendio della libreria La pecora elettrica) dove è nato, si impone come artista già negli anni Novanta. La sua azione artistica passa anche attraverso un ruolo di vero e proprio formatore di giovani artisti dai laboratori con i ragazzi a quelli del Carcere Minorile Casal Del Marmo. Attualmente BOL è impegnato in diversi progetti artistici ed è tra i principali esponenti della scena dei designer toys capitolina con i progetti di Lallo il Pappagallo e Squiddy.

E infine abbiamo parlato con lo street artist surrealista Mauro Sgarbi formatosi alla Scuola Romana dei Fumetti ha contribuito con alcuni suoi lavori alla nascita nel 2014 del MAAM di Roma, il Museo dell’altro e dell’altrove metropolitano ideato da Giorgio De Finis

Leggi qui il precedente intervento: Street Art o Arte Pubblica? Dal vandalismo alla valorizzazione dell’arte negli spazi pubblici

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

BOL: Non amo per niente le definizioni, ma se proprio costretto definisco streetart tutti i tipi di arte fatti per strada, nei luoghi abbandonati come in quelli pubblici, nelle città o nelle campagne, con qualsiasi mezzo e tecnica riguardi, soprattutto il visuale. Arte pubblica rientra nella streetart come il writing (basta chiamarlo “graffiti”, non siamo preistorici, va bene anche “lettering” se ci aiuta a capirci meglio e a distinguerlo dal figurativo fatto a spray dagli stessi writers) e comprende anche altre tecniche di intervento urbano, dai giocolieri ai semafori alle proiezioni video sui palazzi, agli stickers, alla posterart ecc.

Mauro Sgarbi: Proprio in contrapposizione non direi, ma sicuramente sono due differenti tipi di intervento artistico anche se entrambi vengono eseguiti per strada.

Roberto Colantonio: La differenza tra interventi spontanei e opere commissionate, con committenti pubblici o sponsor privati, attiene alla natura giuridica dei rapporti che si vengono a creare e all’ambito, extracontrattuale o contrattuale, dove ci si trova ad operare, con diversi risvolti penalistici e amministrativi. Nulla toglie che un’opera di Street art “non autorizzata” possa essere “adottata” da una pubblica amministrazione o dalle persone che abitano il quartiere, la strada dove è stata realizzata.

Come le distingueresti?

BOL: Distinguerei solo le tecniche ed i materiali con cui vengono realizzate le opere. Non faccio nessuna distinzione tra opere legali o illegali sono entrambe streetart. Quelle realizzate illegalmente nascono da un bisogno non riconosciuto pubblicamente e dunque assumono un valore per me maggiore delle altre, sarebbe auspicabile un maggiore rispetto di queste opere da parte di chi ha la possibilità di realizzarne di legali, perché chi le realizza di nascosto corre un rischio non indifferente, non viene mai pagato e lo fa solo per passione sacrificando sé stesso, il suo tempo e le sue risorse.

Mauro Sgarbi: La Street Art è una forma d’arte illegale che parla prettamente della società attraverso le immagini e di solito ne evidenzia o soprattutto ne critica le storture e le contraddizioni. Il più noto esponente di questa forma d’arte al mondo è proprio Banksy. Essendo una forma d’arte appunto illegale, la sua esecuzione deve essere molto veloce e quindi si adottano tecniche specifiche come lo stencil e le immagini non saranno mai di grosse dimensioni.

L’Arte Pubblica invece, è una forma d’arte legale e il più delle volte è qualcosa di commissionato. Di solito viene eseguito su facciate molto grandi di palazzi per il quale è necessario investire molto tempo e mezzi. Essendo qualcosa di commissionato, molto spesso il soggetto viene concordato prima richiedendo la produzione di un bozzetto.

Roberto Colantonio: Due sembrano essere elementi caratterizzanti la Street art: il luogo e il consenso, quest’ultimo può essere declinato in senso affermativo, negativo (opposizione) o neutro (tolleranza). La Street art procede dal basso verso l’alto, l’Arte pubblica solitamente dalla direzione opposta, in un percorso che idealmente si dovrebbe incontrare a metà strada. Entrambe creano consenso.

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

BOL: Sono da sempre contro il copyright, sono per la libera circolazione delle idee e delle produzioni. Se produci qualcosa e lo poni in bella vista di tutti, non vedo perché gli altri non possano utilizzarlo, farlo proprio, arricchire la propria esistenza e quella altrui diffondendolo, pubblicandolo ecc. Se vuoi impedirlo per motivi economici, tienilo nel cassetto di casa tua finché non riesci a venderlo al miglior offerente. Ve la dico con una rima di DJ Gruff “”…hanno già acquistato il copyright della scena, stanno costruendo una nuova galera…”

Mauro Sgarbi: Sinceramente non saprei dire se c’è stato veramente una evoluzione in merito a questo tema. Mi sembra che le cose a livello legislativo siano ancora come erano anni fa.

Roberto Colantonio: Con copyright si traduce, approssimativamente, da sistemi di common law, l’istituto del diritto d’autore che, nel nostro ordinamento, ha radici diverse. Il diritto d’autore ha l’indubbio merito di mettere al centro di ogni discorso, l’autore. La retribuzione dell’artista oggi è uno dei punti dolenti da affrontare. Ma il diritto d’autore è un diritto proprietario che si scontra con una sensibilità moderna orientata più verso la fruizione che il possesso, la condivisione rispetto all’esclusiva e a ritagliare uno spazio consistente ai Beni comuni in queste nostre città dove tutto è già preso, dove tutto è già di qualcuno.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

BOL: Si, anche se considero le leggi delle gabbie. Alcuni “animali” (veramente pochi per i miei gusti) comunque li terrei fuori dai piedi anche con delle apposite gabbie. Per quanto riguarda le azioni artistiche illegali toglierei subito le pene detentive da tre mesi a due anni e la multa per la recidiva dell’articolo 634 del codice penale. Tornerei alla vecchia versione dell’articolo che prevedeva l’obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi interessati, solo su richiesta del proprietario privato senza comprendere proprietà pubbliche. Lo farei in maniera retroattiva, così da dare a chi vive fuori l’Italia per questo motivo, una possibilità di rientro nel nostro paese senza conseguenze di tipo giudiziario.

Stabilirei, in aggiunta ai muri liberi già esistenti in molte città italiane, altrettanti spazi liberi dove poter dipingere o fare altre attività artistiche, che siano essi pubblici e accessibili da chiunque senza autorizzazione alcuna (come i “muri liberi” della delibera dell’Urban Act di Roma) che siano diffusi in tutte le zone della città, non solo in quelle periferiche, e che siano adeguatamente pubblicizzati, riconoscibili e fruibili da tutti.

Non tutelerei i muri autorizzati legalmente in nessun modo, non abbiamo bisogno di restrizioni ma di nuovi spazi, anzi direi che dopo qualche anno dovrebbero diventare automaticamente “muri liberi e muri per tutti”, non solo per chi ha ottenuto l’autorizzazione a dipingere. Vorrei che le generazioni future li prendano in consegna e decidano loro cosa debba rimanere e cosa dovrà venir rimpiazzato con qualcosa che gli appartenga maggiormente. Non sento il bisogno di artisti “calati dall’alto” (magari anche dall’estero, senza una reale radicazione e interazione con la popolazione locale) e di opere mastodontiche imposte da curatori o da amministrazioni politicizzate che ne fanno uso strumentale, elettorale, a volte puramente commerciale. Sento il bisogno di poter esprimere dal basso qualsivoglia tema da parte di qualsiasi cittadino, senza restrizioni e censure varie.

Giuridicamente questo è possibile non solo attraverso delibere comunali, ma anche con leggi nazionali. Sono certo che una legge nazionale per garantire il diritto a queste forme di espressione e lo stabilire la presenza di questi spazi in maniera obbligatoria in ogni città aiuterebbe molto.

Mauro Sgarbi: Se ci si riferisce all’arte eseguita per strada, penso che magari l’immagine creata sia giusto che venga “tutelata” come ad esempio viene fatto per le immagini eseguite per una illustrazione di un libro o un poster. Invece, per quel che concerne il muro dove viene eseguita l’opera, a mio avviso ritengo che debba rimanere sempre a discrezione del proprietario del muro.

Roberto Colantonio: Il legislatore, saggiamente, non definisce cosa sia arte e cosa non lo sia e tutela ogni creazione dell’intelletto. Tra queste rientrano senz’altro le opere di Street art.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

BOL: Il valore dell’opera non è nell’opera stessa, ma nella modalità in cui viene eseguita, dalle motivazioni che spingono chi la realizza, dalla possibilità di operare in un contesto di legalità senza restrizioni, da cosa genera la sua presenza sul territorio e molti altri elementi spesso svalutati o non presi in considerazione. Manutenzione e conservazione non servono a nulla rispetto al poter replicare l’esperienza che ha portato alla sua produzione in maniera libera da qualsiasi vincolo e autorizzazione anche trasformando l’opera stessa o lasciando che il tempo segni la sua fine. Non esiste una commissione di esperti che possa giudicare il valore di un’opera se non l’artista che l’ha realizzata, le persone che la vivono, la fanno vivere, la trasformano o la replicano come esperienza. Più che di valore di opere parlerei del valore dello spazio visuale, del suo consumo, sfruttamento e possibile valore sociale.

Mauro Sgarbi: Ritengo che le opere fatte per strada abbiano una loro vita perché di fatto interagiscono con il territorio in cui vengono inserite. Molto spesso alcune opere non rispecchiano il luogo o ancor di più il sentimento di chi abita quel luogo e può avvenire che poi vengano anche deturpate. A mio avviso questa è una forma di dialogo e rispecchia proprio la natura stessa dell’Arte che si fa per strada. Penso che ciò che vada preservato a livello legislativo sia un’opera di Arte Pubblica o quantomeno qualcosa che viene chiesto da parte della collettività. Il resto, sarà la strada a decidere. Per quanto invece riguarda l’immagine, penso che quella vada sempre e comunque tutelata.

Roberto Colantonio: La tutela dei Beni culturali in Italia è, sulla carta, molto pregnante. Ma i Beni culturali sono soltanto una parte, di assoluto valore certo, del nostro patrimonio storico, culturale e artistico. In quest’ultima area viene a collocarsi la Street art. Coniugare arte e impresa è una sfida che va posta innanzitutto su un piano culturale. Le sponsorizzazioni pubbliche, che sponsorizzazioni non sono, hanno avuto l’effetto indesiderato di rallentare se non fermare, momentaneamente, il fenomeno delle sponsorizzazioni private nell’arte. Più sponsor, che non ingeriscono nelle scelte artistiche, e meno mecenati, figure più ingombranti e personalizzanti, potrebbe essere una ricetta giusta.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

BOL: Le amministrazioni, una volta decisi gli spazi liberati dovrebbero lasciarli alla completa disposizione delle persone che li vivono con la loro arte, saranno loro a decidere cosa farne, come interagire con essi e come trasformarli nel tempo.

Mauro Sgarbi: Sinceramente non saprei cosa dire. La Street Art è una espressione che trova la sua cifra e il suo stile nella libertà che quindi cozza con le regole. Se invece parliamo di Muralismo o Arte Pubblica allora sicuramente quello è un bene che deve essere tutelato da chi commissiona l’opera. Se è il Comune ci dovrebbe pensare il comune a salvaguardare un bene che è della collettività, come avviene per le opere all’interno dei vari musei d’arte capitolini ad esempio.

Roberto Colantonio: Non sono sicuro della necessità di una legge sulla Street art, ora come ora.  La Street art è già regolamentata, direttamente o indirettamente, dal diritto d’autore e dai diritti reali e obbligatori (compravendita, multiproprietà, noleggio, fitto, comodato, etc.).

Aggiungere a questa tutela la protezione dei Beni culturali porterebbe a risultati contropruducenti (si tutelerebbe solo un numero limitatissimo di opere e solo dopo molto tempo dalla loro creazione e un Condominio di uno stabile di edilizia popolare si ritroverebbe una parete vincolata dalla Sovrintendenza!).

Attualmente, vedo più la necessità di lavorare a un tavolo congiunto per individuare precedenti, prassi e convenzioni. Qual è il minimo comune denominatore che unisce artisti spesso così diversi? Quali sono i loro “comandamenti”? Non crossare? Non copiare? Sono soltanto alcune ipotesi. Loro ci indicheranno le altre. La strada per un diritto consuetudinario della Street art è lunga, ma non impossibile. Considerando che la giurisprudenza è in via di formazione e non ci sono orientamenti consolidati.

Come si può favorire la street art?

BOL: Dando spazio libero all’arte dal basso, fornendo spazi a tutti senza alcuna distinzione dettata da sedicenti esperti. Senza regolamenti o autorizzazioni che ne limitino l’azione. Dando il nostro sostegno a curatori e progetti come quelli di Pinacci Nostri, Invisibile – Ex Muracci Nostri, quelle esperienze portate avanti dai Pittori Anonimi Trullo di Roma o del collettivo Wiola Viola a Milano che hanno coinvolto le persone abitanti nelle zone che hanno fatto dipingere, che hanno sviluppato conoscenze e pratiche innovative in questo campo. Questi sono esempi di come si può operare bene nelle nostre città favorendo una naturale trasformazione/evoluzione dell’arte in strada, di come la modificazione di uno spazio sia accettabile solo quando chi lo vive è protagonista del processo. Non ci sarebbero più murales sfregiati, ma trasformati secondo le esigenze espresse da chi vive quello spazio e lo vuole far suo contribuendo con l’azione diretta.

Mauro Sgarbi: La Street Art o Muralismo o Arte Pubblica o Urban Art, insomma, tutta quella forma artistica che viene fatta per strada in modo più o meno illegale, è quella forma d’arte che caratterizza questo preciso periodo storico. Penso che tra 100 anni, quando gli studiosi del 2120 studieranno l’arte di oggi faranno riferimento a questa forma d’arte. Quindi non penso vada favorita, l’arte è espressione della vita di tutti i giorni e riflette la nostra società. Ciò che arriverà intatta o in parte ai posteri, sarà frutto dell’opera di conservazione di qualcuno che lo avrà fatto per premura di conservazione di qualcosa da tramandare alla storia. So di sembrare molto fatalista, ma è quello che penso sia la forma più naturale per questa espressione artistica.

Roberto Colantonio: A medio-lungo periodo, creando precedenti nelle Corti di merito che, pur senza valore vincolante, potranno orientare il Giudice per i casi futuri. Non dimentichiamo che è un terreno nuovo anche per loro e che non si è formata ancora neppure una figura di “esperto di Street art” che possa affiancarli come c.t.u.

Nell’immediato, con un’esimente all’art. 639 c.p. per le opere di Street art per un reato che già, in larga parte, di natura contravvenzionale e ad alcuni regolamenti di polizia urbana adottati dai vari Comuni. Penso in particolare all’art. 22 del regolamento adottato dal Comune di Roma l’8.07.2019 che, pur elencando centurioni e figuranti, non accenna minimamente agli Street art e alle loro opere. Nessuna città può fare a meno di opere d’arte perché ne ha già troppe, neppure l’Urbs per antonomasia.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

BOL: È messa male, sono previste pene detentive e risarcimenti stratosferici che limitano l’arte libera a spazi esigui. Le modalità di richiesta di autorizzazione sono incredibilmente complesse per un cittadino che non ne faccia il proprio lavoro e spesso vengono rifiutate. È una legge repressiva, vecchio stampo, in un paese che avrebbe bisogno di rinnovamento dal basso, lì dove sorgono le idee, da dove si dipinge spontaneamente, autofinanziandosi, a volte illegalmente, perché non c’è ancora un’alternativa credibile che vada al di là delle logiche commerciali che stanno rovinando il nostro visuale quotidiano anche con decorazioni fine a sé stesse. Logiche commerciali a cui spesso noi artisti siamo costretti per vivere, ma non per esprimerci come vorremmo.

Comunque lo facciamo lo stesso, quando e dove vogliamo, nonostante le leggi, nonostante siano passati decenni dalla prima tag di un writer su muro, nonostante abbiamo cercato di limitarci in tutti i modi, nessuno mai fermerà l’arte spontanea nelle strade.

Tanto meno le variopinte associazioni che affermano di combattere il “degrado” identificandolo con l’arte libera e illegale, con il writing e la posterart. Le stesse che nascondono, dietro azioni di volontariato dei cittadini, la reale volontà di sostituirsi alle istituzioni e alle lotte della cittadinanza per i propri diritti. La pulizia delle strade e la manutenzione dei giardini sono ad esempio a carico delle amministrazioni locali e queste associazioni, invece di incitare al riconoscimento di questi diritti, si fanno paladini di un decoro a modo loro, spesso cancellando opere d’arte di cui ignorano storia e importanza culturale.

Pur essendo totalmente ignari di cosa comporti la loro azione, non sono giustificabili sul piano morale. Gli andrebbe impedito di agire con un’apposita legge, sempre che abbiano timore di agire illegalmente o che servisse veramente a scoraggiarli. Vi lascio con un’immagine del Granma – Laboratorio politico che ha regalato ai nostri quartieri tempo fa con un poster, buon proseguimento.

Mauro Sgarbi: Onestamente non sono molto ferrato sulla questione. Mi è capitato in qualche occasione di subire un furto di una mia immagine. Sono riuscito a risolvere la situazione con un accordo, ma io sono fortunato perché sono sposato con un avvocato. Penso che gli Stati Uniti siano il paese con più tutele dal punto di vista del diritto d’autore, ma questo è un tema molto complesso per cui ci sono professionisti che si occupano solo di questo.

Roberto Colantonio: La nostra legislazione ha una buona capacità strutturale di affrontare situazioni atipiche e in parte lo si è visto anche messa alla prova dinanzi alla Street art, che non nasce, è bene ricordarlo, in Italia. Per le altre, non mi pronuncio, in rispetto al dovere deontologico di competenza.




I 40 finalisti di cheFare3

È con grande piacere che presentiamo i 40 progetti che hanno accesso alla seconda fase di cheFare:

Archeosharing: le storie di tutti, Laboratori Archeologici San Gallo
www.archeosangallo.com

Articolo 27: cultura bene comune per l’inclusione sociale, A Proposito di Altri Mondi – onlus
www.apdam.org

Assessorato alle Piccole Cose, Associazione Laboratorio Urbano Aperto (LUA)
www.laboratoriourbanoaperto.com

baumhaus, Associazione MAP
https://baumhausbolognina.wordpress.com/

betwyll: social reading e twitteratura per l’editoria, l’istruzione e il patrimonio culturale, Associazione Culturale Twitteratura
www.twletteratura.org

Biblioteca sociale per le scuole – # nomacero, Associazione 0-24
www.bibliotecasociale.org

C.Ar.D. Contemporary Art&Design, Associazione Amici di C.Ar.D. contemporary art&design
www.cardcard.it

CinEdu, Associazione Centro Orientamento Educativo – COE
www.coeweb.org

Città tra le mani, QUID Associazione Culturale Sportiva Dilettantistica
www.salentoquid.it

Creative ground, Sineglossa
www.jesplease.it

CTRL – Make Music Free,
http://ctrlproject.org/

Futura. Scuola-community di cultura dell’integrità e cittadinanza monitorante, Associazione Gruppo Abele onlus
www.gruppoabele.org

Home Movies Digital Archive, Associazione Home Movies
http://homemovies.it

I’m Smart, Associazione Khorakhané
www.khorakhanet.it

Inside Out – Community Theatre, Fondazione Teatro della Toscana
www.teatrodellatoscana.it

Interfacce. Microeconomia comunitaria e sostenibile del patrimonio culturale, M(U)ovimenti
www.muovimenti.it

Italia che Cambia, Italia che Cambia
www.italiachecambia.org

La Piana, A.T.I.R. Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca
www.atirteatroringhiera.it

La Scuola Open Source, FF3300 Visual Arts & Design SNC
www.ff3300.com

Liminaria, Ass. Culturale Interzona
www.liminaria.org

MemoAtlante, Associazione Poveglia – Poveglia per tutti
www.povegliapertutti.org

MyHomeGallery
www.myhomegallery.org

Non Riservato
www.nonriservato.net

Officina Fundraising, Fondazione Amleto Bertoni Città di Saluzzo
www.fondazionebertoni.it

Oilproject – Una scuola gratis, online, per tutti, Oilproject Srl
www.oilproject.org

OSI Orchestra Sociale Italiana, Fondazione Gabriele e Lidia Cusani Onlus
www.fondazionecusani.it

periferica.net, Associazione Corda
www.perifericaproject.it

Piazza di Brenta, Società Cooperativa Sociale Adelante ONLUS
https://piazzadibrenta.wordpress.com

Pigmenti: laboratorio itinerante di arte pubblica e narrazione, Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo
www.pigmenti.eu

Poetitaly al Sud, Poetitaly
www.poetitaly.it

Progettoborca, Minoter Spa
www.minoter.com

Puglia Off, Associazione Culturale Puglia Off
www.pugliaoff.it

Reti, culture, associazioni # italiachecipiace, Epoché – Agenzia giornalistica culturale
www.italydiaries.it

StreetArt Factory, PUSH
www.wepush.org

Teatroxcasa, Associazione Culturale Teatroxcasa
www.teatroxcasa.org

Tournée da Bar, Associazione Culturale Ecate
www.ecatecultura.com

We Are Cinema, ExFadda
www.exfadda.it

XANADU, Hamelin Associazione Culturale
http://hamelin.net/

Zigana, Associazione Sinti Italiani di Bologna
http://sinti-italiani.blogspot.it

3D Virtual Museum, Associazione 3D Lab
www.3d-archeolab.it

 

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