Street Art. Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande

Questo era il payoff di una nota pubblicità di qualche tempo fa.

Le città sono fatte di tante cose: alcune di queste sono degli errori, o almeno appaiono tali agli occhi dei più. Una grande parete cieca appare sempre come un errore, come un’occasione sprecata. Ci si poteva pur mettere una finestra, in fondo sarebbe servita a qualcosa. Una delle tendenze della street art è rispondere a questo genere di errori, ovvero di dare un senso alle grandi pareti cieche. Più è grande la parete, più grande è l’opera, più forte può essere il messaggio.

Palermo è piena di errori ed è piena di questi rammendi di senso proposti dalla street art. Facce gigantesche di eroi della lotta alla mafia e temi più o meno mistici urlano da queste pareti cieche, donandogli un senso.

Il progetto Traiettorie Urbane, che si occupa di raccontare in modo differente alcune traiettorie interne alla  città di Palermo, avrebbe potuto scegliere di operare in quel modo, ed in parte ha scelto di farlo, ad esempio con l’opera dedicata a Pio La Torre e Rosario Di Salvo, oppure, con altro sguardo, come nell’opera di Demetrio di Grado all’interno dei Cantieri Cultruali alla Zisa. Tuttavia ha scelto anche un altro punto di vista dell’intervento artistico sui muri della città. Una modalità più intima, meno monumentale e per questo più difficile e meno rappresentabile. Ha scelto un’azione, che fosse in grado di proporre al contempo una partecipazione attiva delle ragazze e dei ragazzi coinvolti del progetto.

Il termine partecipazione porta con se moltissimi sensi ed è utile chiarire quale sia quello usato nel contesto del progetto Traiettorie Urbane ed in particolare rispetto alle attività del laboratorio di street art, che mi accingo a raccontare.

In un importante scritto del 1969 Sherry Arnstein poneva le basi epistemiologiche di ciò che fosse la partecipazione rispetto ai processi generativi della città. In quello scritto veniva definita una gradazione che oscillava dalla manipolazione, al controllo diretto dei cittadini rispetto alle scelte ed alle azioni che fanno la città. I gradi di partecipazione sono secondo Arnstein, partendo dal basso: manipolazione, terapia, informazione, consultazione, conciliazione, partnership, poteri delegati ed infine controllo dei cittadini.

In quegli stessi anni Marshall McLuhan scriveva un testo altrettanto importante “Gli strumenti del comunicare”, che definiva come una parte del messaggio contenuto nei media, appartenesse ai media stessi, ovvero, che differenti forme di espressione di messaggi, necessitassero di maggiore o minore completamento da parte dei recettori dei messaggi stessi. Mettendo insieme questi due punti di vista, il progetto Traiettorie Urbane ha disegnato la sua strategia rispetto all’intervento di street art.

Se proviamo a spostare di nuovo l’attenzione sulle opere descritte in apertura e le analizziamo dal punto di vista comunicativo sono un discorso, che viene proposto al pubblico. Il loro stile realistico riduce la possibilità di completamento da parte degli interlocutori: chi guarda un murales di questo genere subisce il messaggio. Questo modo di operare è estremamente consolatorio, perchè consente al “lettore” dell’opera di sentire che, almeno ad un certo livello, la comprende. Per molti versi quindi, se si riferiscono queste opere alla scala di partecipazione di Arnstein, ci troviamo sui gradini più bassi. Tuttavia percorrere anche i gradini più bassi è necessario per salire qualsiasi scala.

Traiettorie Urbane ha affidato l’attività di street art ad un artista napoletano: Kaf. L’opera di questo artista, insieme al suo sodale Cyop, si è caratterizzata per opere enigmatiche, poste spesso alla quota umana, per opere che non si esprimessero in un punto ma in un percorso, per opere definite insieme a ragazze e ragazzi.

Il percorso di costruzione del laboratorio è partito dalle attività di mappatura fatte con le ragazze ed i ragazzi delle scuole. Questi incontri hanno portato ad una conoscenza intima della traiettoria che, partendo da piazza Noce, arriva a Danisinni, passando per i Cantieri Cutlurali alla Zisa. Durante queste passeggiate di mappatura i ragazzi erano  “armati” di gessetti e veniva chiesto loro di commentare i segni che trovavano in città. La regola era piuttosto semplice: si poteva disegnare ciò che si voleva ma almeno una linea doveva già esistere. Non si trattava di coprire quei segni ma di commentarli per farli diventare qualcos’altro. Questa prima fase è stata importantissima, perché ha definito un nuovo rapporto tra i ragazzi e lo spazio urbano, un rapporto attivo, in cui si può dire la propria, saldando insieme molti degli aspetti che riguardano la scala della partecipazione. L’esperienza artistica di streetart impone la scelta di agire e l’agire stesso. Molto spesso durante queste azioni ci si ritrova a prlare con i cittadini, che sono sorpresi da questa azione, che è palese. Molto spsso si istaura un dialogo che si basa su ciò che potrebbe essere il disegno proposto. l’esperienza stessa di questo modo di intendere la streetrt è partecipativa perchè impone un coinvolgimento diretto di operatori e cittadini.

Chiaramente la scelta dei gessi ha deresponsabilizzato i ragazzi rispetto all’esito delle loro azioni. Dopo questo primo set di incontri e dopo uno studio approfondito sulle modalità di intervento rispetto ai luoghi scelti si è proceduto alla vera e propria definizione del percorso di street art. Dalla Noce a Danisinni sono stati messi in opera più di 80 segni, in alcuni luoghi con degli elementi più grandi e visibilli ed in altri con degli interventi più minuti. In strada, a sporcarsi le mani con colla e vernici un gruppo di ragazzi ha seguito tutti gli interventi, ha giocato a disegnare sugli elementi residuali della città su cui l’intervento si è concentrato. Questo aspetto è particolarmente importante, perchè ha svelato ai ragazziun punto di vista differente di rapportarsi con gli spazi della città  e ha fatto vedere loro cose che non avrebbero notato altrimenti. Gli interventi non si sono concentrati su pareti liscie e pulite ma, al contrario, ha privilegiato vecchi pannelli per la pubblicità ormai in disuso, sportellini dei contatori scrostati, totem per la fermata degli autobus dismessi, cassette postali abbandonate, etc. Anche in questo senso il laboratorio ha portato a vedere con occhi nuovi ciò che esiste. Il giorno più bello del laboratorio è stato l’ultimo, quando il gruppo di ragazzi, che ha seguito per intero il laboratorio, (altri gruppi ruotavano e seguivano singole giornate del laboratorio), si è trovato in piena autonomia ad operare sui muri. In alcuni casi il gruppo ha proposto forme più infantili ma anche delle forme legate al modo di operare di Kaf, dimostrando come l’esperienza di agire insieme avesse fatto passare nei giovani artisti delle informazioni che andavano al di là delle nozioni.Le forme disegnate in quest’ultima fase del laboratorio sono spesso  ambigue. Sono state disegnate figure, che mettono in movimento un processo di completamento in chi le guarda. Questo movimento dell’immaginazione è alla base della partecipazione. Nel vedere queste figure tutti possono trovare ciò che vogliono, possono riflettere sugli scarti della città e possono scegliere da che parte stare. In questo senso l’intervento non ha soltanto degli esiti diretti sui ragazzi ma si propone come una piattaforma continua di partecipazione in quel grande affresco partecipativo che è la città.

Ripercorrere la traiettoria urbana, fisicizzata dall’intervento artistico è un’esperienza emozionante, perchè coagula in una realtà fisica il progetto. Insieme alla mappatura, l’intervento di street art è un atto fondativo della nuova traiettoria urbana, che ricuce i quartieri Noce, Zisa e Danisinni. Proprio ripercorrendo la traiettoria mi sono ritrovato ad osservare come alcuni interventi fossero stati “commentati” da altre persone. Lì per lì mi ha assalito un attimo di sconforto, perchè ho pensato che le opere sarebbero potute essere non comprese. Poi, però ho capito. L’intervento seviva proprio a quello: a stimolare una riflessione ed una partecipazione, in qualche misura una ribellione. Poco importa il livello artistico di questi interventi, importa che qualcuno abbia desiderato partecipare al racconto di una città nuova. In definitiva oltre alla partecipazione delle ragazze ed i ragazzi che si sono sporcati le mani con i pennelli, resta sulle pareti un invito a completare dei messaggi ed uno sprone ad agire sul corpo della città.




Glasgow considers legal graffiti walls amid street art renaissance

Wild-style graffiti in popping bright colours, a bunch of photorealistic roses and a lofty trademark skull by Smug, one of Glasgow’s most celebrated street artists, adorn the outside walls around SWG3, a multi-purpose arts venue based in a collection of warehouses near the River Clyde.

This former galvanisers’ yard is the site of the annual Yardworks festival, one of Europe’s biggest public art projects, and the centre of Glasgow’s street art renaissance. The trend is apparent around every street corner, from the tourist trails taking in the city centre’s popular gable-end murals to the intricate calligraphy of individual tags.




La street art deve essere potente, spontanea, effimera e illegale

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica. Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Oggi incontriamo Stefano Aufieri un organizzatore, curatore di eventi culturali relativi all’universo della cultura urban. Dopo una serie esperienze lavorative in importanti aziende del settore delle energie rinnovabili, Aufieri ha accettato la sfida di sviluppare e dirigere lo spazio espositivo Palazzo Velli Expo. Nei tre anni di direzione tecnologia, sottoculture urbane e mondo pop hanno dialogato insieme creando delle esperienze volte a favorire la fruizione di linguaggi solitamente non accessibili al pubblico “mainstream”. Dal 2017 è curatore e responsabile commerciale dell’Associazione Culturale Up 2 Artists.

Leggi qui il precedente intervento

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

Non sono in contrapposizione per quel che riguarda il mio approccio con la cultura urbana essendo due linguaggi aventi sì una radice natia ma dissonanti nell’approccio alla collettività.
La street art è libera, spontanea ed effimera e non avendo commissione pubblica o privata che sia, concede libero sfogo al pensiero creativo di un artista ed anche a chi ne fruisce.

L’arte pubblica è invece su commissione e quindi soggetta a regole, possibili revisioni, autorizzazioni ma soprattutto può essere discussa, negoziata, quotata.

Come le distingueresti?

Street art: potente, spontanea, effimera e illegale

Arte pubblica: intervento creativo in spazi “aperti” commissionati da un ente pubblico (comune, regione, ente, ecc.) o da un semplice privato (condominio, azienda, proprietario immobile, ecc.)

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

Se parliamo di street art a parer mio bisogna partire da un parametro etico e morale più che legislativo. Nel momento in cui un artista decidesse di esprimersi in spazi pubblici e senza autorizzazioni, dovrebbe sempre agire tenendo conto di tutte le conseguenze. L’opera d’arte prodotta secondo i principi di cui sopra, risulta naturalmente soggetta ad una serie di conseguenze positive e negative: da un lato si ha la possibilità di lanciare un messaggio (politico, sociale o semplicemente di auto celebrazione) ed arrivare facilmente ad un pubblico molto vasto, dall’altro, i suoi fruitori dovrebbero essere liberi di fotografarla, cancellarla, modificarla o in casi estremi, che io moralmente condanno, addirittura rimuoverla.

La regola principale del “gioco” della street art è che la strada decide, non l’artista né tanto meno una serie di normative.
Nel caso dell’arte pubblica (soggetta a commissione) invece bisognerebbe affidarsi alla giurisprudenza che a mio parere si esprime in maniera piuttosto chiara in tema di diritto di autore e proprietà intellettuale e il loro conseguente sfruttamento per scopi commerciali o semplicemente divulgativi.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

Come descritto nella domanda precedente la street art non dovrebbe essere né tutelata né protetta perchè andrebbe a privarsi della sua essenza… della sua linfa vitale. Nel caso di un’opera di arte pubblica su commissione è opportuno che un artista si affidi ad un legale esperto in diritto di copyright.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

Andrebbero secondo me organizzati dei tavoli dove artisti, curatori, amministrazioni pubbliche e rappresentanze dei cittadini discutano sull’effettivo valore di un intervento in spazi pubblici.

Il tema risulta molto complesso perchè quando andiamo a elucubrare su riqualificazione, rigenerazione e valorizzazione di spazi pubblici entriamo anche in una sfera di gusti soggettivi dove è arduo conseguire consensi univoci.

Sicuramente il dialogo, l’analisi, il confronto potrebbero essere un buon punto di partenza per andare a delimitare i confini tra interventi volti alla valorizzazione o semplicemente decorativi.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

Penso da semplice curatore e amante della cultura urbana che una serie di normative sulla street art spoglierebbero la stessa dei suoi principi nativi: effimera, libera, spontanea.

Come si può favorire la street art?

Non credo si debba favorire la street art mentre se si parlasse di arte pubblica o muralismo le amministrazioni pubbliche dovrebbero creare delle task force di esperti (legali, storici dell’arte, curatori, urbanisti) che aiutino gli artisti a comprendere in maniera trasparente come tutelarsi e come collaborare in maniera pro attiva con le stesse.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

Non essendo né un legale né un legislatore non ho le competenze per dare un giudizio tecnico ma a parer mio, stabilire in maniera limpida i confini tra interventi etichettati come vandalismo e quelli afferenti invece al campo della valorizzazione artistica, sarebbe il primo passo per formulare una serie di normative a tutela degli artisti e del patrimonio pubblico.




Il grande paradosso della ‘street art legale’

“Non puoi viaggiare su una strada senza essere tu stesso la strada” disse Buddha… E come si puo difendere veramente il mondo della strada se non provieni da lì?

Quando iniziammo, il termine “street art” non era stato ancora coniato. I muri che dipingevamo non erano mai autorizzati, le persone non sapevano bene cosa aspettarsi e, nel dubbio, ci insultavano spesso a priori. Quando andava peggio, finiva in lunghi inseguimenti; vigilantes o poliziotti incoscienti a volte ci sparavano anche dietro.

Nell’ambiente del Writing esistevano in parte quelle distinzioni importate dagli U.S.A.: bombers da un lato e muralists dall’altro.

Credevamo fieramente nella ricerca stilistica di ciò che producevamo esclusivamente per la strada e per noi. Ma eravamo anche un po’ ibridi. Mi spiego, per moltissimi di noi, se facevi solo tag e pannelli in yard eri sì degno di rispetto; ma non quanto lo fosse chi, oltre ad essere un bomber, evolveva anche il proprio stile nelle hall of fame, regalando outlines e sfumature impresse negli sguardi dei passanti.

La magia che trovavamo nelle nostre hall of fame era qualcosa di unico, lì si dipingeva in tranquillità, incontravamo gli amici, crescevamo. Vicino a casa mia a Milano c’era quella della crew 16k, poi dall’altro lato del naviglio quella dei Thp-Mnp. Non erano semplicemente dei “musei a cielo aperto” o le solite favole raccontate da tutti quelli che oggi si spacciano per intenditori della materia, dai curatori ai critici d’arte. Erano pezzi di tessuto urbano, quei muri li sentivamo nostri, la mia hall of fame era come una seconda casa. Ci trascorrevo giornate intere, buttavo dentro tutti i miei risparmi, me ne prendevo cura, la difendevo.

Un po’ come dei sarti improvvisati, nella sperimentazione quotidiana di una forma espressiva che non voleva essere accostata all’arte, non avevamo bisogno di social o Instagram o selfie giornalieri. Ci scambiavamo in strada le nostre impressioni, consigli e conoscenze acquisite sul campo e avevamo solo una manciata di foto stampate dei nostri lavori. Ma se volevi sapere chi eravamo, dovevi andare semplicemente in giro e leggere sui muri i nostri nomi, che erano un po’ ovunque. Una rete prima del web, un social con regole non scritte, ma con maggior rispetto tra tutti i membri di quello che potresti trovare oggi tra tutti gli iscritti a Facebook sul pianeta terra .

Esistevano, certo e non pochi, numerose opposizioni all’interno per questioni legate al rispetto e agli spazi in yard, ma era uno scontro molto differente da quello ideologico in corso. Oggi da un lato la cultura Graffiti Writing rimane in gran parte fedele alla propria appartenenza libera in strada; dall’altro tutto ciò che si ammassa col termine “street art”, nella maggioranza dei casi di street non ha più nulla, ma vuole invece esser protagonista a tutti i costi dell’ “Art”, in un groviglio d’infiniti interessi commerciali.

Da un lato alla Street Art fa comodo scaricare le responsabilità degli imbrattamenti indecorosi sul Writing, lei non c’entra perchè fa disegni belli. Dall’altro lato però, la Street Art è per lo più rappresentata dal neo rispolverato muralismo urbano, quindi ben lontano dall’illegalità. Ma ecco che qui scatta il moto d’orgoglio, lungi da qualsiasi street artist rinnegare il mondo dell’illegalità…

Perchè Street Art legale non si può sentire. Allora ecco che la pretesa natura della Street Art, ovvero quella di arte di strada “spontanea”, trova una propria credibilità grazie a quella confusione di generi e definizioni che la vede ancora associata al Writing.

Di questa confusione in realtà si giovano in molti. Associazioni che si professano di “volontariato” per promuovere la “Street art” ma che si muovono come agenzie di comunicazione, raggirando anche il fisco; festival di Sanremo dell’arte urbana, che con la scusa della rigenerazione urbana e di dare spazio agli artisti “fuori dall’illegalità”, assoldano a tozzi di pane neo street artisti acceccati da un minimo di visibilità.

Nell’esplosione di messaggi contraddittori, le persone accorrono alle mostre dell’autore di strada che critica il capitalismo, ignorando che poi lo stesso autore agisce con la propria società per tutelare i propri diritti commerciali. Istituzioni che passano messaggi completamente contraddittori, come quel Comune di Milano che da un lato si costituisce parte civile in tutti i processi contro i writers, salvo poi dall’altro lato esaltare l’illegalità delle creazioni della multinazionale Banksy (…che poi non ho ancora perchè gli italiani chiamano “bansky”!).

Parallelamente a tutto questo – come una sterzata in grado di incrinare ulteriormente il panorama – nel 2009, sulla scia di discorsi politici nati dalla trovata che “decoro” equivale a “sicurezza” delle città, la politica calpestò senza troppa lungimiranza tutto ciò che faceva parte del mondo della strada. Venne inasprito il reato di imbrattamento previsto dall’art.639 del Codice penale italiano, introducendo la procedibilità d’ufficio per quasi tutte le ipotesi d’intervento di writers e street artist, punendoli con pene detentive più severe.

Contemporaneamente a Milano, una giunta accecata dalla guerra al mondo della creatività urbana (che durava ormai da vent’anni), dopo averla celebrata soltanto un anno prima al Padiglione d’arte contemporanea con una mostra (Pac, 2007), ora ne cancellava a rullate di grigio i migliori esempi (valga su tutti il bellissimo pezzo di Phase 2 (RIP), riconosciuto padre mondiale del graffiti writing, in via G.Richard).

Forse la gente d’un tratto fu più felice con tutti questi processi… Quante volte ho sentito dire:” il writing è quella cosa che deturpa le città con le tag, mentre la street art è quella dei disegni belli”. O magari : “A me la street art piace perchè è arte, mentre i writers devono esser puniti” (e magari aggiungendo “se lo facciano a casa loro!”).

Quando arrivò il momento di affondare le mani nelle maglie giuridiche del sistema, mi resi conto che altre tag in mezzo alla strada non avrebbero aggiunto nulla di nuovo, ma una serie di azioni ben mirate nel mondo giudiziario forse sì.

L’occasione si presentò allora quando, indagato io stesso in un procedimento penale per imbrattamento, ancora praticante avvocato, arrivarono i primi writers imputati a chiedermi di difenderli (..che tralaltro in aula al posto di “avvocato” mi chiamavano con la mia tag…). Ne arrivarono sempre di più, del resto l’anti-graffiti task force costituita a Milano e nata da un accordo tra il Comune e la Procura della Repubblica, stava affrontando writers e street artist con metodologie anti-terrorismo.

Writers più giovani che poco tempo prima venivano a trovarmi quando dipingevo nella mia hall of fame in Barona, ora chiedevano appuntamento in studio. Inevitabilmente difenderli diventò come difendere me stesso. Le stesse istituzioni che da un lato elogiavano la street art, volevano processare dall’altro gli stessi autori, creando una confusione di senso e nelle politiche del territorio che ci trasportiamo ancora oggi. Per me era il momento di agire su quel terreno di gioco.

Necessario innanzitutto illustrare ai giudici il perchè della cultura di strada ed il significato di quella ricerca che presuppone anche una semplice tag, concetti di cui tutti sembravano completamente all’oscuro.

Fu così che lunghe chiacchierate tra amici alle Hall of fame, o la sera davanti una birra prima di andare tutti a dipingere, tornarono utili nelle mie strategie difensive. Nessuno infatti aveva mai approcciato il discorso writing o street art indagando sul senso proprio dell’agire in strada nelle aule giudiziarie. Del resto ho sempre la netta percezione, che un diritto di espressione possa esistere al di là delle coesistenze tra norme giuridiche e che si tratti solamente di farlo capire anche a chi deve giudicare.

Come può essere reato una tag o un disegno di chi, pur agendo senza alcun tipo di autorizzazione, realizza anche un semplice Throw up, su un muro già precedentemente imbrattato? La convinzione di un senso nel percorso in strada, era più forte di una norma giuridica, ero certo che esistesse un diritto anche nell’illegalità del writing.

Quell’idea insieme a tante altre, trovarono finalmente terreno fertile e la conferma avvenne proprio nella prima pronuncia che assolveva i due writers che difesi dinnanzi al Dott. Giordano del Tribunale di Milano (nel 2012), rei di avere realizzato dei Throw up su muri non autorizzati. Nacque così il primo precedente giudiziario in Italia in favore del Writing.

Tutto ciò non rappresentava un inno all’illegalità, anzi: il rispetto del principio di legalità e la sussidiarietà della pena, dev’essere un monito per tutti; proprio per questo condannare un innocente è molto più grave che assolvere un colpevole, esattamente come ci insegnava l’insigne prof. Stella all’università.

Non è tra l’altro necessario, a mio avviso, avventurarsi su territori sconnessi, del genere capire cosa sia arte e cosa non lo sia, anzi lungi da un avvocato sostenere che questa o quella creazione in strada siano forme “d’arte” come invece molti ancora oggi provano inutilmente a fare. La casistica della giurisprudenza dovrebbe insegnare qualcosa a proposito. Mi risulta infatti che la maggior parte delle difese impostate in quel modo in alcuni processi noti, abbiano fatto un buco nell’acqua.

Nel 2014 fu la volta del primo caso relativo alla “Street art” e questa volta mi trovai a difendere proprio il mio ex-socio di strada. Riuscendo a far capire al giudice cosa aveva spinto Manu Invisible nottetempo a dipingere in un sottopasso ferroviario e analizzando punto per punto ogni aspetto della condotta, il Tribunale di Milano (Giudice dott.ssa Speretta) dichiarò l’insussistenza del reato sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo. Una sentenza che balzò in tutte le cronache perchè si spingeva fino ad affermare che oggettivamente si trattasse di un’opera d’arte (conclusione del giudice e non certo del sottoscritto).

Per celebrare la vittoria decisi di dipingere con il mio assistito sotto una massicciata ferroviaria, proprio come il luogo in cui l’imputato era stato colto in flagranza. Ma la Procura Generale, pensò bene di non lasciar alcun spazio ad interpretazione a favore della street art e impugnò la sentenza. Arrivò così anche il secondo grado.

Anche questa volta fu una vittoria, ma il collegio, dubbioso ma molto attento alle mie argomentazioni, si decise ad assolverlo non più nel merito, quanto in nome di una causa di non punibilità entrata in vigore solamente qualche giorno prima, l’art.131 bis Codice Penale.

Anche in quel caso decidemmo di festeggiare in strada con un altro dipinto a tema. Realizzai un’idea che avevo in mente da tempo, la cd. “Iustreetia”, ovvero una traslazione della statua della giustizia ubicata nel cortile del palazzo di giustizia, trasformata in modo da rappresentare le istanze del mondo della strada.

La Procura Generale impugnò nuovamente la sentenza, trascinandoci fino in Cassazione a Roma: fu così che nacque nel 2016 la prima sentenza della Suprema Corte in materia street art. Una sentenza che in realtà, al contrario di quanto si raccontò su molti giornali secondo cui la Corte avrebbe affermato che la street art non è reato, non disse nulla di simile. Tantomeno assolveva l’imputato perchè ritenuto un artista (come ho letto invece da giornali poco informati).

La sentenza della Cassazione invece, annullò il rigetto del ricorso perchè fondato ancora su valutazioni di merito, poiché nel terzo grado di giudizio del nostro ordinamento, non è ammesso un nuovo sindacato nel merito della vicenda, ma soltanto in relazione a motivi tassativi di legittimità.

Arrivarono anche le condanne esemplari, specie quella di un mio assistito divenuto caso noto per essere il primo writer in Italia a dover scontare la reclusione. Ma questa volta capii che era il momento di cominciare ad agire su un altro livello ancora. La comunità artistica reagì con un certo sdegno all’ingiustizia e sproporzione delle reclusione per un writer e così ho pensato e scritto un disegno di legge.

Puntai quindi alla derubricazione del reato dall’attuale delitto (ovvero reato punito con reclusione e multa) alla più tenue contravvenzione (ovvero reato punito con arresto a ammenda). Non un tentativo di “istituzionalizzare” l’arte di strada, bensì un progetto per lasciare spazio agli autori di strada di poter agire in strada, consci di conseguenze giuridiche proporzionate al proprio agire.

La proposta di legge, presentata con l’onorevole Palazzotto, A. Cegna ed il collettivo Wiola alla Camera dei Deputati nel febbraio 2019, se approvata comporterebbe la certa diminuzione dei processi al writing e street art, lasciando spazio a quella forma di accordo tra proprietario dei muri ed imputato in grado di chiudere il procedimento senza strascichi. La nuova norma dell’art.639 avrebbe anche come effetto certo quello dell’alleggerimento del carico giudiziario per la magistratura.

Una proposta insomma che ho presentato contro il mio stesso interesse di avvocato, poichè se approvata cancellerebbe una fetta consistente di lavoro. Ma come scrivevo sopra, è una questione di coerenza: la mia risponde prima di tutto a quel codice non scritto di regole che ho conosciuto proprio dalla strada. Credo valga per tutto ciò che facciamo, forse ogni cosa assume un significato solo se siamo in grado di osservare con onestà il nostro cammino, dimostrandoci in linea con esso.

E quest’aspetto invisibile ma concreto, servirebbe di certo se diffuso nel folto gruppo di chi celebra la street art, in tal caso conferendole l’anima di un vero e proprio movimento, cosa che invece esiste per ora soltanto nel mondo dei writing.




Cara street art, basta prendersi in giro, da sola non riqualifichi nulla

Parla l’artista del progetto Vedo a colori che ha contribuito a rivitalizzare il porto di Civitanova Marche. “Ho visto murales su facciate di palazzi senza fognature. L’arte deve farsi più domande”

La street art, l’etica, la comunicazione, i valori e l’impegno che col tempo sono profondamente cambiati insieme al linguaggio stesso di questa forma d’arte. Che cosa c’è, oggi, dietro a un murales? E, soprattutto, chi c’è davanti? Ne abbiamo parlato con Giulio Vesprini, marchigiano di Civitanove Marche, classe 1980, diploma all’Accademia delle Belle Arti di Macerata e laurea in Architettura, fondatore dello studio Asinus in Cathedra. Il suo progetto Vedo a colori da dieci anni è un attivatore sociale, avendo contribuito a trasformare il porto cittadino in un luogo vivo, dove i murales hanno innescato dinamiche urbane senza rimanere un’espressione d’arte fine a se stessa.

Ha ancora senso usare l’espressione street art, ora che la vocazione sociale degli street artist è cambiata e il digitale ha modificato completamente l’approccio e il linguaggio?

“Ha senso se usiamo la parola street art come un codice per comprendere in maniera veloce un macro tema che contiene una moltitudine di sfaccettature. Oltre al codice credo non abbia un grande significato: dice tutto e niente. Rimango dell’idea che la parte più spontanea di questo linguaggio possa essere chiamata arte di strada. Le commissioni, i festival, i progetti finanziati assumono una connotazione completamente diversa. Possiamo parlare infatti di arte urbana, arte contemporanea, arte pubblica. È difficile oggi far capire queste differenze a un pubblico vasto, alla massa che si muove da una moda all’altra e che percepisce certe attività come elitarie. Interessante a mio avviso è ‘usare’ queste terminologie più pop per far comprendere messaggi più profondi. Non sono contro l’espressione street art, ma contro il modo in cui questa viene spesso utilizzata. Sono a favore del suo utilizzo per aprire un discorso e spiegare altri contenuti, un passpartout, una sorta di mind-map dove al centro mettiamo street art e tutt’intorno il grande atlante di contenuti e parole chiave”.

 




La street art non basta per riqualificare un quartiere, servono finanziamenti e servizi

 

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica. Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli. Oggi incontriamo Simona Capodimonti, storica dell’arte e curatrice di arte urbana

Leggi qui il precedente intervento: Street Art o Arte Pubblica? Dal vandalismo alla valorizzazione dell’arte negli spazi pubblici

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

Street art è il termine che da alcuni anni va di moda ed è il più usato per afferrare al volo l’interesse dei media e del pubblico, in un’epoca in cui la parola street associata al cibo, alla moda, al design, sembra fare tendenza e imporsi come uno stile, un modello d’ispirazione e persino come un modo di pensare e di vivere.

Quando poi si ha la necessità di scendere nel dettaglio rispetto a questo termine generalista, che per convenzione riassume in due parole tutto un modo di esprimersi e le sue evoluzioni nel tempo, si ha anche l’esigenza di usare la terminologia corretta sia da parte degli addetti ai lavori, che ben conoscono le differenze lavorando sul campo a diverse realtà, sia da parte di chi si sta affacciando per le prime volte e appassionando a questo mondo e in qualche modo si sta alfabetizzando a nuovi termini e alle regole della strada, spesso non scritte, che si imparano solo vivendole. Il messaggio resta sconosciuto a chi non possiede il codice e le sue chiavi di accesso, è una metafora che spesso usano i writers per parlare della loro arte così criptica e chiusa ma così affascinante e raffinata, se si inizia a seguire, studiare e tentare di capire nelle regole fondamentali.

Ecco che allora si sente parlare di distinzioni tra graffiti, lettering, writing, street art, muralismo, arte pubblica, arte urbana volendo creare delle categorie di significato ai fini dell’apprendimento e per l’esigenza tutta umana di classificare le diverse realtà e documentare lo scibile per la divulgazione del sapere.

Street art e arte pubblica non sono in contrapposizione se le pensiamo entrambe come espressioni dell’arte contemporanea nello spazio urbano

La realtà è ben diversa dove tutto si influenza, si contamina, si fonde e talvolta si allontana, prendendo volontariamente le distanze. E allora possiamo anche fare pace con la parola street art, ma solo dopo aver compreso le differenze di significato durante il percorso e lo studio delle sue evoluzioni nel tempo, e decidere se usarla come parola universale che racchiude tutto e che piace tanto al pubblico e che proprio il consenso popolare ha scelto come preferita tra tutte e le ha dato tutta questa forza e potere, talvolta anche catartico e illusorio di poter cambiare i problemi delle periferie. Ma questa consapevolezza di termini e significato è un’azione della maturità. Prima bisogna usare le parole giuste per poterle acquisire nel vocabolario e nella consapevolezza delle persone per poi permettersi la licenza di superarle.

Street art e arte pubblica non sono in contrapposizione se le pensiamo entrambe come espressioni dell’arte contemporanea nello spazio urbano. Tuttavia il distinguo, la contrapposizione e spesso il conflitto lo crea il contesto in cui si trovano ad operare i soggetti che le producono e come le considera il pubblico e l’ordinamento giuridico che può contribuire a vedere l’una o l’altra in maniera positiva o negativa a seconda del punto di vista.

Come le distingueresti?

Sia la Street art che l’arte pubblica sono sempre espressioni dell’arte contemporanea e questa è la prima classificazione più importante. Poi volendo distinguere la Street art dall’arte pubblica come sotto-categorie dell’arte contemporanea, direi che la Street art è quel fenomeno che si è evoluto dalle prime espressioni dei graffiti o del lettering, nate negli anni Settanta negli Usa per dar voce al disagio delle persone nei quartieri poveri e che si sono diffuse nel mondo fino ad oggi, e che la street art inizia a manifestarsi quando si comincia ad introdurre delle figure accanto alle tags dei writers.

In origine la Street art condivide con i graffiti la stessa condizione di illegalità, e per certo versi deriva da mondo dei graffiti e da molti ne è considerata la sua evoluzione. Ma se si parla con i writers il loro punto di vista potrebbe essere molto diverso e alcuni potrebbero segnalare le differenze e prenderne le distanze con varie motivazioni.  La Street art è ormai un vero e proprio movimento, ma chi ne fa parte non sempre ci si riconosce, perché la distanza critica è troppo breve per rendersene conto.

Ad ogni modo all’interno della street art rientrano varie tecniche, non solo la pittura con bombolette spray, con vernici da esterni, ma anche posters, stickers e tutta una serie di espressioni che sono state considerate fino ora illegali, con il rischio d’incorrere nel reato d’imbrattamento e di essere considerati dei vandali nel caso in cui si fosse colti in fragrante. Se poi nel tempo la street art abbia perso la sua natura illegale e si sia evoluta in arte legale e commissionata, o secondo alcuni addomesticata e snaturata rispetto alla sua forza originaria, questo è stato pienamente acquisito e fa parte dell’evoluzione dei tempi. Da qui due possibili distinzioni:

Street art è il termine che negli ultimi anni ha finito per includere tutto agli occhi del vasto pubblico e dei media, ma la sua parola nel suo significato originale vuole rappresentare una forma spontanea di arte, o che possiamo definire non autorizzata o meglio illegale. L’artista pensa, crea, mette a segno il suo piano, senza chiedere il permesso a nessuno, rischia in prima linea, ne paga talvolta le conseguenze. Ma al tempo stesso la Street art è comunemente intesa ultimamente per quegli interventi, che possono essere commissionati sia da soggetti pubblici che da soggetti che privati. Come la mettiamo allora? Incontriamo due contraddizioni di termini già nell’uso quotidiano. Perché la vita reale è più complessa e sfugge spesso alle definizioni.

Arte pubblica, che va altrettanto di moda negli ultimi anni, soprattutto incentivata da parte delle pubbliche amministrazioni con il falso mito della riqualificazione urbana, è quando la street art viene commissionata generalmente da un soggetto pubblico, ma può essere anche un committente privato, che detta le regole della commissione, talvolta con veri e propri bandi, stabilisce il tema del soggetto, seleziona gli artisti, gestisce l’organizzazione, si occupa dell’approvvigionamento dei colori e materiali, paga i compensi degli artisti per realizzarla, segue la comunicazione e il resto.

Ecco allora sbucare fuori anche il termine muralismo, sull’esempio di quanto accaduto in Messico con i grandi muralisti messicani Rivera, Siqueiros, Orzoco, ma anche in Italia in epoca fascista ad esempio con il muralismo di Sironi. Dopo la nascita del movimento poco meno di cinquant’anni fa, siamo passati nella fase in cui è esploso l’interesse collettivo del pubblico, dei media, di committenti pubblici e privati, e c’è un numero crescente di appassionati e di collezionisti.

Siamo nel periodo della divulgazione della Street art, del riconoscimento da parte degli studi accademici, nell’interesse della critica. Continuando di questo passo, con il proliferare di festivals, commissioni pubbliche e private, bandi di rigenerazione urbana, iniziative spontanee, si potrà incorrere nel tempo nel rischio d’inflazione delle opere e di una necessità di regolamentare la loro produzione in una maniera organizzata e soprattutto sarà fondamentale operare una selezione delle stesse sulla base di criteri e soggetti preposti da individuare ai fini della conservazione e restauro.

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

La consuetudine vuole che l’artista sia il proprietario dell’immagine dell’opera murale e che il proprietario dell’opera sia il proprietario del muro su cui è stata dipinta. Il proprietario dell’opera non può utilizzare l’immagine della stessa a fini commerciali, come la riproduzione su magliette, cartoline, copertine di libri e altro a scopo vendita, senza chiedere l’autorizzazione all’artista che detiene i diritti dell’immagine e corrispondergli un quantum.

Bisogna diffondere la cultura di una Street art organizzata e eliminare i soliti pregiudizi che influiscono su essa

In questo il legislatore può esprimersi e contribuire ad approfondire la materia ancora agli albori e a gettare le basi per una regolamentazione specifica, anche perché nella pratica spesso non si rispettano le regole, a volte per mancanza di conoscenza, e bisogna invece informare sulle azioni corrette da compiere per cambiare mentalità e modo di operare dell’intero sistema.

Ad esempio delle cose che dovrebbero essere fatte per prassi non lo sono affatto, come l’abitudine ancora troppo poco consolidata di fare contratti a tutela di tutti i soggetti coinvolti o prevedere il compenso per gli artisti, persino in alcuni bandi pubblici agli inizi, perché si tende a pensare che una volta pagati i colori e i materiali e trovato il muro, sia scontata l’opera gratuita dell’artista, che invece lo fa per lavoro e va pagato in maniera adeguata in base al budget assegnato e non solo con un rimborso spese per vitto e alloggio. Bisogna diffondere la cultura di una Street art organizzata e eliminare i soliti pregiudizi che influiscono su essa.

Uno dei più grandi pregiudizi che pesa sulla street art e che si sente ripetere continuamente è la rivendicazione che sia una produzione dal basso per volersi distinguere e in nome di ciò sembrerebbe autorizzata ad essere slegata da ogni regola, invece nel momento in cui tale modalità autogestita e auto prodotta contesta il sistema stesso mettendosi in contrapposizione e in alternativa ad esso, finisce nel tempo per doversi dare le stesse regole organizzative se vuole esistere e continuare in maniera concreta e slegarsi da iniziative estemporanee fini a se stesse.

E soprattutto ragionando in tal modo si pensa erroneamente di essere soggetti solo al giudizio popolare e slegati dal resto dei componenti della società civile. Mentre nel momento in cui si offre un’opera alla comunità, si accetta implicitamente di esporla a tanti livelli di competenza e consapevolezza, siano essi popolari o eruditi o storico artistici o scientifici o giuridici o amministrativi ecc., a seconda dei tanti target di competenza di chi osserva.

Per questo credo che una legislazione possa aiutare a fare ordine in un mare magnum di pratiche in cui talvolta si pensa che tutto sia permesso, come riprodurre immagini senza informare l’artista e senza la sua autorizzazione, ma così non è. Come recita una legge alchemica “come in alto, così in basso”, siamo in realtà sempre tutti sempre collegati, che ne siamo coscienti o no.

Quando si lavora ad esempio per progetti editoriali che riguardano la street art con noti editori si seguono le regole del diritto d’autore perché ci sono uffici legali interni preposti a questo e si provvede a comunicare per tempo con gli autori delle opere per informarli e avere l’autorizzazione o meno all’uso delle immagini delle loro opere.

Così come quando si fanno progetti per Società e Brand che sono committenti di opere d’arte urbana, si sta sempre molto attenti all’uso delle immagini, a cosa rappresentano, che non siano offensive dei valori in cui si riconosce una comunità, che non coinvolgano altri marchi e non tocchino temi sensibili e così via proprio per non ferire nessuno e non incorrere in azioni legali. Direi che il legislatore può molto aiutare a dire cosa si può fare e cosa no in questi casi, per diffondere dei modelli di buone pratiche.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

Al giurista non spetta dire cosa sia arte e cosa no, cosa abbia un valore artistico e cosa no. Per quello ci sono gli artisti che autodefiniscono la loro arte con il fatto stesso di crearla e a seguire ci sono gli storici dell’arte, architetti, restauratori, che hanno studiato anni per ciò e hanno le competenze per l’analisi. Certamente c’è bisogno di una regolamentazione per capire come proteggere e conservare per le generazioni future e cosa selezionare tra le espressioni urbane di arte contemporanea ritenute da tutelare, perché nel tempo non si potrà conservare tutto, anche per motivi logistici dovuti al naturale deterioramento delle opere murali per agenti atmosferici, passare del tempo, ristrutturazione dei muri, ecc.

Quello che sta accadendo nelle città è grave ed allarmante. Oltre ad azioni vandaliche e al degrado costante e in aumento in periferia ma anche al centro, ci sono persone organizzate in gruppi di quartiere che vanno con cadenza settimanale a cancellare arbitrariamente quelli che sono per loro dei segni o atti vandalici, mentre per alti sono opere valide a tutti gli effetti, in nome di un fantomatico decoro urbano.

Il decoro urbano è affidato al servizio previsto in ogni comune ma spesso è affiancato su iniziativa spontanea da gruppi di volontari, che, se da una parte può essere apprezzabile la loro iniziativa di pulizia alla città, dall’altra è allarmante nel non essere talvolta rispettosi di altrui espressività, e tale atteggiamento è derivato spesso dalla non conoscenza di cosa è arte e cosa no o dalla non comunicazione dai vertici in maniera capillare ai vari gruppi diffusi di cosa è consigliato rimuovere e cosa no.

Ci sono stati già vari casi gravi di rimozione, finite su tutti i giornali, dove sono state cancellate scritte storiche, come a Garbatella, o opere d’arte come al Quadraro e a San Lorenzo, Azioni che hanno ferito la sensibilità di gruppi di persone che tenevano a quei segni come simboli di una storia e di un territorio e inasprito la diffidenza reciproca.

Eppure i pulitori seriali continuano a farsi promotori e persino ad organizzare la realizzazione dei murales, la maggior parte delle volte sono crossati e vandalizzati dopo poco. Vi siete mai chiesti perché? Sulla strada esiste una regola non scritta di non andare a dipingere dove già ha dipinto qualcuno. Se ci dipingi sopra a tua volta puoi correre il rischio di essere crossato. Accade centinaia di volte tutti i giorni in una battaglia aperta. Se si vuole rispetto sull’arte che si promuove, occorre per primi dimostrare rispetto per l’arte di altri e non andarla a cancellare. La legge della strada ha le sue regole.

Anni fa organizzai nel 2017, nell’ambito deegli Urban Talks al museo Bilotti di Roma, un incontro tra writers e attivisti spontanei del decoro urbano, proprio per iniziare un confronto, ma fu scontro, ognuno sostenne le sue posizioni e si terminò con un nulla di fatto se non una maggiore consapevolezza della portata del problema. In quella sede proposi di fare dei corsi sistematici di storia dell’arte a gruppi di pulitori. Non fu accolta e i risultati e i danni purtroppo continuano a vedersi. Bisognerà tornare a parlarsi.

Definire cosa sia da selezionare nell’arte urbana, conservare, tutelare e valorizzare spetterà ad un gruppo di esperti formati da storici dell’arte, specializzati in arte contemporanea e arte urbana, architetti e urbanisti e restauratori, che hanno le competenze e hanno fatto questo tipo di studi. Se al legislatore non spetta definire cosa sia arte e cosa no, può però contribuire a creare una serie di norme che siano condivise da istituzioni e cittadini in modo che vengano rispettati interessi di gruppi differenti, spesso in contrasto, mediando i conflitti e trovando una giusta via di mezzo per una civile convivenza.

Inoltre sarebbe importante definire delle regole per la gestione e organizzazione dell’arte contemporanea nello spazio pubblico.

Infatti si assiste sempre più spesso ad artisti che fanno i curatori e anche gli organizzatori e anche i comunicatori. Questo accade nella pratica soprattutto per carenza di fondi e risparmiare, ma niente di più sbagliato in questa consuetudine diffusa di un artista fac-totum. Ognuno deve fare bene quello per cui ha studiato per vari anni, l’artista crei, il curatore curi, l’organizzatore organizzi, il comunicatore comunichi e così via, mettendo la propria esperienza al servizio degli altri per fare insieme qualcosa meglio.

Sembrano delle ovvietà ma non lo sono affatto perché manca ancora una cultura diffusa di una organizzazione e gestione della street art dove siano acquisiti per prassi e da tutti una serie di buone pratiche come presentare bozzetti, fare contratti, stipulare assicurazioni, avere i patentini per lavori in altezza, rispettare le norme di sicurezza, pagare gli artisti ecc. solo per citarne alcune, e per lo più le iniziative sono portate avanti da persone che hanno acquisito esperienza sul campo e lo sanno fare bene e osservano per abitudine tali accortezze, ma questo non accade sempre.

Questo mestiere, se così si vuole considerare, si impara sul campo, non ci sono scuole, non ci si improvvisa, come invece sta accadendo in maniera sempre più diffusa. Tutti vogliono occuparsi di street art perché va di moda. Unendo le competenze di gruppi di persone che per lavoro fanno delle professioni inerenti l’arte urbana, si possono ottenere insieme risultati professionali validi, se si tratta di opere su vasta scala o di grandi dimensioni. Si tratta di un cantiere con uno o più artisti, storico dell’arte, architetto/ingegnere, addetto alla sicurezza, restauratore.

L’attività spontanea deve essere però sempre lasciata libera di esistere in maniera parallela, perché la vera natura della street art va tutelata e deve continuare ad esistere, se vogliamo messaggi veri. Del resto l’arte di strada nella sua forma più autentica è una critica al sistema e non chiede il permesso di esistere.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

Partiamo da cosa si intende per valorizzazione nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, noto anche come codice Urbani, dove si trovano vari spunti interessanti se pensiamo di applicarli anche alle opere di arte urbana. Per quanto riguarda la valorizzazione si dice:

Articolo 6
Valorizzazione del patrimonio culturale

1. La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale. In riferimento al paesaggio, la valorizzazione comprende altresì la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, ovvero la realizzazione di nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati (1).

2. La valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze.
3. La Repubblica favorisce e sostiene la partecipazione dei soggetti privati, singoli o associati, alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Articolo 7
Funzioni e compiti in materia di valorizzazione del patrimonio culturale
1. Il presente codice fissa i princìpi fondamentali in materia di valorizzazione del patrimonio culturale. Nel rispetto di tali princìpi le regioni esercitano la propria potestà legislativa.
2. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali perseguono il coordinamento, l’armonizzazione e l’integrazione delle attività di valorizzazione dei beni pubblici.

Articolo 7bis (1)

Espressioni di identità culturale collettiva

1. Le espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali e sussistano i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10.

(1) Articolo inserito dal D.Lgs. 26 marzo 2008, n. 62.

In questi articoli c’è un mondo da analizzare. Si parla di promozione del patrimonio culturale, anche da parte di disabili, di riqualificazione di immobili, di aree degradate, della partecipazione di soggetti privati, singoli o associati, tutti elementi che hanno un senso se applicati anche all’arte urbana; sono poi citate le Regioni, gli Enti pubblici, il Ministero che a diverso titolo possono entrare in ballo in diversi ruoli e competenze nelle commissioni di arte urbana, si parla di espressioni d’identità culturale collettiva dove potrebbero rientrare diverse opere urbane, riconosciute come elementi importanti della loro storia da parte di una comunità che le ha prodotte.

Consapevoli che la street art è un’arte a tempo e che non si può conservare tutto, occorre prima di tutto fare una selezione ed è importante stabilire con quali criteri farla per poi capire cosa conservare e quindi tutelare e valorizzare.

Là dove la legge Ronchey ha introdotto i servizi aggiuntivi nei Musei come il bookshop o la caffetteria, nella street art tutto è ancora in una dimensione di auto-produzione dove le forme di valorizzazione spontanea e finanziamento possono considerarsi i mercatini spontanei che gli artisti fanno per vendere le loro opere, nella raccolta fondi che attivano sui social a sostegno di un progetto di valenza sociale o per comprare i colori o realizzare un catalogo, con una quota d’ingresso o di consumazione al bar per pagare le spese di affitto di un locale alternativo e così via.

Ci sono poi le mostre che si stanno diffondendo, sia monografiche che collettive, in spazi istituzionali e musei dove si possono trovare nel bookshop libri e gadgets sulla street art. E’ un mercato giovane e in crescita con sempre più collezionisti, gallerie dedicate e art dealer.

Per quanto riguarda la tutela nel Codice si dice:

Parte seconda, Beni culturali, TITOLO I, Tutela, Capo I, Oggetto della tutela

Articolo 10

Beni culturali

1. Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti
pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private
senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano
interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico (1).

3. Sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall’articolo 13:
a) le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o
etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al
comma 1;
d) le cose immobili e mobili, a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente
importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte,
della scienza, della tecnica, dell’industria e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze
dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose (3)
g) le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico;
h) i siti minerari di interesse storico od etnoantropologico;
i) le navi e i galleggianti aventi interesse artistico, storico od etnoantropologico;
l) le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze
dell’economia rurale tradizionale (4).

Se consideriamo che rientrano nella tutela “le cose immobili e mobili che rivestono interesse con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte , della scienza, della tecnica e dell’industria e della cultura in genere” e che le opere di arte urbana spesso hanno come soggetto tali argomenti, e che sono tutelati anche e le “strade, le piazze, I siti minerari, le architetture murali, ecc.” si potrebbe ipotizzare che quando un’opera di street art sia fatta su una location del genere, una volta riconosciuto il suo interesse culturale per la collettività, dovrebbe a sua volta essere tutelata.

A propostito di tutela nel codice si dice che ne sono soggetti:

Articolo 11

Cose oggetto di specifiche disposizioni di tutela (1)
1. Sono assoggettate alle disposizioni espressamente richiamate le seguenti tipologie di cose (2):
a) gli affreschi, gli stemmi, i graffiti, le lapidi, le iscrizioni, i tabernacoli ed altri elementi decorativi
di edifici, esposti o non alla pubblica vista, di cui all’articolo 50, comma 1 (3);
b) gli studi d’artista, di cui all’articolo 51;
c) le aree pubbliche di cui all’articolo 52;
d) le opere di pittura, di scultura, di grafica e qualsiasi oggetto d’arte di autore vivente o la cui
esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni, a termini degli articoli 64 e 65, comma 4 (4);

È importante il riconoscimento della tutela ai “graffiti”, intesi non solo quello preistorici, ma se pensiamo all’evoluzione nel tempo anche quelli che sono stati scritti sopra ad opere precedenti e sono diventati anch’essi di epoche antiche, penso a quelli degli artisti che si calavano nella Domus Aurea per disegnare le grottesche e lasciavano inciso il loro nome, come ad esempio fece il Pinturicchio, fino ai graffiti contemporanei e che si potrebbe far estendere nell’intepretazione alla loro evoluzione in street art e in arte pubblica. Si parla inoltre di opere d’arte di autore vivente che sono state eseguite non oltre i cinquant’anni e la street art è piena di questi casi.

Il Codice dei Beni Culturali parla anche d’Interesse culturale:

Articolo 12
Verifica dell’interesse culturale

1. Le cose immobili e mobili indicate all’articolo 10, comma 1, che siano opera di autore non più
vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della
presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2 (1).

Le opere di arte urbana dovrebbero ottenere prima di tutto il riconoscimento di beni culturali, che spetta al Ministero e alle Soprintendenze. In questo caso si applica ad un’opera di un artista non più vivente e la cui esecuzione risalga oltre i cinquant’anni, mentre nel caso dell’arte urbana le opere sono per la maggior parte recenti e inferiori a tale parentesi temporale.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio è del 2004 e, sebbene sia stato rivisto nel 2008, da allora molte cose sono cambiate. In un’ipotetica riforma futura del Codice, sarebbe importante stabilire se le opere di arte urbana possano essere inserite a pieno titolo tra i beni culturali, ottenendo l’interesse culturale da parte della collettività, e in considerazione della loro realizzazione recente, possano avere una diminuzione degli anni previsti con gli artisti viventi.

In sintesi, dopo questo lungo preambolo, con un utile confronto su quanto dice il Codice, valorizzare la street art vuol dire riconoscere l’interesse culturale di alcune opere e la loro importanza ed evitare che alcune di esse siano staccate per metterle in una mostra senza il consenso dell’artista come avvenuto per Blu a Bologna, o ancora peggio evitare con delle sanzioni la caccia alle opere di Banksy o C215 o altri artisti che stanno aumentando le loro quotazioni per poi immetterle nel mondo del collezionismo e la vendita a cifre milionarie. La street art è diventata un grande business come tutta l’arte contemporanea.

Valorizzare la street art senza sfruttarla vuol dire creare delle opportunità, ad esempio di lavori creativi connessi ad essa, che abbiano ricadute positive sul territorio e che restano su essi. Penso ai vari comitati di quartiere che sono nati in maniera spontanea per promuovere la street art in certe aeree e contribuire a sottrarle al degrado, ad associazioni che hanno promosso visite guidate ai murales fatte dagli abitanti di un condominio e inventato un lavoro per loro.

Per quanto riguarda la valorizzazione del patrimonio anche da parte di persone diversamente abili, di cui parla il Codice dei beni culturali e del paesaggio, per alcuni anni ho condotto visite guidate alla street art a sordi, con l’ausilio di un’interprete della lingua dei segni Lis, a ciechi e disabili motori, dopo aver fatto un corso promosso dal Mibact per visite di questo tipo. La loro felicità è stata poter vedere luoghi da cui erano esclusi per la mancanza di un’offerta culturale alternativa di questo tipo dedicata a loro e la mia felicità è stato riportare in strada persone con delle difficoltà, alcune chiuse a casa in carrozzella da anni e impossibilitate a visitare degli spazi per la presenza di barriere architettoniche, che si sono sentiti accolti. Il passaggio successivo potrebbe essere incentivare alcuni di loro a spiegare tali opere insieme a delle guide, perché si trasformi in una vera e propria professione.

Bisogna far cadere anche l’altro pregiudizio che la street art non debba far guadagnare, che l’artista debba vivere e portare avanti la sua arte senza un compenso, che la street art sia sinonimo di gentrification, tutti concetti portati avanti da alcune frange, spesso le più estreme, di questo movimento, che però non suggeriscono anche una via valida e alternativa a tale sistema oltre a manifestare una dura protesta.

Anche gli sgravi fiscali per la ristrutturazione di facciate potrebbero essere un incentivo per i condomini per inserire un intervento artistico nei lavori di manutenzione. La valorizzazione degli immobili con opere d’arte urbana accade da tempo ad esempio negli stati Uniti. Questo comporta un aumento del valore dello stabile e a volte sono fatte delle operazioni mirate proprio per questo scopo. Il confine tra valorizzazione e sfruttamento può diventare sottile in una società comandata dai valori economici del profitto e non da quelli etici per il bene comune.

Dopo aver esaminato a grandi linee la tutela e a valorizzazione, si apre quindi anche il tema relativo alla conservazione. Sempre il Codice in un estratto dice:

Capo III, Protezione e conservazione, Sezione I, Misure di protezione

Articolo 20

Interventi vietati
1. I beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non
compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro
conservazione (1).
Articolo 21
Interventi soggetti ad autorizzazione
1. Sono subordinati ad autorizzazione del Ministero:
a) la rimozione o la demolizione, anche con successiva ricostituzione, dei beni culturali (1);
b) lo spostamento, anche temporaneo, dei beni culturali mobili, salvo quanto previsto ai commi 2 e
3 (1);

Si dice che i beni culturali non possono essere “distrutti, deteriorati, danneggiati” quindi se lo applichiamo alle opere in strada capiamo quanto ci sia ancora molto da lavorare in sinergia con il legislatore se si applicano questi articoli alle opere di arte urbana. Per non parlare di restauro ma lascio questi temi ai restauratori.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

Mi concentrerei in questa fase sulla costituzione di gruppi di lavoro e di una commissione di arte urbana, con esperti di settore selezionati a livello nazionale, che possano testimoniare lo stato dell’arte, indicare le pratiche consolidate nella realtà e orientare sulle varie vie da intraprendere, in modo che tutte le voci e manifestazioni d’interesse siano ascoltate e rispettate. Non è vero che non ci siano persone competenti a sufficienza o che non siano formate adeguatamente perché non ci sono studi universitari dedicati, come sento spesso dire. Ce ne sono invece diversi e alcuni molto specializzati da diversi anni.

Ricordiamoci sempre che la street art è arte contemporanea, che i laureati in storia dell’arte sono molti, che sono in aumento le tesi sulla street art. Inoltre la street art è in molti casi un’arte auto-prodotta e autogestita e che solo da pochi anni si sta diffondendo la consuetudine di organizzarla in maniera strutturata nelle grandi commissioni, sia pubbliche e private, con bandi, con contratti, con brand che hanno uffici di comunicazione preposti a tali progetti.

Semmai tutti vogliono occuparsi di street art perché va di moda, è una delle espressioni più interessanti dopo che in arte si è già detto e visto tutto, e perché vogliono cavalcare l’onda della novità dell’interesse. Quindi è estremamente importante che si coinvolgano persone che siano davvero preparate e che si dedichino a queste attività con professionalità, passione e costanza da anni e non solo per uno sfizio passeggero. Non devono essere solo persone accademiche o si creerebbe uno scollamento con la vita reale, ma persone di diversa estrazione e provenienza, che rappresentano tutti i soggetti in campo, e che possano dare il loro contributo per il progresso della materia.

Bisogna abbandonare definitivamente la grande illusione che la street art riqualifichi

Del resto anche alcuni artisti che la praticano da anni e che sono abituati a fare tutto da soli, sono a volte diffidenti verso le novità e rivendicano moralmente un primato nel fare qualcosa prima degli altri, come se chi viene dopo di loro non possa occuparsi delle stesse cose o fare in maniera nuova o diversa cose che hanno già fatto o sempre fatto.

Al tempo stesso altri hanno capito l’importanza della collaborazione in squadra e sono ben disposti. Diciamo che sono solo Cinquant’anni che esiste questo fenomeno e siamo ancora immersi in un movimento in fieri con molte teste, voci, posizioni, spesso discordanti.

Questo gruppo di lavoro potrebbe essere inserito in una Commissione cultura della Camera dei Deputati e in una Direzione Generale di arti contemporanee del Mibact, che già si interessa a questi temi con vari bandi. Esiste già un osservatorio nazionale che lavora da anni a questi argomenti.

Lascerei stare per ora le Soprintendenze, già piene di pratiche e con poco personale per la necessità di un ricambio generazionale, per non ingessare ulteriormente con la burocrazia un sistema che nasce libero e che sotto l’impulso del legislatore si sta sentendo l’esigenza di organizzare e soprattutto se prima non capiamo cosa va selezionato per poi passare a pensare come tutelarlo e valorizzarlo.

Una legge sulla Street art potrebbe servire a fare chiarezza su cosa è lecito e cosa no in uno spazio pubblico, ad orientare sulle sanzioni amministrative o penali, potrebbe contribuire a tracciare le linee guida per distinguere ruoli e mansioni dei vari operatori coinvolti, e a definire delle buone pratiche da seguire nell’organizzazione e gestione della street art in caso di commissioni sia pubbliche che private, in modo che si crei una cultura condivisa nella pratica.

Come si può favorire la street art?

Bisogna abbandonare definitivamente la grande illusione che la street art riqualifichi. Certamente è un primo passo per migliorare l’immagine di un quartiere e la sua percezione nei suoi abitanti, ma se non è seguita da azioni concrete con il finanziamento pubblico e privato che vada a fare gli interventi strutturali di manutenzione necessari, ad incrementare i servizi, ad aumentare i trasporti ad incentivare le attività economiche con ricadute positive sul territorio, siano esse associazioni culturali che fanno dei tours guidati o attività di ristoro che possono aprire o altro, è tutto inutile e resta solo uno slogan con cui farsi belli in campagna elettorale o da parte delle pubbliche amministrazioni.

Sicuramente la street art ha portato una piccola rivoluzione in periferia, ha avuto la capacità di riaccendere i riflettori sulle borgate disagiate spesso dimenticate e sommerse dai loro innumerevoli problemi e di spostare in periferia un’offerta culturale che è storicamente concentrata nel centro storico. Ma non basta. Occorre fare di più. Iniziando a legare interventi di arte urbana ad interventi di rifacimento urbano, come buche, strade, infrastrutture, collegamenti, palazzi, servizi, e tutto quello che occorre per migliorare le condizioni di vita, con un crono-programma di periferia in periferia mirato a risolvere le urgenze che durano da anni.

Promuoviamo dei bandi ricorrenti per promuovere la street art con regole semplici e accessibili con finanziamenti in cui oltre all’opera di street art bisogna creare anche un indotto da lasciare sul territorio e questo non deve essere demandato all’associazionismo o all’iniziativa del singolo cittadino ma all’amministrazione municipale.

Sarebbe il caso di iniziare a fare dei bandi ricorrenti, dove per ogni murale che il comune finanzia con soldi pubblici, ne stanzia altrettanti per fare un’opera d’interesse pubblico nella stessa area, sia essa il risanamento del manto stradale, la riparazione di buche o marciapiedi, l’incremento di servizi pubblici, la creazione di spazi verdi o di giardini per i bambini e così via. Allora si che si potrebbe iniziare a parlare di riqualificazione del territorio attivato dalla street art.

Creiamo una rete in cui l’artista non va lasciato solo sul territorio a farsi carico spesso di problemi di sicurezza nel confronto con la criminalità organizzata dei quartieri, come troppe volte invece è accaduto, ma dove è al servizio di una collettività per migliorare uno spazio comune accanto alle Istituzioni.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

Per questo lascio rispondere agli esperti di diritto. Per quanto ho seguito dai giornali, so che in America ci sono delle sezioni della polizia dedicate a identificare e schedare i writers e c’è un atteggiamento severo contro il vandalismo. Così come in Brasile dove da alcuni anni è in atto una politica di cancellazione di molte opere da parte della municipalità, perché si sarebbe esagerato secondo loro con troppe manifestazioni vandaliche. Ma sempre in America ho letto c’è stato un caso significativo, come quello di 5 Pointz, un edificio pieno di graffiti storici, che sono stati poi cancellati dalla proprietà per vendere lo stabile e farci un’operazione immobiliare e c’è stata una sentenza esemplare dopo la demolizione che a distanza di anni ha previsto il risarcimento a tutti degli autori delle opere cancellate.

In Italia ho letto di casi di denunce a carico di vari artisti, a Bologna, a Milano e di processi che si sono prolungati nel tempo. Sebbene qualche artista sia uscito con una sanzione amministrativa, l’immagine ritratta dai media che si porta dietro per l’opinione pubblica è di essere artefice di un grave atto vandalico.

C’è ancora molto da fare e in questo una legge sulla street art può essere utile, a definire gli ambiti del penale e civile e cosa sia lecito e cosa non lo sia nel caso di un’opera fatta in strada, soprattutto se si considera che è capitato che mentre un artista da una parte era sotto processo in una città per un atto vandalico, contemporaneamente lo stesso veniva invitato altrove a dipingere opere pubbliche perché riconosciuto come artista valido.

È una contraddizione che andrebbe risolta e il legislatore può aiutare a fare chiarezza. In fondo, tutte le persone che a diverso titolo si occupano di street art stanno contribuendo con il loro apporto a costruire il movimento e al progresso della materia, e anche queste domande e risposte servono a sollecitare un confronto, spesso da punti di vista diversi, per trovare punti d’incontro.




Per parlare davvero di arte pubblica dobbiamo andare oltre la street art

 

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica. Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Oggi incontriamo Ilde Forgione, in servizio alle Gallerie degli Uffizi, e attualmente Cultrice della materia per l’insegnamento del Diritto Amministrativo presso l’Università di Pisa. I suoi studi si concentrano su amministrazione digitale, concessioni di beni pubblici e sviluppo urbanistico sostenibile.

Leggi qui il precedente intervento: Street Art o Arte Pubblica? Dal vandalismo alla valorizzazione dell’arte negli spazi pubblici

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

So che probabilmente sarò una voce fuori dal coro ma per me vi è una differenza tra le due espressioni. Nel senso che il concetto di arte pubblica, include una variegata gamma di manifestazioni artistiche che non può essere appiattita sulla street art.

L’arte negli spazi pubblici, generalmente include opere di grandi dimensioni, come i monumenti ed i murales, ma include altre declinazioni, come la musica o le performance. L’espressione racchiude genericamente le manifestazioni artistiche svolte all’esterno, che hanno lo spazio urbano come luogo di azione, ma credo che sia talmente generica da includere più o meno qualsiasi forma d’arte destinata ad essere fruita dalla collettività indistinta.

Anche il graffitismo è diverso dalla street art perché, pur avendo la stessa modalità espressiva e pur essendo entrambe manifestazioni clandestine e non autorizzate, il graffitismo delle origini consisteva essenzialmente in una forma di forte contestazione sociale, che si manifestava anche come protesta incivile (le firme sui muri, sui treni, nei bagni pubblici).

Il graffitismo, a mio modo di vedere e con tutti i dovuti distinguo storici, esprime la volontà di manifestare la propria esistenza, proprio come avveniva con i graffiti preistorici. L’uomo che afferma il suo diritto ad esistere lasciando un segno di sé – l’impronta di una mano su una parete rocciosa o la propria firma con lo spray su un treno – d’altra parte quella di comunicare è sempre stata un’esigenza primaria dell’uomo.

il concetto di arte pubblica non può essere appiattito sulla street art

Mentre la street art è una protesta più codificata, decisamente più dialogante con il contesto in cui viene attuata. Certo, il gesto è il medesimo, ma credo che quando si parla di arte e di manifestazioni artistiche il perché di un certo gesto sia essenziale.

Come le distingueresti?

Se vogliamo provare a dare una definizione più netta della street art, per me rappresenta una forma di arte attuata nei luoghi pubblici, ma come espressione di un singolo individuo pensante (l’artista), che riflette e spinge a riflettere su un certo tema o che manifesta la sua visione del mondo.

Gli artisti sono indipendenti, vi è una forma di contestazione ma contenuta, nel senso che ormai gli artisti tengono comunque in considerazione i mass media per diffondere la conoscenza dell’opera. Nella mia percezione vi è una volontà di comunicare, ma unita al rispetto per il quartiere in cui l’opera va a collocarsi e per la collettività che lo vive. D’altra parte spesso si tratta di artisti nati e cresciuti nelle periferie, che vengono da ambienti famigliari difficili e che sentono essi stessi la necessità di dare una identità a spazi urbani che ne sono privi attraverso strumenti non convenzionali.

Nella mia visione la definizione di arte pubblica, come già accennato, ha un perimetro frastagliato e in continua espansione che include tutte le espressioni artistiche che mettono al centro il territorio e lo spazio urbano pubblico, sia che si tratti di progetti promossi da enti pubblici o privati, sia che si tratti di azioni autogestite di artisti ma, in generale, volti ad animare, a vitalizzare e – a volte – anche a riqualificare lo spazio pubblico. Insomma, in questa espressione è racchiusa una concezione dell’arte come rivolta più direttamente ai cittadini, cosa che non necessariamente è la street art, in modo che le diverse manifestazioni diano vita ad un valore culturale riconoscibile e riconosciuto dalla comunità che vive quei luoghi.

La presenza di un messaggio sociale o identitario può essere il collegamento tra street art e arte pubblica in generale, dal momento che ogni intervento realizzato in uno spazio pubblico innesca un processo critico nell’immaginario collettivo e influenza la quotidianità di chi vive un certo spazio.

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

Credo che sul punto ci sia un po’ di confusione ed anche mancanza di consapevolezza sia da parte degli artisti che dei fruitori delle opere. Nel senso che l’uso e la condivisione privata, sui social e genericamente attraverso la fotografia non può che essere libero, anche perché questo favorisce la diffusione delle opere e quindi la loro valorizzazione.

Altro è lo sfruttamento commerciale di queste. Nel caso dell’utilizzo a fini commerciali la legislazione sul copyright può senz’altro essere applicata. Il fatto che le opere siano realizzate illegalmente non rileva ai fini della proprietà intellettuale e dei diritti di sfruttamento; per il diritto d’autore rileva l’originalità dell’opera, per cui chiunque intende sfruttare commercialmente un’opera, ovunque realizzata, di un autore identificato deve ottenere l’autorizzazione da parte di questo.

È importante quindi che ci sia consapevolezza sulla possibilità di tutelare la propria creazione da sfruttamenti non autorizzati e lesivi della propria immagine, da parte degli artisti che si vedono accostati a marchi e prodotti vari, ma anche che vi sia consapevolezza da parte di aziende e istituzioni culturali del fatto che le opere di street art non sono libere solo perché realizzate in spazi pubblici ed in modo abusivo. Al contrario, essendo il frutto dell’elaborazione originale di un artista queste sono protette dal diritto d’autore dallo sfruttamento non autorizzato, al pari delle altre forme di espressione della creatività.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

Il tema è spinoso anche perché, nel caso specifico della street art, questa si declina in molteplici forme. Tuttavia, l’arte deve essere tutelata – magari con forme meno invasive di quelle del Codice – altrimenti si rischia che si perda. Secondo me alcune opere di street art meritano una forma di tutela, se non altro per la forte funzione identitaria, di denuncia o di inclusione sociale che possiedono.

Certo, mi si potrebbe chiedere come si selezionano allora le opere da tutelare ed a chi spetta la selezione. Io credo che il valore culturale sia un processo, non è un qualcosa di immediatamente percepibile ma è una consapevolezza che si crea nel tempo. Nel caso della street art, questa dà valore al luogo e serve per identificarsi in esso. La legge interviene dopo, là dove la società è già arrivata a riconoscere valore ad una certa espressione, per questo è importante il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini nella valutazione dell’impatto di un’opera d’arte che comunque rappresenta la visione del mondo di un singolo, ma ha effetti sulla vita della comunità.

In questo contesto ha molto senso regolare la street art per evitare arbitri nella rimozione delle opere e nella persecuzione degli autori ed interpretazioni contrastanti nella definizione di cosa sia arte e cosa no. Anzi, proprio per tutelare quegli interventi artistici che hanno un alto valore comunitario o artistico può essere interessante provare a definire il fenomeno ed a regolarlo, magari con norme di indirizzo.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

Non credo che la valorizzazione sia sempre sinonimo di consumo e sfruttamento. Anzi, senza la valorizzazione non potrebbe esserci tutela e, di conseguenza, conservazione. Anche i grandi musei ormai perseguono la tutela attraverso la valorizzazione. Tutto sta nel come si declina la valorizzazione; nel caso della street art anzi questa diventa essenziale per il riconoscimento del valore artistico, culturale e sociale dell’opera. In questo caso quindi la valorizzazione, proprio perché ha un ruolo attivo nella conoscenza e nella comunicazione, precede la tutela e contribuisce a far nascere la consapevolezza della necessità di preservare ed a far fruire l’opera.

Bisogna muoversi da una definizione per selezionare cosa è interesse pubblico tutelare e cosa non lo è

Nel caso specifico credo che sia importante intanto cercare di dare una definizione di cosa sia street art, poi si tratta di capire quali valori sociali o artistici si vogliono trasmettere attraverso questo tipo di espressione.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

Come sempre, bisogna muoversi da una definizione per selezionare cosa è interesse pubblico tutelare e cosa non lo è. Una legge sul tema dovrebbe poi essere inserita all’interno del Codice dei Beni Culturali, per essere sottoposta agli stessi principi e criteri, in modo da avere omogeneità nella regolazione delle diverse forme di arte.

Credo poi che sarebbe utile proporre forme di tutela, come un vincolo paesaggistico “leggero”, per i quartieri in cui sono presenti più opere di uno o più artisti in dialogo tra loro e che, nel complesso, compongono una visuale caratteristica e riconoscibile, identitaria appunto.

Per le singole opere invece credo che potrebbe essere utile apporre un vero e proprio vincolo a protezione dell’opera dalla decisione di distruggerla del proprietario del muro. In questo senso si potrebbe pensare ad una procedura diversa da quella prevista per i beni culturali tradizionali, una procedura condivisa che preveda il confronto con la collettività che vive il luogo dove l’opera è collocata (palazzo, strada, quartiere..).

È molto interessante l’idea del prof. Giovanni Maria Riccio circa l’istituzione di una Commissione di artisti ed esperti, idea che potrebbe essere in sintonia con quella di consultare con procedure partecipative gli abitanti del luogo interessato dalla procedura di tutela.

Come si può favorire la street art?

Per favorire l’arte di strada penso sia essenziale l’intervento pubblico attraverso dei progetti. Anche se la street art rimane per lo più illegale e spontanea serve un intervento pubblico per divulgarla, farla conoscere e, in qualche modo, tutelarla. Questo tipo di intervento può essere appoggiato anche da privati ma deve essere la parte pubblica a farsi promotrice attraverso progetti di mappatura, segnalazione e divulgazione, perché rappresenta la collettività che in quello spazio urbano vive. Di conseguenza, penso che sia importante il coinvolgimento dei cittadini nella selezione di cosa valorizzare e tutelare e cosa no.

Anche se la street art rimane per lo più illegale e spontanea serve un intervento pubblico per divulgarla

In questo senso aiuterebbero anche forme di conoscenza e insegnamento attraverso percorsi educativi nelle scuole. Se diversi tour operator (penso a Firenze) organizzano tour di street art non vedo perché non dovrebbero farlo le scuole. Questo favorirebbe la conoscenza dei luoghi quotidiani, la consapevolezza del proprio spazio urbano la comprensione di questa forma di espressione e, perché no, anche un certo orgoglio.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

Non sono una grande esperta delle altre legislazioni, ma mi sembra che per lo più la protezione avvenga per il tramite del diritto d’autore. Manca in generale una normativa ad hoc che protegga e valorizzi questo tipo di opere.

In Italia siamo molto lontani dall’avere una legislazione in questo senso, forse perché la nostra impostazione tende più a tutelare il passato storico, che non a valorizzare il presente dell’arte. È un grande limite, che ha delle ricadute anche nella possibilità di vivacizzare i centri storici e rivitalizzare le città d’arte. Firenze, ad esempio, a parte qualche recente lodevole sforzo da parte delle istituzioni locali e nazionali, è tutta incentrata sul Rinascimento, mentre si potrebbe favorire una rivitalizzazione della città attraverso questo tipo di azione artistica.

Ci sono degli escamotage normativi nel Codice attraverso cui si potrebbe tentare una tutela della street come bene architettonico, ma servirebbero norme apposite per cambiare l’impostazione generale ed aprirsi anche alle manifestazioni artistiche più recenti, non solo la street art.




Tra street art e attivazione culturale, intervista a Mario Nardulli

I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


La Puglia vive oggi una sorta di autunno politico e culturale dopo il decennio del governo di Vendola (2005-2015). Quella stagione, chiamata appunto “primavera pugliese” che arrivava ultima dopo quella siciliana e quella napoletana incarnata dai sindaci di Palermo e Napoli, aveva una caratteristica peculiare e originale. Si distingueva per un grande investimento sulle potenzialità imprenditoriali, organizzative e artistiche dei giovani provenienti dalla regione.

In Puglia sono fioriti in quegli anni moltissimi bandi, iniziative e concorsi che hanno fatto da incubatore a decine di esperienze, alcune più velleitarie e altre più durature. Gli altri giovani meridionali, come i calabresi, guardavano con invidia la vitalità pugliese chiedendosi: “perché la nostra regione non ci dà spazio”? In generale di quel grande investimento, di soldi pubblici, regionali e europei in prevalenza, sembra aver beneficiato soprattutto il turismo.

Le iniziative di intervento sociale e culturale, che si strutturavano come residenze intensive in varie città da Taranto e Foggia, come “Bollenti spiriti” voluta da Minervini, l’allora assessore alle politiche culturali, hanno lasciato molti progetti in sospeso e un velo di delusione nei racconti di chi è stato protagonista di quella stagione.

Tra questi c’è Mario Nardulli, un atipico operatore culturale di Bari, educatore, artista di arte muraria. Ha fondato un collettivo, Pigment Workroom, che opera tra i quartieri di San Pio, ma che tutti chiamano Enziteto, e Carbonara, dove ha messo in piedi due laboratori di serigrafia, Risograph e sartoria, ma che guarda al mondo soprattutto a Parigi e agli Stati Uniti (è reduce da un tour in cui è stato ospite e ambasciatore del nostro paese di tutte quelle realtà più interessanti di arte sociale da Miami a Los Angeles passando per Akron in Ohio).

Il primo amore per Nardulli però è la street art perché è stato testimone, in questi anni, della gloriosa scena barese, una delle più vive d’Italia. Nardulli è un po’ come un pontiere tra due generazioni che non comunicano, una storica fatta di puristi che non riconoscono le trasformazioni, e una giovane che, al contrario, conosce solo il linguaggio del mercato. Per lui gli estremi sono Banksy che parla a tutti immediatamente con ambiguità, prendendosi gioco del mercato ma anche essendone parte essenziale e chi riesce, come l’italiano Blu, a non farsi incasellare e mantenere un’indipendenza creativa. “Chi dice che la street art sia morta non ha torto, ma soprattutto agli inizi è stata una rivoluzione” riconosce parlando di questa complessa eredità culturale. Lo abbiamo incontrato in una giornata di inizio anno per farci raccontare il suo lavoro, la storia dei graffiti a Bari e delle sue periferie.

Chi sei? Uno street artist o un educatore?

Nessuno dei due: mi definirei un attivatore culturale. Il discorso del writing e della street art è sempre stato fondamentale per il mio lavoro, anche se ho un po’ di pudore a considerarmi un writer vero e proprio, perché mi sono sempre mosso prevalentemente nella legalità. Ad esempio i miei murales non hanno mai toccato un vagone di un treno. Un writer è uno che ha rischiato la pelle.

Per quanto mi riguarda avvicinarmi a questo mondo è stata una reazione al mio mondo borghese, di chi vuole uscire dal proprio contesto di partenza per vedere cosa c’è nell’underground, sempre in modo consapevole e quindi mantenendo sempre un po’ di ironia. Detto ciò comunque è un approccio, quello da writer, molto importante che mi ha aiutato in questi anni, anche affrontano settori istituzionali: il fatto di sapere che esiste un profilo non regolato, che può snellire i rapporti anche quando sembra che debbano essere solo “in giacca e cravatta”. In un certo senso è una modalità alternativa di costruzione di processi, che non cerca palcoscenici, ma vuole restare nelle cose. Un aspetto sia positivo che negativo di questo mondo che, nei suoi aspetti più negativi, sembra una setta: un ambiente chiuso dove devi parlare solo con quelli che sono come te. Al tempo stesso questa pratica riesce a parlare anche a chi non conosce i codici, a entrare a fondo nelle cose, non limitandosi solo a quelli che sanno leggere quella roba.

I graffiti a Bari, perché proprio qui?

Bari è strettamente legata al fenomeno originario della graffiti-writing di New York delle origini per varie ragioni. La città aveva gallerie curiose sull’arte pubblica che funzionavano già alla fine degli anni Settanta. Per capire la specificità a Bari basti sapere che Keith Haring passò di qui per per andare a trovare Rammellzee (un artista visuale di New York) a Martina Franca ospite della galleria Carrieri Noesi.

La galleria Bonomo hanno portato in quegli anni a Bari le primizie dell’arte pubblica mondiale. Phase 2, che è morto un mese fa, è considerato uno dei fondatori dei graffiti di New York ed è stato ospite a Bari. In quegli anni si era creato un triangolo con gli Usa tramite l’Olanda, con la quale c’era con frequenza uno scambio di ospitalità da anni. Alcuni writers baresi fanno parte di alcune storiche crew statunitensi. I primi ragazzi che hanno importato i graffiti qui sono riusciti a mantenere viva la base, a rispettare quello spirito molto funky, fresco e giocoso, il non prendersi troppo sul serio e, al tempo stesso, fare sul serio.

Questa disciplina ha prosperato qui perché ha trovato un contesto più piccolo, con meno competizione: qui è stato più facile fare amicizia che litigare con chi cercava un muro dove esprimersi. Infatti negli anni Novanta si è provato a fare una cosa, molto rara in Italia, cioè creare un’unica posse per tutti i writer, i breaker e tutti gli mc della città. Il tentativo fallì anche perché morì una figura chiave, Rino, anche conosciuto come Loop 5 – Yeah a cui abbiamo dedicato il film Bari Graffiti. Ho scritto un film su questa storia che è Bari graffiti (2013) girato da Martina Di Tommaso, che all’epoca aveva 17 anni e che è stata la più giovane diplomata al centro sperimentale di Roma. L’obiettivo era quello di spiegare il fenomeno a chi non potesse comprenderlo, ma una volta che i protagonisti si sono rivisti nel film, non si sono più riconosciuti e, non dico che ci hanno fatto la guerra, ma l’hanno disconosciuto. Comunque resta una testimonianza del passato molto importante per la storia dell’arte urbana in questa città.

Tradire l’underground?

V-Roots era il collettivo che avevamo creato per produrre il film, composto inizialmente da cinque persone. All’interno c’erano due degli storici graffittari della scena barese, due che erano stati per me un mito da bambino (ragazzino). Quando avevo 13-14 anni rimanevo appostato le ore per vederli disegnare davanti i due o tre muri che, si diceva, avrebbero ospitato i loro lavori.

Il fatto che poi abbia aperto il mio modo di approcciarmi alle scritte sui muri, iniziando a fare corsi sui graffiti ai bambini e anche commercializzando qualche lavoro attraverso la serigrafia e la Risograph, ha creato un solco tra me e loro. Questa cosa è contro lo spirito puro di chi è fedele alla linea. La street art è riuscita a fregare molti, soprattutto nell’evoluzione che oggi l’ha immessa nel mercato dell’arte.

Quindi è comprensibile questa diffidenza da parte chi ha visto la sua mutazione. In questa evoluzione credo che sia importante fare non tanto una messa a disposizione quanto una messa in discussione. Se pensiamo alle origini la traiettoria a New York di Jean-Michel Basquiat è significativa: dalla strada alle gallerie d’arte nel giro di pochi anni. C’era la commercializzazione di un’espressione artistica che saliva dal basso, ma tutti si divertivano alla stragrandissima. Il punto di non ritorno è quando il codice viene messo nero su bianco e applicato in tutto il mondo con Subway Art e Style: Writing from the Underground (pubblicato in Italia da Stampa alternativa nel 1996). Phase 2 diceva di non considerare più Haring uno dei loro, parlava proprio di una diaspora dei graffiti.

Che cos’è Enziteto?

È un quartiere periferico, incompiuto (il nome suggerisce la parola “innesto”) che si trova oltre l’aeroporto, più vicino a Bitonto che a Bari, fatto di case popolari, con l’80% di abusivismo e con varie dinamiche di criminalità organizzata. Ma in gran parte un quartiere molto povero e degradato. Nel 2005 morì una bimba per indigenza, una neonata, e ci fu una forte reazione emotiva dell’opinione pubblica e una presa di responsabilità del sindaco di allora Michele Emiliano. Ci fu un lavoro di riqualificazione, le strade vennero ribattezzate con dei referendum, ora esiste Via della Libertà e via della Felicità e una piazzetta Eleonora che ricorda quella tragedia. Anche il nome del quartiere cambiò in San Pio.

La cosa più significativa fu l’apertura dell’Accademia del cinema per ragazzi, un progetto della Cooperativa Get che riaprì una scuola abbandonata per fare attività di cinema gratuite per i ragazzi del quartiere. Grazie al bando “Principi attivi”, il collettivo Pigment Workroom riuscì a promuovere attività artistiche di 2-3 mesi, insegnando i graffiti ai ragazzi e progettando dei grandi murales sulle facciate spoglie delle case popolari. Riuscimmo a coinvolgere artisti italiani come Alberonero, Alfano, Ciredz, Geometric Bang, Tellas … . Non sapevamo cosa aspettarci, perché dovevamo “scansare” le logiche criminali, per le quali non puoi muoverti senza il consenso di quel capetto o quel gruppetto.

Il risultato fu oltre le aspettative e anzi ci sfuggì di mano. La cosa positiva che con i ragazzi che conoscemmo ora siamo riusciti ad aprire un laboratorio di stampa serigrafica dentro l’Accademia del cinema dei ragazzi. Ma l’effetto iniziale fu un’esposizione mediatica esagerata: giornalisti, televisioni e persino turisti. In quella fase, come collettivo, abbiamo cominciato a ragionare come le istituzione usavano l’arte muraria a fine propagandistici, modificando il modo d’essere di un territorio e probabilmente la nostra mancanza di forza nel comunicare bene i progetti rischiava di farci passare solo come iniziative di facciata.

Quando ci proposero di fare un evento nel quartiere ci siamo confrontati con la paura di fare un festival solo per fare un festival: una cosa che volevamo evitare. Dopo quella fase abbiamo sentito il bisogno di allontanarci dalla nostra città e ci siamo spostati a Parigi, come se fossimo andati in esilio, per curare alcuni progetti sul cambiamento climatico. In seguito grazie al permesso di costruire la serigrafia sociale siamo tornati nel quartiere, ma proponendo aperture e lavori nel centro non solo in periferia.

Ciò ha significato spostare nel quartiere la nostra competenza principale, cioè quella di creare reddito attraverso la stampa commerciale e sartoria sociale. Stiamo pensando di fare un accompagnamento con un gruppo di ragazzi del quartiere e grazie alle donne che hanno conoscenze di sartoria e, sarà banale, tengono in pugno il quartiere (qui gli uomini tendenzialmente non ci sono, o valgono molto meno di quello che dicono).




La street art in Italia esiste, è ora di valorizzare le opere e gli spazi pubblici che le ospitano

Prosegue la nostra inchiesta attorno al mondo della street art e alle sue “regole”. Con la collaborazione del giurista Giovanni Maria Riccio che ha avviato il tema partendo da un convegno presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra Street art e arte pubblica.

Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Oggi incontriamo Roberto Colantonio, avvocato Cassazionista e autore del volume Arte condivisa; il primo testo italiano a occuparsi di tematiche legali di art sharing. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo La Street art è illegale?, Compendio di diritto d’autore  e Il collezionista d’arte contemporanea.

Con lui abbiamo intervistato il writer BOL all’anagrafe Pietro Maiozzi che da Centocelle (quartiere romano recentemente assurto alle cronache per l’incendio della libreria La pecora elettrica) dove è nato, si impone come artista già negli anni Novanta. La sua azione artistica passa anche attraverso un ruolo di vero e proprio formatore di giovani artisti dai laboratori con i ragazzi a quelli del Carcere Minorile Casal Del Marmo. Attualmente BOL è impegnato in diversi progetti artistici ed è tra i principali esponenti della scena dei designer toys capitolina con i progetti di Lallo il Pappagallo e Squiddy.

E infine abbiamo parlato con lo street artist surrealista Mauro Sgarbi formatosi alla Scuola Romana dei Fumetti ha contribuito con alcuni suoi lavori alla nascita nel 2014 del MAAM di Roma, il Museo dell’altro e dell’altrove metropolitano ideato da Giorgio De Finis

Leggi qui il precedente intervento: Street Art o Arte Pubblica? Dal vandalismo alla valorizzazione dell’arte negli spazi pubblici

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

BOL: Non amo per niente le definizioni, ma se proprio costretto definisco streetart tutti i tipi di arte fatti per strada, nei luoghi abbandonati come in quelli pubblici, nelle città o nelle campagne, con qualsiasi mezzo e tecnica riguardi, soprattutto il visuale. Arte pubblica rientra nella streetart come il writing (basta chiamarlo “graffiti”, non siamo preistorici, va bene anche “lettering” se ci aiuta a capirci meglio e a distinguerlo dal figurativo fatto a spray dagli stessi writers) e comprende anche altre tecniche di intervento urbano, dai giocolieri ai semafori alle proiezioni video sui palazzi, agli stickers, alla posterart ecc.

Mauro Sgarbi: Proprio in contrapposizione non direi, ma sicuramente sono due differenti tipi di intervento artistico anche se entrambi vengono eseguiti per strada.

Roberto Colantonio: La differenza tra interventi spontanei e opere commissionate, con committenti pubblici o sponsor privati, attiene alla natura giuridica dei rapporti che si vengono a creare e all’ambito, extracontrattuale o contrattuale, dove ci si trova ad operare, con diversi risvolti penalistici e amministrativi. Nulla toglie che un’opera di Street art “non autorizzata” possa essere “adottata” da una pubblica amministrazione o dalle persone che abitano il quartiere, la strada dove è stata realizzata.

Come le distingueresti?

BOL: Distinguerei solo le tecniche ed i materiali con cui vengono realizzate le opere. Non faccio nessuna distinzione tra opere legali o illegali sono entrambe streetart. Quelle realizzate illegalmente nascono da un bisogno non riconosciuto pubblicamente e dunque assumono un valore per me maggiore delle altre, sarebbe auspicabile un maggiore rispetto di queste opere da parte di chi ha la possibilità di realizzarne di legali, perché chi le realizza di nascosto corre un rischio non indifferente, non viene mai pagato e lo fa solo per passione sacrificando sé stesso, il suo tempo e le sue risorse.

Mauro Sgarbi: La Street Art è una forma d’arte illegale che parla prettamente della società attraverso le immagini e di solito ne evidenzia o soprattutto ne critica le storture e le contraddizioni. Il più noto esponente di questa forma d’arte al mondo è proprio Banksy. Essendo una forma d’arte appunto illegale, la sua esecuzione deve essere molto veloce e quindi si adottano tecniche specifiche come lo stencil e le immagini non saranno mai di grosse dimensioni.

L’Arte Pubblica invece, è una forma d’arte legale e il più delle volte è qualcosa di commissionato. Di solito viene eseguito su facciate molto grandi di palazzi per il quale è necessario investire molto tempo e mezzi. Essendo qualcosa di commissionato, molto spesso il soggetto viene concordato prima richiedendo la produzione di un bozzetto.

Roberto Colantonio: Due sembrano essere elementi caratterizzanti la Street art: il luogo e il consenso, quest’ultimo può essere declinato in senso affermativo, negativo (opposizione) o neutro (tolleranza). La Street art procede dal basso verso l’alto, l’Arte pubblica solitamente dalla direzione opposta, in un percorso che idealmente si dovrebbe incontrare a metà strada. Entrambe creano consenso.

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

BOL: Sono da sempre contro il copyright, sono per la libera circolazione delle idee e delle produzioni. Se produci qualcosa e lo poni in bella vista di tutti, non vedo perché gli altri non possano utilizzarlo, farlo proprio, arricchire la propria esistenza e quella altrui diffondendolo, pubblicandolo ecc. Se vuoi impedirlo per motivi economici, tienilo nel cassetto di casa tua finché non riesci a venderlo al miglior offerente. Ve la dico con una rima di DJ Gruff “”…hanno già acquistato il copyright della scena, stanno costruendo una nuova galera…”

Mauro Sgarbi: Sinceramente non saprei dire se c’è stato veramente una evoluzione in merito a questo tema. Mi sembra che le cose a livello legislativo siano ancora come erano anni fa.

Roberto Colantonio: Con copyright si traduce, approssimativamente, da sistemi di common law, l’istituto del diritto d’autore che, nel nostro ordinamento, ha radici diverse. Il diritto d’autore ha l’indubbio merito di mettere al centro di ogni discorso, l’autore. La retribuzione dell’artista oggi è uno dei punti dolenti da affrontare. Ma il diritto d’autore è un diritto proprietario che si scontra con una sensibilità moderna orientata più verso la fruizione che il possesso, la condivisione rispetto all’esclusiva e a ritagliare uno spazio consistente ai Beni comuni in queste nostre città dove tutto è già preso, dove tutto è già di qualcuno.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

BOL: Si, anche se considero le leggi delle gabbie. Alcuni “animali” (veramente pochi per i miei gusti) comunque li terrei fuori dai piedi anche con delle apposite gabbie. Per quanto riguarda le azioni artistiche illegali toglierei subito le pene detentive da tre mesi a due anni e la multa per la recidiva dell’articolo 634 del codice penale. Tornerei alla vecchia versione dell’articolo che prevedeva l’obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi interessati, solo su richiesta del proprietario privato senza comprendere proprietà pubbliche. Lo farei in maniera retroattiva, così da dare a chi vive fuori l’Italia per questo motivo, una possibilità di rientro nel nostro paese senza conseguenze di tipo giudiziario.

Stabilirei, in aggiunta ai muri liberi già esistenti in molte città italiane, altrettanti spazi liberi dove poter dipingere o fare altre attività artistiche, che siano essi pubblici e accessibili da chiunque senza autorizzazione alcuna (come i “muri liberi” della delibera dell’Urban Act di Roma) che siano diffusi in tutte le zone della città, non solo in quelle periferiche, e che siano adeguatamente pubblicizzati, riconoscibili e fruibili da tutti.

Non tutelerei i muri autorizzati legalmente in nessun modo, non abbiamo bisogno di restrizioni ma di nuovi spazi, anzi direi che dopo qualche anno dovrebbero diventare automaticamente “muri liberi e muri per tutti”, non solo per chi ha ottenuto l’autorizzazione a dipingere. Vorrei che le generazioni future li prendano in consegna e decidano loro cosa debba rimanere e cosa dovrà venir rimpiazzato con qualcosa che gli appartenga maggiormente. Non sento il bisogno di artisti “calati dall’alto” (magari anche dall’estero, senza una reale radicazione e interazione con la popolazione locale) e di opere mastodontiche imposte da curatori o da amministrazioni politicizzate che ne fanno uso strumentale, elettorale, a volte puramente commerciale. Sento il bisogno di poter esprimere dal basso qualsivoglia tema da parte di qualsiasi cittadino, senza restrizioni e censure varie.

Giuridicamente questo è possibile non solo attraverso delibere comunali, ma anche con leggi nazionali. Sono certo che una legge nazionale per garantire il diritto a queste forme di espressione e lo stabilire la presenza di questi spazi in maniera obbligatoria in ogni città aiuterebbe molto.

Mauro Sgarbi: Se ci si riferisce all’arte eseguita per strada, penso che magari l’immagine creata sia giusto che venga “tutelata” come ad esempio viene fatto per le immagini eseguite per una illustrazione di un libro o un poster. Invece, per quel che concerne il muro dove viene eseguita l’opera, a mio avviso ritengo che debba rimanere sempre a discrezione del proprietario del muro.

Roberto Colantonio: Il legislatore, saggiamente, non definisce cosa sia arte e cosa non lo sia e tutela ogni creazione dell’intelletto. Tra queste rientrano senz’altro le opere di Street art.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

BOL: Il valore dell’opera non è nell’opera stessa, ma nella modalità in cui viene eseguita, dalle motivazioni che spingono chi la realizza, dalla possibilità di operare in un contesto di legalità senza restrizioni, da cosa genera la sua presenza sul territorio e molti altri elementi spesso svalutati o non presi in considerazione. Manutenzione e conservazione non servono a nulla rispetto al poter replicare l’esperienza che ha portato alla sua produzione in maniera libera da qualsiasi vincolo e autorizzazione anche trasformando l’opera stessa o lasciando che il tempo segni la sua fine. Non esiste una commissione di esperti che possa giudicare il valore di un’opera se non l’artista che l’ha realizzata, le persone che la vivono, la fanno vivere, la trasformano o la replicano come esperienza. Più che di valore di opere parlerei del valore dello spazio visuale, del suo consumo, sfruttamento e possibile valore sociale.

Mauro Sgarbi: Ritengo che le opere fatte per strada abbiano una loro vita perché di fatto interagiscono con il territorio in cui vengono inserite. Molto spesso alcune opere non rispecchiano il luogo o ancor di più il sentimento di chi abita quel luogo e può avvenire che poi vengano anche deturpate. A mio avviso questa è una forma di dialogo e rispecchia proprio la natura stessa dell’Arte che si fa per strada. Penso che ciò che vada preservato a livello legislativo sia un’opera di Arte Pubblica o quantomeno qualcosa che viene chiesto da parte della collettività. Il resto, sarà la strada a decidere. Per quanto invece riguarda l’immagine, penso che quella vada sempre e comunque tutelata.

Roberto Colantonio: La tutela dei Beni culturali in Italia è, sulla carta, molto pregnante. Ma i Beni culturali sono soltanto una parte, di assoluto valore certo, del nostro patrimonio storico, culturale e artistico. In quest’ultima area viene a collocarsi la Street art. Coniugare arte e impresa è una sfida che va posta innanzitutto su un piano culturale. Le sponsorizzazioni pubbliche, che sponsorizzazioni non sono, hanno avuto l’effetto indesiderato di rallentare se non fermare, momentaneamente, il fenomeno delle sponsorizzazioni private nell’arte. Più sponsor, che non ingeriscono nelle scelte artistiche, e meno mecenati, figure più ingombranti e personalizzanti, potrebbe essere una ricetta giusta.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla street art?

BOL: Le amministrazioni, una volta decisi gli spazi liberati dovrebbero lasciarli alla completa disposizione delle persone che li vivono con la loro arte, saranno loro a decidere cosa farne, come interagire con essi e come trasformarli nel tempo.

Mauro Sgarbi: Sinceramente non saprei cosa dire. La Street Art è una espressione che trova la sua cifra e il suo stile nella libertà che quindi cozza con le regole. Se invece parliamo di Muralismo o Arte Pubblica allora sicuramente quello è un bene che deve essere tutelato da chi commissiona l’opera. Se è il Comune ci dovrebbe pensare il comune a salvaguardare un bene che è della collettività, come avviene per le opere all’interno dei vari musei d’arte capitolini ad esempio.

Roberto Colantonio: Non sono sicuro della necessità di una legge sulla Street art, ora come ora.  La Street art è già regolamentata, direttamente o indirettamente, dal diritto d’autore e dai diritti reali e obbligatori (compravendita, multiproprietà, noleggio, fitto, comodato, etc.).

Aggiungere a questa tutela la protezione dei Beni culturali porterebbe a risultati contropruducenti (si tutelerebbe solo un numero limitatissimo di opere e solo dopo molto tempo dalla loro creazione e un Condominio di uno stabile di edilizia popolare si ritroverebbe una parete vincolata dalla Sovrintendenza!).

Attualmente, vedo più la necessità di lavorare a un tavolo congiunto per individuare precedenti, prassi e convenzioni. Qual è il minimo comune denominatore che unisce artisti spesso così diversi? Quali sono i loro “comandamenti”? Non crossare? Non copiare? Sono soltanto alcune ipotesi. Loro ci indicheranno le altre. La strada per un diritto consuetudinario della Street art è lunga, ma non impossibile. Considerando che la giurisprudenza è in via di formazione e non ci sono orientamenti consolidati.

Come si può favorire la street art?

BOL: Dando spazio libero all’arte dal basso, fornendo spazi a tutti senza alcuna distinzione dettata da sedicenti esperti. Senza regolamenti o autorizzazioni che ne limitino l’azione. Dando il nostro sostegno a curatori e progetti come quelli di Pinacci Nostri, Invisibile – Ex Muracci Nostri, quelle esperienze portate avanti dai Pittori Anonimi Trullo di Roma o del collettivo Wiola Viola a Milano che hanno coinvolto le persone abitanti nelle zone che hanno fatto dipingere, che hanno sviluppato conoscenze e pratiche innovative in questo campo. Questi sono esempi di come si può operare bene nelle nostre città favorendo una naturale trasformazione/evoluzione dell’arte in strada, di come la modificazione di uno spazio sia accettabile solo quando chi lo vive è protagonista del processo. Non ci sarebbero più murales sfregiati, ma trasformati secondo le esigenze espresse da chi vive quello spazio e lo vuole far suo contribuendo con l’azione diretta.

Mauro Sgarbi: La Street Art o Muralismo o Arte Pubblica o Urban Art, insomma, tutta quella forma artistica che viene fatta per strada in modo più o meno illegale, è quella forma d’arte che caratterizza questo preciso periodo storico. Penso che tra 100 anni, quando gli studiosi del 2120 studieranno l’arte di oggi faranno riferimento a questa forma d’arte. Quindi non penso vada favorita, l’arte è espressione della vita di tutti i giorni e riflette la nostra società. Ciò che arriverà intatta o in parte ai posteri, sarà frutto dell’opera di conservazione di qualcuno che lo avrà fatto per premura di conservazione di qualcosa da tramandare alla storia. So di sembrare molto fatalista, ma è quello che penso sia la forma più naturale per questa espressione artistica.

Roberto Colantonio: A medio-lungo periodo, creando precedenti nelle Corti di merito che, pur senza valore vincolante, potranno orientare il Giudice per i casi futuri. Non dimentichiamo che è un terreno nuovo anche per loro e che non si è formata ancora neppure una figura di “esperto di Street art” che possa affiancarli come c.t.u.

Nell’immediato, con un’esimente all’art. 639 c.p. per le opere di Street art per un reato che già, in larga parte, di natura contravvenzionale e ad alcuni regolamenti di polizia urbana adottati dai vari Comuni. Penso in particolare all’art. 22 del regolamento adottato dal Comune di Roma l’8.07.2019 che, pur elencando centurioni e figuranti, non accenna minimamente agli Street art e alle loro opere. Nessuna città può fare a meno di opere d’arte perché ne ha già troppe, neppure l’Urbs per antonomasia.

Come è messa la legislazione Italiana? Quale è la legislazione più avanzata?

BOL: È messa male, sono previste pene detentive e risarcimenti stratosferici che limitano l’arte libera a spazi esigui. Le modalità di richiesta di autorizzazione sono incredibilmente complesse per un cittadino che non ne faccia il proprio lavoro e spesso vengono rifiutate. È una legge repressiva, vecchio stampo, in un paese che avrebbe bisogno di rinnovamento dal basso, lì dove sorgono le idee, da dove si dipinge spontaneamente, autofinanziandosi, a volte illegalmente, perché non c’è ancora un’alternativa credibile che vada al di là delle logiche commerciali che stanno rovinando il nostro visuale quotidiano anche con decorazioni fine a sé stesse. Logiche commerciali a cui spesso noi artisti siamo costretti per vivere, ma non per esprimerci come vorremmo.

Comunque lo facciamo lo stesso, quando e dove vogliamo, nonostante le leggi, nonostante siano passati decenni dalla prima tag di un writer su muro, nonostante abbiamo cercato di limitarci in tutti i modi, nessuno mai fermerà l’arte spontanea nelle strade.

Tanto meno le variopinte associazioni che affermano di combattere il “degrado” identificandolo con l’arte libera e illegale, con il writing e la posterart. Le stesse che nascondono, dietro azioni di volontariato dei cittadini, la reale volontà di sostituirsi alle istituzioni e alle lotte della cittadinanza per i propri diritti. La pulizia delle strade e la manutenzione dei giardini sono ad esempio a carico delle amministrazioni locali e queste associazioni, invece di incitare al riconoscimento di questi diritti, si fanno paladini di un decoro a modo loro, spesso cancellando opere d’arte di cui ignorano storia e importanza culturale.

Pur essendo totalmente ignari di cosa comporti la loro azione, non sono giustificabili sul piano morale. Gli andrebbe impedito di agire con un’apposita legge, sempre che abbiano timore di agire illegalmente o che servisse veramente a scoraggiarli. Vi lascio con un’immagine del Granma – Laboratorio politico che ha regalato ai nostri quartieri tempo fa con un poster, buon proseguimento.

Mauro Sgarbi: Onestamente non sono molto ferrato sulla questione. Mi è capitato in qualche occasione di subire un furto di una mia immagine. Sono riuscito a risolvere la situazione con un accordo, ma io sono fortunato perché sono sposato con un avvocato. Penso che gli Stati Uniti siano il paese con più tutele dal punto di vista del diritto d’autore, ma questo è un tema molto complesso per cui ci sono professionisti che si occupano solo di questo.

Roberto Colantonio: La nostra legislazione ha una buona capacità strutturale di affrontare situazioni atipiche e in parte lo si è visto anche messa alla prova dinanzi alla Street art, che non nasce, è bene ricordarlo, in Italia. Per le altre, non mi pronuncio, in rispetto al dovere deontologico di competenza.




Street Art o Arte Pubblica? Dal vandalismo alla valorizzazione dell’arte negli spazi pubblici

Chi è il proprietario delle opere di Street Art? Come è possibile tutelarle da deturpamento o rimozioni? Serve una nuova legge per proteggere le opere poste negli spazi pubblici? Giovedì sette novembre si è tenuto a Roma un incontro presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra street art e arte pubblica promosso dal giurista Giovanni Maria Riccio e da David Vecchiato ideatore di M.U.Ro. L’incontro aperto a giuristi, artisti, restauratori, esperti del settore, studenti e appassionati è il primo passo per definire una riflessione da tempo in corso. Abbiamo incontrato Giovanni Maria Riccio, David Vecchiato e Laura Rivaroli di YoCoCu, una società che si occupa del restauro dei beni culturali, e posto loro alcune domande. Nelle prossime settimane su cheFare il confronto proseguirà con interventi e interviste a chi ha partecipato al convegno e ai protagonisti del dibattito.

“Street art o arte pubblica” le due azioni sono in contrapposizione?

Laura Rivaroli: Secondo me non possiamo parlare di “Street art o arte pubblica”, ma semplicemente di Arte eseguita da artisti che dipingono direttamente su muri, cancelli, cartelli e quindi su supporti differenti che a volte sono essi stessi parte dell’idea progettuale dell’opera divenendo parte imprescindibile del progetto artistico.

Giovanni Maria Riccio: No, non credo siano in contrapposizione, anche perché non esiste una definizione di street art. Personalmente, preferisco parlare di arte negli spazi pubblici, liberando il discorso da sovrastrutture retoriche che, a mio avviso, possono ingenerare inutili confusioni.

David Vecchiato: Fa bene Giovanni a parlare più genericamente di “arte negli spazi pubblici”, visto che sulla definizione di Street Art non si trova un accordo e sembra non esserci alcuna intenzione di trovarlo. È un tiramolla che dura da anni, ed è questa l’unica vera contrapposizione in questo ambito, cioè quella tra tipologie diverse di persone e spesso tra gli stessi artisti, su cos’è “street art” e cosa non lo è.

Addirittura si litiga su come vada scritta la definizione “street art”, se maiuscola o minuscola.

È un contrasto che rivela ovviamente degli interessi diversi: chi ha dei trascorsi da writer e/o realizza interventi artistici senza autorizzazione in genere vuole sia etichettata come “street art” esclusivamente l’arte in strada illegale, come lo erano le opere di quello che alle origini si poteva chiamare ancora un “movimento” artistico. C’è poi tra chi organizza festival e progetti grazie al sostegno economico di bandi pubblici e/o di sponsor privati, che vuole che “street art” sia denominata tutta l’espressione artistica che si realizza outdoor. E, in mezzo a questi due estremi, vi sono artisti, curatori, amministratori pubblici, guide turistiche, organizzatori di eventi e vari improvvisati “neo-esperti” che cercano di affibbiare quest’etichetta ai loro progetti.

Ognuno sembra puntare ad escludere gli altri da una definizione tanto alla moda, per meglio accreditarsi tra il pubblico e tra i media, e dunque rendersi visibile a potenziali committenti o finanziatori. E gli estimatori di questo che è ormai più un fenomeno pop che un movimento artistico come si muovono in questa confusione? O prendono una posizione in merito a che termine usare o giustamente se ne fregano e li usano a caso. Addirittura si litiga su come vada scritta la definizione “street art”, se maiuscola o minuscola.

Come definiresti le diverse espressioni o pratiche?

LR Se dovessi fare una distinzione direi che la Street Art è un momento artistico che l’Artista effettua in ambienti prevalentemente esterni, mediante una operazione piuttosto veloce e molto comunicativa in cui il rapporto Opera/Contesto/Fruitore è fondamentale e dove questo dialogo rimane sempre aperto mediante una via preferenziale.

Per Arte Pubblica intendo quei momenti artistici nel quale l’artista viene chiamato da un Ente Pubblico e/o un Curatore per intraprendere uno specifico progetto artistico. In entrambi i casi è un Artista che progetta e sviluppa l’idea artistica mediante la stesura di vernici o la distruzione di muri come ad esempio il portoghese Vhils.

GMR Ripeto: non credo esista una distinzione. Street art, urban art, graffiti art, sono espressioni convenzionali, che racchiudono situazioni differenti. Si spazia dai writer delle metropolitane alle opere commissionate dagli enti pubblici. Sono situazioni giuridicamente diverse, che spesso rispecchiano differenti posizioni politiche.

DV Io uso la definizione Street Art quando parlo di opere outdoor non autorizzate, spontanee e con la vocazione di essere temporanee, legandola dunque alle origini del movimento. Parlo invece di Arte Pubblica quando si tratta di opere commissionate da amministrazioni ed enti pubblici, dove in certi casi si può parlare anche di conservazione.

Uso la definizione Street Art quando parlo di opere outdoor non autorizzate, spontanee e con la vocazione di essere temporanee

E quando dico Urban Art le sto prendendo in considerazione entrambe. Le opere richieste da Comuni ed altri enti a titolo gratuito non le prendo nemmeno in considerazione, è roba da inconsapevoli dilettanti. Scrivo tutto maiuscolo tra l’altro, perché ritengo siano nomi propri, e ognuno indica una diversa situazione della manifestazione artistica realizzata nello spazio pubblico e condiviso. Non tutti i murales, gli stencil o i poster che vediamo in strada sono arte ‘maiuscola’ ovviamente, ma d’altronde neanche nell’Arte Contemporanea – che scriviamo appunto maiuscola – tutto è arte.

Come si è evoluto il concetto di copyright per le creazioni artistiche?

LR Questo tema è lontano dalle mie competenze, ma penso che sia importante parlarne di più per poter “tutelare” gli artisti soprattutto gli artisti emergenti che spesso sono poco attenti a questi aspetti.

DV Su questo lascio l’ultima parola a Giovanni, che è un legale. Da parte mia posso garantirvi che tra i non addetti ai lavori (ma spesso purtroppo anche tra quelli!) lo stato di consapevolezza sul diritto d’autore che tutela gli artisti visivi è a livelli disastrosi.

Posso raccontarvi dei casi in cui ho scoperto dopo, e per caso, riproduzioni di mie opere utilizzate a scopo di lucro, e di tutte le volte che vengo contattato da case editrici e da produzioni cinematografiche e/o televisive che desiderano utilizzare delle mie opere con la certezza di non dover pagare nulla. Lo stesso accade a molti miei colleghi che dipingono opere nello spazio pubblico.

Molta gente così come le vede, le fotografa e le posta online, pensa di poterle riprodurre o pubblicare ricavandone profitto senza nemmeno consultare l’autore, forse secondo quella logica perversa figlia dell’ignoranza per cui gli artisti non devono maneggiare soldi, chissà…

GMR Non abbiamo assistito a un’evoluzione. Non credo vi siano dubbi in merito al fatto che debba essere riconosciuto il diritto d’autore agli artisti. Se qualcuno riproduce un’opera per il proprio merchandising (t-shirt, portachiavi, adesivi) non vedo perché non debba corrispondere i diritti agli autori. Diverso è il caso dell’utilizzazione delle opere per scopi privati: posso pubblicare liberamente la foto di un murale sulla mia pagina privata Instagram; devo pagare se pubblico la foto di un prodotto che voglio vendere e utilizzo il murale per scopi pubblicitari.

Ha senso che un oggetto/azione artistica venga regolata legislativamente?

LR Penso che come primo punto importante bisogna dare una corretta e puntuale definizione di azione artistica, se per oggetto o azione artistica si intendono delle opere di Urban Art penso che sia importante poter definire al meglio cosa è Urban Art, che valore artistico detiene e in base a questo quali sono le corrette modalità di tutela.

Una non corretta comprensione del valore artistico di un’opera ha determinato la distruzione di un patrimonio mondiale come ad esempio le opere di Keith Haring che Roma non ha più!

Sono dell’idea che noi (restauratori, artisti, storici dell’arte, personale delle amministrazioni) abbiamo la responsabilità ed il dovere di capire cosa sia oggetto artistico e di tutelarlo per permetterne la conservazione alle generazioni future.

Dobbiamo essere Noi ad interloquire con chi si occupa degli aspetti legislativi per permettere di attuare dei processi che in grado di tutelare le opere d’arte e non di farle distruggere per una mancata consapevolezza del loro valore artistico. Negli anni passati abbiamo avuto molti casi importanti dove una non corretta comprensione del valore artistico di un’opera ha determinato la distruzione di un patrimonio mondiale come ad esempio le opere di Keith Haring che Roma non ha più!

GMR Domanda molto complessa. Il diritto non ha la pretesa di regolamentare ogni fenomeno, perché la sua funzione è quella di selezionare gli interessi da tutelare. Forse proverei a riformulare la domanda in maniera diversa: l’arte negli spazi pubblici merita di essere tutelata? E, a questo punto, inizierei a ragionare sugli interessi che, concretamente, vogliamo salvaguardare e sugli strumenti per farlo.

DV Ha senso regolarla legislativamente per non lasciare tutto al caso né troppa autorità al magistrato di turno su cosa sia arte e cosa vandalismo. In primis l’Urban Art va definitivamente riconosciuta come forma d’arte, certificando un valore culturale ed economico alle opere d’Arte Pubblica, e un costo massimale di ripristino in modo che chi provoca il loro danneggiamento, se denunciato, può venire condannato a pagare l’equivalente del danno economico arrecato. Ma, allo stesso tempo – e badate che non è una contraddizione -, chi realizza opere, graffiti e tag illeciti non deve essere perseguito penalmente né mai finire in carcere a causa di quel “pugno duro” periodicamente evocato che serve solo a far ulteriori danni sociali.

Il cosiddetto ‘vandalo’ deve soltanto rispondere economicamente del danno nei casi in cui i proprietari degli edifici presentino denuncia, e la pena massima attribuita deve essere quella pattuita tra le parti del costo di ripristino.

Come può essere declinata in legislatura la valorizzazione? Come evitare che sia sempre sinonimo di consumo o sfruttamento?

LR Il concetto di valorizzazione deve partire dall’assegnazione di valore di Bene Culturale ad un Bene Materiale o Immateriale. Attraverso la valorizzazione di un Bene Culturale si può programmare un piano di manutenzione e conservazione che in prima istanza porta ad una corretta fruizione dell’opera e di conseguenza non ad uno sfruttamento o consumo, ma ad una esaltazione del messaggio artistico e dell’opera stessa.

GMR Anche questa è una domanda molto difficile ed è complesso formulare una risposta univoca. La valorizzazione è sempre accompagnata dalla tutela e dalla conservazione. Personalmente, ritengo che il punto di partenza debba essere l’analisi degli interessi della collettività, cosa vogliamo che sia conservato per il futuro, come evitare che la distruzione di opere d’arte sia rimessa al capriccio di qualche amministrazione a cui l’arte muraria e, più in generale, l’arte negli spazi pubblici non è gradita.

DV Questo di Giovanni riguardo gli interessi della collettività è un discorso che, secondo me, ha valore soprattutto nella Street Art spontanea e illegale, e nelle opere non commissionate ma comunque autorizzate, ovvero quando è un’artista che chiede a proprietari privati o ad amministratori pubblici il consenso per realizzarle.

Non possiamo museificare tutti gli spazi pubblici, ma neanche buttare sempre tutto

Uno stencil o un murale che sono nati in quel modo effimero, ma che negli anni diventano simbolo di un luogo e di una comunità, o il cui autore è diventato nel frattempo universalmente riconosciuto, può aver motivo di essere tutelato e conservato, anche con l’intento di restaurarlo. Anche riguardo l’Arte Pubblica andrebbe valutato caso per caso, ma prevedendo la conservazione nel momento in cui viene commissionato il lavoro. Non possiamo museificare tutti gli spazi pubblici, ma neanche buttare sempre tutto.

Come dovrebbe declinarsi una legge sulla Street Art?

GMR È quello a cui stiamo lavorando ed è quello di cui abbiamo discusso nel corso del seminario dello scorso 7 novembre. Ritengo sia fondamentale sentire tutte le voci in campo: gli artisti, le soprintendenze, le amministrazioni locali, il Ministero, i restauratori, le associazioni di quartiere e così via discorrendo. Provare a comprendere anche le difficoltà operative che incontrerebbe una possibile legge.

Occorre intervenire in maniera cauta e attenta e prendere in esame tutte le posizioni in campo

Faccio un esempio: inizialmente, avevo ipotizzato che gli interventi di demolizione o di distruzione delle opere dovessero essere autorizzati dalle soprintendenze competenti per territori, sentita una commissione nazionale di esperti di street art. Sto ripensando a quest’idea – che ancora mi appare valida sul piano teorico – notando le difficoltà operative delle soprintendenze e la difficoltà di costituire una commissione, laddove non esiste una formazione sul settore (basti pensare che ancora in pochissime università si insegna o ci si interessa a queste forme artistiche). D’altra parte, l’apposizione di vincoli rischia di paralizzare intere zone. Occorre intervenire in maniera cauta e attenta e prendere in esame tutte le posizioni in campo.

DV Il discorso sulla commissione di esperti che fa Giovanni è interessante e inedito, e bisognerebbe approfondirlo perché, per la prima volta da quando si parla di Street Art, si darebbe finalmente un riconoscimento a chi ha esperienza e competenze nell’ambito di questo ambiente. È un discorso che dovremmo sperimentare nelle commissioni di Arte Pubblica ad esempio, prima che paesi e città si trasformino tutti in albi di figurine di grandi faccioni insignificanti o in fantasie astratte in stile carta da parati, decisi esclusivamente da politici locali non competenti in arte che promuovono murales sempre più innocui e decorativi, in nome di un’inesistente quanto falsa “riqualificazione urbana” utile solo ai loro scopi elettorali o a speculazioni di altro tipo.

Non penso che debba essere favorita la Street Art anzi penso che bisognerebbe definire meglio il suo ruolo

LR Una legge sulla tutela della “Street Art” è sicuramente importante e necessaria. È importante come dice Giovanni Maria Riccio creare un team di esperti dei diversi settori di competenza che possano evidenziare le difficoltà riscontrate in casi specifici che già sono avvenuti e sui quali si è agito in maniera a volte del tutto contrapposta. Sarebbe utile iniziare subito definire una “commissione” che si impegni a stilare una bozza di legge sulla tutela delle opere di Arte Urbana.

Come si può favorire la Street Art? Ha senso pensare di favorirne la pratica?

LR Non penso che debba essere favorita la Street Art anzi penso che bisognerebbe definire meglio il suo ruolo all’interno del contesto urbano e come mezzo di comunicazione con il pubblico. A mio avviso si potrebbe “favorire” mediante una migliore comunicazione dell’evento artistico per spiegare al meglio il messaggio comunicativo che è a monte del progetto artistico. Così come i grandi artisti dell’arte concettuale spiegavano le proprie opere penso che gli artisti stessi debbano essere più aperti ad un reale confronto con la comunità.

GMR Non credo si debba favorire la street art, anche perché una legge dovrebbe evitare preferenze estetiche. Credo che una legge serva per impedire – per usare un’esemplificazione – che un’amministrazione comunale possa cancellare opere che, anche al di là del valore artistico, hanno una funzione identitaria. Penso, per circoscrivere il campo alla città in cui vivo, al nido di vespe di Lucamaleonte al Quadraro o al mammut di Zerocalcare a Rebibbia, ma anche ai progetti di recupero urbano come Tor Marancia.

Valorizzare l’Urban Art significherebbe anche ascoltare le nostre proposte di fare arte nei centri storici

Sono opere che, soprattutto nei più giovani, ingenerano un senso di appartenenza anche verso zone marginali, che creano, se mi è consentita l’espressione, un orgoglio di quartiere. Talvolta, fatico a comprendere le polemiche sulla gentrificazione: nessuno sostiene che la Street Art sia la panacea a problemi urbanistici, sociali, politici. Inviterei, però, a leggere le ricerche che illustrano la correlazione tra criminalità e degrado urbanistico e, dall’altro lato, a riflettere sul beneficio che tali opere possono portare agli esercizi commerciali (bar, ristoranti, ecc.) che si trovano in queste zone.

DV Rispondo con un esempio: oggi la proprietà privata di un muro o il diritto di tappezzare ogni angolo di strada con enormi pubblicità invasive sono più importanti del valore di rendere le nostre città più belle e più vivibili. Si rende impossibile a noi artisti professionisti dipingere opere in brutti muri degradati dei centri storici in nome di una tutela che esiste solo sulla carta, perché i medesimi luoghi negati ai nostri murales li si lascia in pasto a una liberalizzazione del commercio spietata che li sta soffocando e abbrutendo.

I più importanti monumenti storici sono circondati ogni giorno da variopinti camioncini di cibo-spazzatura, da bancarelle ingolfate di chincaglierie, da tendoni di localini per apericene all-you-can-eat, tutti ammucchiati tra loro, troppi ed esteticamente orribili. E poi le Sovrintendenze parlano di tutela dei centri? Valorizzare l’Urban Art significherebbe anche ascoltare le nostre proposte di fare arte nei centri storici. Non è l’arte né gli artisti che si andrebbero a favorire, ma si favorirebbero in primis lo spazio pubblico, la vita sociale e la cultura.

Quale è la legislazione più avanzata, oggi di riferimento nel campo?

GMR Negli Stati Uniti esiste il VARA (Visual Artists Rights Act), che, però, non è pensato per le opere di arte negli spazi pubblici, anche se vi trova applicazione. In sintesi, il proprietario ha l’obbligo di comunicare all’artista la sua volontà di distruggere l’opera. Una soluzione che, però, mi sembra che penalizzi eccessivamente i proprietari degli immobili, soprattutto nel caso in cui l’opera non sia stata richiesta. In Inghilterra, invece, in assenza di una legislazione ad hoc, tende a trovare applicazione il diritto morale d’autore dell’artista sull’opera, in caso di modifiche o alterazioni.

In Italia siamo ancora legati alla vecchia nozione di vandalismo

In Italia siamo ancora legati alla vecchia nozione di vandalismo, presente nella legislazione penale. Ciò vale, però, solo per le opere non commissionate. Ribadisco che andrebbe modificata la prospettiva e pensare al patrimonio culturale che rischiamo di vanificare. Non credo che tutto vada preservato e salvato, credo anche nella natura effimera di molte opere, però, ancora una volta, farei una distinzione tra le varie opere, tenendo in considerazione anche il loro significato sociale e politico, oltre che puramente artistico.

DV Riguardo l’applicazione delle leggi che regolano il nostro lavoro di artisti, curatori e organizzatori io ritengo che in Italia siamo molto indietro, e sono fin troppi gli esempi paradossali legati all’Urban Art a dimostrazione di ciò che dico. Dai ragazzi morti accidentalmente per andare a fare graffiti illeciti sui treni di notte, agli artisti denunciati per imbrattamento ma nel frattempo acclamati magari dalle stesse amministrazioni pubbliche che li hanno fatti arrestare, dai progetti realizzati coi soldi pubblici in zone periferiche depresse e sbandierati dai politici come “riqualificazione urbana”, all’assoluta incapacità di chi prende le decisioni sugli spazi urbani di fare differenze tra artisti professionisti e dilettanti che presentano come loro murales delle immagini scaricate da internet e montate su un palazzo in Photoshop, fino ai tanti bandi dedicati all’Arte Pubblica ma vinti da chi fa tutt’altro mestiere e si improvvisa esperto approfittando del morboso interesse quanto della confusione che c’è attorno alla parolina magica Street Art. Troppi sono insomma i casi che dimostrano che la legislazione più avanzata è quella che dobbiamo ancora scrivere.


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Jeff Kepler




Street art e pubblicità: il diritto d’autore al tempo di Instagram

Expect the unexpected… chi avrebbe mai immaginato che Mercedes Benz potesse decidere di avviare un’azione legale contro alcuni street artist autori di opere riprese in una pubblicità della casa automobilistica?

Per spiegare questo che, apparentemente, potrebbe sembrare un paradosso, proviamo a ripercorrere brevemente la storia.

L’anno scorso, la società tedesca pubblicava sul proprio account Instagram le foto di un SUV serie G 500: l’autovettura era parcheggiata di fronte a un muro dell’Eastern Market di Detroit, sul quale erano presenti murales di Denial, Dabls e Jeff Soto.

street art, mercedes

Gli artisti, ritenendo che l’utilizzo della foto violasse i loro diritti d’autore, inviavano una diffida, chiedendo un risarcimento dei danni.

Non è la prima volta che street art e pubblicità si incontrano: da tempo, infatti, si è diffusa la street art ads e molte società – McDonald’s e Starbucks, solo per citare esempi noti a tutti – hanno dipinto muri e strade con i propri marchi.

Né è una novità che i pubblicitari abbelliscano i set per spot e shooting ricorrendo a muri dipinti, spesso incappando nelle ire degli artisti. Basti ricordare le azioni legali intraprese dall’artista David Anasagasti contro American Eagle Outfitters Inc., per aver incluso il graffito “Ocean Grown” di Miami all’interno di una campagna pubblicitaria, in assenza di autorizzazione oppure la controversia tra l’artista Revok ed H&M, rea, quest’ultma, di aver utilizzato in una pubblicità un murale, senza versare alcun diritto.

Perché adesso Mercedes Benz agisce in giudizio contro gli autori delle opere?

Il dilemma è presto risolto. La società tedesca, dopo aver ricevuto le diffide degli artisti, è passata al contrattacco, al fine di ottenere una sentenza che dichiari che le opere poste in luoghi pubblici possono essere liberamente utilizzate.

Il diritto d’autore su un’opera d’arte non viene meno per il solo fatto che tale opera si trovi in un luogo pubblico

Durante l’udienza che si è tenuta la settimana scorsa presso la Corte Federale di Detroit, il giudice avrebbe affermato che quelle in esame sarebbero opere d’arte, dotate di un carattere distintivo, e che, pertanto, meriterebbero una tutela giuridica. Dal canto suo, Mercedes Benz si è difesa sostenendo di aver ottenuto le autorizzazioni del Detroit Film Office per effettuare gli scatti in quattro aree pubbliche, tra cui l’Eastern Market e che l’uso delle opere sarebbe legittimo in base all’Architectural Works Copyright Protection Act, la legge statunitense che consente di scattare foto di edifici posti in un zone aperte al pubblico.

Sebbene sia prematuro tentare di azzardare un pronostico sull’esito della controversia, ciò che sembra sfuggire alla casa automobilistica è che il diritto d’autore su un’opera d’arte non viene meno per il solo fatto che tale opera si trovi in un luogo pubblico: né la legge americana, né, per rimanere nei confini nazionali, la legge italiana stabiliscono che un’opera dell’arte figurativa sia tutelata dal diritto d’autore solo se collocata all’interno di uno spazio chiuso.

Posta in questi termini, la questione potrebbe apparire banale. A ben vedere, però, come tentacoli di un polpo, nel caso in questione si agitano interessi differenti e, pertanto, è necessario osservare globalmente la problematica.

Ogni volta che una persona fotografa un’opera di street art e pubblica l’immagine sul proprio profilo Instagram è costretto a pagare i diritti all’autore dell’opera? Evidentemente no.

La circostanza che un’opera compaia in maniera fugace o abbia un posizionamento circoscritto non dovrebbe determinare l’insorgenza di alcun diritto in capo all’autore

Ciò che occorre considerare è l’utilizzo che si fa della fotografia. Negli ultimi anni, si è dibattuto lungamente sulla libertà di panorama, ossia sul diritto di fotografare opere poste in luoghi pubblici. In Italia, sebbene sia stato presentato un disegno di legge, manca una norma ad hoc, a differenza di altri Paesi: per esempio, in Germania, il paragrafo 59 dell’Urheberrechtsgesetz, la legge sul copyright, ammette la riproduzione delle opere collocate stabilmente in luoghi pubblici, in qualsiasi forma; similmente in Spagna, l’art. 35 del Decreto Reale n. 1 del 1996, consente di riprodurre in forma bidimensionale «opere collocate permanentemente in parchi, strade, piazze o altri spazi pubblici»; così anche in Portogallo, dove l’articolo 75(2) del Codigo do direito de autor e dos direitos conexos, consente la riproduzione delle opere collocate in luoghi pubblici, a condizione che non contrastino – conformemente a quanto previsto dalla Convenzione di Berna – con lo sfruttamento normale dell’opera stessa.

I lettori amanti di Instagram, quindi, possono dormire sonni tranquilli e continuare a fotografare e a pubblicare muri dipinti, senza il rischio di ritrovarsi in un’aula di tribunale.

Discorso diverso, però, deve essere fatto per lo sfruttamento commerciale delle opere. In questa ipotesi, infatti, l’opera è utilizzata non già per finalità private, ma per uno scopo commerciale; in particolare, l’uso dell’opera serve ad abbellire il contesto rappresentato e, quindi, seppur indirettamente, costituisce un beneficio per la società che prova a veicolare i propri prodotti.

Pertanto, il discrimen dovrebbe essere costituito dallo sfruttamento o meno dell’opera, dal fatto che l’opera stessa sia scelta e utilizzata, nel contesto pubblicitario, per impreziosire il set e per soddisfare un’esigenza non di informazione o comunicazione, ma squisitamente commerciale.

A parere di chi scrive, però, occorre adottare una posizione equilibrata e ritenere che il diritto dell’autore sorga nel solo caso in cui lo sfruttamento dell’opera costituisca un elemento essenziale o, quanto meno, centrale dell’immagine o del video pubblicitari: per essere più chiari, la circostanza che un’opera compaia in maniera fugace – ad esempio in una sequenza di una ripresa video – o abbia un posizionamento circoscritto non dovrebbe determinare l’insorgenza di alcun diritto in capo all’autore.




Le barriere che limitano la partecipazione culturale

101 è il codice che nelle università americane identifica i corsi che trasmettono le conoscenze di base di ogni materia. Oggi, mentre cambiano la società, le arti, la mediasfera, l’ecosistema, dobbiamo rifondare su nuove basi anche la nostra idea di cultura. O meglio di culture, visto che la cultura da sempre si nutre di pluralità e differenze.

A partire dalle riflessioni sviluppate in Cultura. Un patrimonio per la democrazia (Vita & Pensiero, 2023), cercherò di segnalare in questa rubrica esperienze, ricerche e processi innovativi, per esplorare e discutere con l’aiuto dei lettori di cheFare i nodi problematici di questa svolta culturale. Qui le puntate precedenti

Cultura 101. Ogni quindici giorni un intervento di Oliviero Ponte di Pino per cheFare

Se la partecipazione culturale è un’esperienza così piacevole, gratificante e utile, viene naturale chiedersi perché non sia più largamente condivisa.

Una necessaria premessa riguarda i confini di quella che consideriamo “cultura”. Le statistiche tendono a intercettare solo una parte dei consumi culturali. Per esempio, molte rilevazioni prendono in considerazione (o privilegiano) i biglietti venduti (in Italia è tipico il caso dei dati SIAE), escludendo dunque le manifestazioni gratuite (come numerosi festival), ma anche i concerti nei bar o nei pub. Molti questionari si concentrano su forme tradizionali (teatro, cinema, musei, concerti, mostre, acquisto di libri, ma anche la frequentazione di discoteche e sale da ballo), privilegiando la spesa, un’ottica economica. Il consumo della televisione (passivo e casalingo) si trova in una posizione ambigua: Eurostat non lo include nelle sue tabelle sulla partecipazione culturale, e lo stesso accade con le piattaforme di streaming. Restano ovviamente escluse la street art e i meme, i videogame e i giochi di ruolo, i video prodotti per TikTok, i rave e i botellon

Anche tenendo conto di questa avvertenza, dobbiamo chiederci perché la cultura sia considerata da molto poco appetitosa, o un frutto proibito. Del resto sono sempre più numerose e “comode”le alternative casalinghe a una serata o a un pomeriggio “culturali”, che ci costringono a esplorare l’offerta (o a fidarsi del passaparola dell’amico o dell’amica competente) e a scegliere quale attività svolgere, per poi uscire di casa, raggiungere il luogo dell’evento ed entrare in uno spazio pubblico insieme ad altri cittadini. Nell’utopia digitale dei sultani di Silicon Valley, potremmo vivere (rin)chiusi nelle nostre abitazioni, per affidarci allo smart working e alle lezioni in streaming, all’home theatre collegato alle varie piattaforme, alle relazioni social, alla spesa recapitata con il drone dopo aver accettato i suggerimenti del nostro assistente personale virtuale. La concorrenza è sempre più alta e raffinata. Anche quando usciamo di casa, possiamo farlo per visitare i parenti o per incontrare gli amici, andare al ristorante o incontrarci per un aperitivo.

Tra i principali motivi della “non partecipazione”, nei sondaggi figurano lo scarso interesse e la mancanza di tempo. Nel corso della sua via, un contadino del Medioevo vedeva qualche decina di immagini. Oggi ciascuno di noi vede ogni giorno circa 400.000 immagini create artificialmente. Di fronte a queste opzioni e ai meccanismi di dipendenza indotti dai social, è necessario partire dalla consapevolezza che quello culturale non è “tempo perso”, ma un tempo ricco e prezioso. Ma per conquistare nuovi utenti non servono le petizioni di principio sul valore e sull’importanza della cultura.

Chi si occupa di audience development sa che esistono barriere che per molti faticano a valicare: sono diverse e insidiose le soglie d’accesso che è necessario abbassare. La prima barriera – o meglio, quella che viene richiamata più spesso – è il costo di molte esperienze culturali. Certamente un’opera alla Scala o il concerto di Madonna o di Taylor Swift, e magari una gita a Venezia per visitare la Biennale, possono avere un costo non indifferente, che a volte dipende anche dalla volontà degli organizzatori di rendere quell’esperienza “esclusiva”. Tuttavia la cultura è spesso gratuita. Basti pensare alla rete delle biblioteche (Migliaia su tutto il territorio nazionale) e alle numerose attività che ospitano (e spesso producono): oltre al prestito di libri, presentazioni e incontri, letture, concerti, attività per bambini, spettacoli, corsi e laboratori, e consulenze di ogni genere…

Il prezzo (con gli sconti, gli abbonamenti, le tariffe ridotte per giovani e anziani, gli early bid e i last minute) e la gratuità (le domeniche gratis ai musei, 18App…) possono essere leve potenti per avvicinare nuovi utenti, soprattutto nelle fasce più svantaggiate. Dall’altro rischia di svilire il valore dell’opera o dell’esperienza: se è gratis, non ha valore. E la gratuità mette a repentaglio la remunerazione degli artisti e dei loro collaboratori (e il loro status di professionisti). Un altro aspetto da non sottovalutare sono i costi connessi alla “serata fuori”: il classico esempio sono i genitori che devono trovare la baby sitter per i figli.

Una seconda barriera è architettonica. Molto spesso i luoghi della cultura intimidiscono, sono polverosi, esclusivi ed escludenti. Molti teatri restano chiusi 20 ore al giorno, con le porte sbarrate. Musei e biblioteche spesso chiudono intorno alle 18.00, quando la gente smette di lavorare.

Una lezione arriva dagli architetti che sanno progettando i nuovi centri culturali “ibridi” (ovvero multidisciplinari e multifunzionali): sono spazi aperti alla città, spesso trasparenti o attraversabili, che invitano a entrare e a curiosare. Le nuove biblioteche di Helsinki e Oslo raccontare da Antonella Agnoli (La casa di tutti, Laterza, 2023) sono delle piccole città della cultura che offrono mille attività.

A intimidire è anche l’idea che i prodotti culturali siano “difficili” e che per apprezzarli sia necessaria una preparazione specifica. Ma in realtà una formazione “classica” può creare attese e pregiudizi che a volte rendono difficile apprezzare quello che esce dagli schemi consolidati. Il gusto si forma ed evolve piuttosto sulla base della passione, attraverso la consuetudine e la curiosità.

Una terza barriera è geografica. L’offerta culturale non è uniforme sul territorio nazionale: è più alta al Nord che al Sud, nelle città che nei piccoli borghi e nelle aree interne, nel centro delle metropoli (dove si concentrano le grandi istituzioni) che nelle periferie.

Ci sono altre barriere, di cui siamo più o meno consapevoli: basti pensare al dress code che si imponevano (e a volte si impongono ancora oggi) le frequentatrici e i frequentatori dei teatri lirici e dei teatri del centro, una convenzione che le piccole sale hanno per fortuna dimenticato da decenni.

Per sviluppare un’efficace politica culturale e cercare di ampliare il proprio pubblico, è necessario tener conto di tutte queste difficoltà. Sapendo che non esiste più “il pubblico” – lo spettatore massa della vecchia televisione generalista – ma che convivono e si intrecciano tanti pubblici diversi, per livello culturale, sensibilità, esigenze…

Gli algoritmi sono ormai in grado di modulare la pubblicità a partire dai comportamenti e dalla situazione emotiva di ogni singolo consumatore, sulla base della correlazione statistica con le scelte di altri consumatori simili a lui per età, genere, livello culturale ed economico, situazione familiare, abitudini d’acquisto… È ormai possibile atomizzare i target fino al singolo consumatore (o, nel caso della politica, del singolo elettore). La partecipazione culturale deve invece avere per obiettivo la creazione di comunità. Per questo è necessario conoscere il territorio in cui si opera e scegliere i cittadini e le cittadine che desideriamo coinvolgere.

 

Immagine di copertina da Unsplash: ph. Krists Luhaers