Chi sono gli artisti politici 2.0?

Ricordo ancora la gioiosa invasione di Palermo nel 2018 ad opera di Manifesta, la biennale itinerante di arti visive. La città si era predisposta a ricevere opere, pensieri, performance, installazioni, le più varie. E il carattere più specifico delle iniziative stava nella dimensione “attivistica”, anche concettuale, nell’azione politica di un’arte che, confrontandosi con uno spazio urbano e quindi con un organismo complesso, mostrava la sua volontà politica, che significa stare nel reale, aprirsi ai dialoghi, porre questioni legate al presente.

Ma Manifesta non è assolutamente un caso isolato, basti pensare a manifestazioni come Documenta così come alle ultime Biennali a Venezia… insomma pare emergere con impellenza un’idea di arte politica, e a questo fenomeno Vincenzo Trione dedica un affascinante libro dal titolo Artivismo. Arte, politica, impegno (Einaudi). Iniziamo allora con il chiederci chi sono i protagonisti di questa tendenza: “Inclini a riarticolare – ci spiega Trione – il confronto tra l’io e il mondo non in una prospettiva psicologico-esistenziale ma in una chiave oggettivo-antropologica, gli artisti politici 2.0, perciò, concepiscono l’atto della documentazione come pratica transattiva. Attingono, prevalentemente, a materiali disseminati nell’’infosfera’, spazio relazionale, condiviso e comune dove l’umanità trascorre sempre più tempo e dove si svolgono sempre più attività.”

Gli artisti politici 2.0 concepiscono l’atto della documentazione come pratica transattiva

Un punto nodale questo del discorso di Trione perché inquadra perfettamente la “tendenza” che vuole fotografare, ma anche perché esplicita una scelta di campo: seppure coglie e sottolinea (non solo in questo punto ma in molti passaggi del testo) la stretta connessione tra nuovo attivismo artistico e tecnologie digitali, decide di focalizzarsi sull’aspetto concettuale. Non escludendo la dimensione formale, ma mettendo in rilievo il contenuto e il suo atto, una volta si sarebbe detto il “messaggio”. Dopo oltre un ventennio di sbornia tecnicista in cui il digitale sembrava poter spiegare ogni fatto artistico e creativo, Trione sceglie di sottendere (non tralasciare) l’aspetto tecnologico e di puntare su quello politico. E inoltre sceglie (anche in questo caso in maniera quasi brutale, ma questo deve fare un saggio) di appuntare il proprio sguardo critico sul sistema dell’arte e di escludere dal discorso quei movimenti che hanno deciso di abitare i territori delle sottoculture e dell’underground (ospitati da manifestazioni come Transmediale) che, seppure decisamente politici e attivisti, si sono connotati per una spinta palesemente tecnologica, valga per tutti il movimento hacker. 

Per un libro complesso e ambizioso che prova a mappare un territorio e farne emergere, non solo le urgenze più significative, ma anche gli snodi di connessione sociale e culturale (con il cinema, la letteratura, la filosofia), si tratta di scelte fondamentali atte a definire un ambito e non perdersi in un inutile enciclopedismo. Da questo punto di vista può apparire un po’ schematico anche il dualismo tra postmoderno e artivismo che ogni tanto balena nel discorso, in cui sembrerebbe palesarsi una contrapposizione tra un momento di pensiero estetico dedicato soprattutto all’io e alla superficie, di contro a una presa di coscienza e a una pratica politica che, seppure non sia in grado (e nemmeno lo vorrebbe) di ripristinare il portato di una ideologia, ha comunque motivazioni impellenti. Nemmeno Fredric Jameson con il suo approccio critico al postmoderno aveva estremizzato in questo modo la questione, ma evidentemente si è voluto porre in risalto una tensione che contrappone, da una parte un approccio che rimanda alla lettura di certa sociologia storica (Adorno su tutti), dall’altra un’estetica della superficie dal carattere prevalentemente ludico. 

Quello che Trione vuole mostrare è quindi un’emergenza, che si è decisamente nutrita di spinte dall’underground e dai movimenti digital attivisti, dal cyberpunk alla prima digital art (soprattutto quella dei collettivi), ma che ora invade il mainstream artistico con rilevanze e con protagonisti conosciuti anche da pubblici più vasti, e quindi incastonata in un immaginario più ampio. Penso a un nome su tutti, quello di Bansky. Ma anche Maurizio Cattean, Ai Weiwei, fino ad arrivare a Hito Steyerl che: “Disegna così i contorni di un paesaggio distopico: i videogames e Wikileaks, le fake news e il web, le tecnologie 3D e le forme di controllo, la speculazione finanziaria e la precarietà del controllo e della sorveglianza, il trionfo di un’economia neoliberale opaca e la militarizzazione della società, la ‘violenza della democrazia’ e la ‘democratizzazione della violenza’.”

La tecnologia, quindi, viene posta al centro di un discorso sociale, culturale, politico, di una pratica artistica che si modella come prassi attivistica. In questo fenomeno Trione individua una tendenza capace di ragionare in termini diversi e che sottopone la tecnologia al vaglio di un pensiero critico piuttosto che ad una investitura utopica.

Ma a Trione non basta segnalare un’emergenza nel mondo dell’arte, chiamare in causa alcuni artisti e opere, e nemmeno identificare con l’ausilio di saggi e articoli un territorio che si sta sempre più concretizzando, vuole anche provare a mapparlo questo territorio. Descriverne protagonisti, urgenze ed emergenze, ma anche catalogarne i generi e le dinamiche più rilevanti. Lo fa, per esempio, identificando nel tema delle migrazioni uno spazio concettuale e allo stesso tempo di attivismo creativo significativo: dall’opera multimediale Solid Sea 01. The Ghost Ship di Multiplicity a Human Flow di Ai Weiwei. Per arrivare a Carne y Arena, l’opera di Alejandro González Iñárritu in Realtà virtuale realizzata per Fondazione Prada sui migranti del confine tra Messico e Stati Uniti. C’è poi un ampio capitolo dedicato alla Bioestetica e alla Bioarte, e quindi a tutti quegli artisti che riflettono sul concetto di bios, di vita. E ancora le catastrofi e le emergenze dell’antropocene. Trione procede per catalogazioni aggiungendo e costruendo intorno a fenomeni, temi, approcci e, ovviamente, opere, categorie come i post-naturalisti-land, i neo-scientismi, il recycled design, i lirismi e i catastrofismi. Si riflette anche sugli spazi urbani e la loro urgenza comunicativa con il caso esemplare del già citato Bansky, preso ad epitome della street art tutta, ma anche l’opera di JR.

Che cos’è dunque l’Artivismo per Trione? “Si tratta di una tendenza polimorfa, dai confini labili, sviluppatasi all’inizio del nuovo millennio, cui sono state dedicate importanti mostre: tra le altre, la settima Biennale di Berlino curata da Artur Zmijewski (nel 2012) e global aCtIVISm, a cura di Peter Weibel, allo ZKM di Karlsruhe (nel 2015).”

Un movimento “polimorfo”, quindi, perché attraversata da poetiche diverse ma anche perché decide di non affidare il suo specifico poetico ad una tecnologia o ad un pacchetto tecnologico (la digital art, la new media art…) ma ad una polifonia di linguaggi e mezzi che definisce il nuovo approccio che, in qualche modo, è stato anche teorizzato altrove sotto l’etichetta di Postdigitale, laddove il postidigitale sposta l’attenzione dal mezzo alla poetica, al concetto, all’atto, presupponendo che il digitale non sia più uno strumento creativo ma una logica dominante del nostro tempo entro cui si situano fenomeni, pratiche, modi e attivismi, per l’appunto.

“La consacrazione- continua Trione – risale al 2020, quando la rivista inglese ‘Art Review’ ha posto in cima alla Power 100 – la classifica delle personalità più influenti nell’art system – il Black Lives Matter, fondato nel 2013 negli Stati Uniti da Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tolmetti dopo l’assoluzione dell’assassino del nero Tryvon Martin.” Come si diceva, quindi, parliamo di un discorso che si coagula intorno all’emergere di stimoli e pressioni che provengono dalla società (e dall’underground) e che, a un certo punto, riescono ad avere rilevanza ed essere inseriti nel “sistema dell’arte” raggiungendo di conseguenza un immaginario ampio e riconoscibile.

Protagonisti dell’artivismo sono figure che operano in contesti socio-culturali non contigui, agendo nella Rete e in luoghi marginali delle città attraverso happening, progetti partecipativi e azioni di hacking e di controinformazione, per alimentare il dibattito e la riflessione su questioni di carattere politico e sociale: ecologia, migrazioni, globalizzazione, diritti umani, parità di genere, rivendicazioni delle minoranze.”

Osservatori, testimoni, attivisti… gli artisti si posizionano così nella società attraverso la propria sensibilità politica, la messa a punto di un sistema prima che estetico ideologico (o al massimo estetico/ideologico). Una tendenza, si diceva, che magari si affianca ad altre (penso sul versante opposto al normalmente ludico fenomeno della cryptoarte) ma che sta assumendo un ruolo di primo piano in stretta consonanza con i movimenti di attivismo sociale e politico.

Vale la pena allora confrontarsi con la cartografia proposta da Trione per aver chiare anche le connessioni, le spinte, i fiumi carsici che stanno attraversano il nostro presente, dal nuovo ambientalismo al Me Too fino a Black Live Matter.

 

Immagine di copertina: ph. Katie Moum da Unsplash




Un artista spagnolo ha imbrattato un suo murale esposto a Torino

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Un murale dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo è stato cancellato per volontà dello stesso autore: è stato ricoperto di vernice spray bianca, spruzzata da un uomo che si è introdotto nel teatro Colosseo, a Torino, dove l’opera era esposta. Non è chiaro se l’uomo fosse Borondo, che ha rivendicato la cancellazione, avvenuta nello scorso fine settimana, oppure un suo collaboratore. Il murale era stato staccato dal luogo in cui era stato realizzato senza il consenso dell’autore, ed era stato esposto alla mostra Street Art in Blu 3, la terza rassegna di opere d’arte realizzate da 36 tra i più noti street artist di tutto il mondo tra cui il più conosciuto, Banksy.

Borondo ha 32 anni e negli ultimi anni ha realizzato opere in molti paesi del mondo: in Florida, a Kiev, a Barcellona, a Delhi, a Roma e a Segovia, nella comunità autonoma di Castiglia e León, dove è cresciuto. Mercoledì ha pubblicato alcune stories su Instagram per spiegare perché ha deciso di cancellare l’opera che era stata realizzata sul muro di una caserma abbandonata, a Bologna, tra il 2005 e il 2007. Il murale non ha un titolo perché l’artista lo ha sempre considerato un «un gesto spontaneo di ricerca artistica».




Il nulla che si trova in mezzo: la trasformazione del quartiere Greco di Milano

Milano, quartiere di Greco. Una zona all’apparenza come le altre fa da ponte fra quartieri: “Non siamo né centro né periferia, siamo quel nulla che si trova in mezzo”, dice un abitante. Nonostante la vicinanza all’Università Bicocca, il quartiere di Greco tende a chiudersi rispetto al resto della città; non ha molti luoghi di incontro, una carenza cronica di aree verdi per le famiglie e i ragazzi, la mancanza di aree a uso sportivo.

Negli ultimi dieci anni ha assistito a una crescita e una diversificazione demografica dovute alla costruzione di nuove abitazioni che, in alcuni, ha creato un senso di diffidenza. 
Osservato da un altro punto di vista, però, Greco è anche una zona dalle ampie opportunità (“Un bel posto dove vivere, con una forte dimensione umana, dove – tutto sommato – si vive bene”) con un tessuto sociale forte e solidale le cui esperienze in atto ne fanno un polo modello dell’accoglienza, considerata la diffusione di realtà e organizzazioni dedite al contrasto dell’emarginazione sociale.

Su tutto, resta ingombrante la morfologia del tracciato ferroviario che, se da un lato connette la zona al territorio e lo connota, dall’altro crea confini invalicabili e strutture spesso viste come fonte di degrado. L’identità di questo luogo oscilla così, inevitabilmente, fra le contraddizioni di quello che è vissuto come “un paese, una piccola città nella grande città” che oggi attraversa una fase di sensibili trasformazioni.

In questo scenario, si colloca la progettazione avviata da ABCittà in risposta ai bisogni degli abitanti. ABCittà è una cooperativa sociale che da vent’anni si occupa di progettazione sociale attraverso l’approccio partecipativo.

Interventi che hanno permesso ai cittadini di riappropriarsi di spazi marginali da tempo inutilizzati

Intorno al 2015, quando il concetto di ‘rigenerazione urbana’ si era già imposto come naturale evoluzione degli approcci partecipativi applicati all’urbanistica, la società cooperativa ha scelto di avviare un percorso di ricerca e progettazione sui temi della trasformazione territoriale; una visione che ha preso forma anche nel progetto BinG | Binari Greco e più recentemente in BiG | Borgo intergenerazionale Greco.

Il primo, partendo dalle caratteristiche dell’area, si è posto come obiettivo generale la trasformazione di quegli elementi presenti sul territorio, percepiti dagli abitanti come negativi: i tracciati ferroviari che tagliano il quartiere in ogni direzione, le imponenti arcate che sorreggono le strutture così come, dal 2010, il cantiere per la realizzazione del Piano Integrato di Intervento “PII Greco-Conti”, sono stati trasformati in vere e proprie risorse sociali, culturali e sportive.

A partire dall’ascolto e dal coinvolgimento degli abitanti (gli stessi citati in questo articolo) intorno a questi capisaldi stati realizzati il campo da calcio e green volley, l’orto-giardino sul canale Martesana e a breve seguiranno altre realizzazioni di street art e soprattutto le nuove funzioni (previste nel progetto di riqualificazione) assegnate alle 20 arcate ferroviarie di RFI: un campo da basket, una zona di co-working e così via.

Interventi, questi, resi possibili tra il 2018 e il 2019 dal progetto BinG | Binari Greco, finanziato dal Bando alle Periferie 2018 del Comune di Milano che hanno permesso ai cittadini di riappropriarsi di spazi marginali da tempo inutilizzati grazie anche a un accordo con la Società Borgo Cascina Conti S.r.l. e numerosi altri partner locali.

Il secondo progetto, diverso negli obiettivi ma ugualmente strutturato, partirà invece a breve. Si tratta di BiG | Borgo intergenerazionale Greco un servizio di housing sociale che adatta alla scala urbana il modello delle case multigenerazionali tedesche (Mehrgenerationenhäuser) allo scopo supportare la coesione e la collaborazione tra generazioni.

BiG e il quartiere di Greco si offrono così come un modello di sviluppo urbano innovativo

Un progetto di rigenerazione urbana che recupera la storica Cascina Conti (riconosciuta dalla Sopraintendenza e citata anche dal Manzoni) con 25 minialloggi, spazi e servizi condivisi, facilitando la collaborazione tra persone di diversa età e con bisogni differenti in un contesto di interazione con il quartiere e la città.
BiG definisce così uno spazio di interazione sociale di vicinato-quartiere aperto al resto del mondo; uno spazio nel quale le persone di ogni età divengono risorsa per i gruppi e le reti di prossimità e, viceversa, i vicinati e le comunità di affinità si offrono come palestre di capacitazione.

Il progetto applica questa visione dinamica al tema dell’abitare, offrendo risposte alla domanda di soluzioni abitative di accoglienza diffusa e di avviamento/sostegno all’autonomia per soggetti fragili. I destinatari del servizio BIG, infatti, sono adulti in situazioni di sviluppo di autonomia dopo percorsi di difficoltà, giovani in definizione del proprio percorso di vita (caratterizzati da condizione di precarietà lavorativa o inseriti in percorsi di formazione professionalizzante) e anziani in condizione di mantenimento dell’autonomia.

Gli alloggi offerti a prezzo calmierato e il coinvolgimento di tutti i destinatari in attività di mutuo aiuto volontario sono fra le caratteristiche che connotano il progetto. Le attività saranno organizzate e facilitate dagli operatori con un tempo strutturato in base alle competenze e alle disponibilità di ciascuno e ai bisogni dei singoli destinatari.

La circolarità degli interventi e delle relazioni promosse da questo servizio passa attraverso l’intervento di una equipe di professionisti con competenze differenti. 

BiG e il quartiere di Greco si offrono così come un modello di sviluppo urbano innovativo, nel quale diviene finalmente possibile avviare un processo di radicamento territoriale e accompagnamento sociale continuativo che supera la limitatezza temporale e la dipendenza dai singoli finanziamenti. Un servizio che consente di connettere e valorizzare in chiave interdisciplinare le competenze educativo-pedagogiche e quelle partecipative per integrare e far interagire il progetto con il territorio nella logica di una rigenerazione urbana tangibile e duratura.


“Renzo, s’incamminò con la sua pace, […] Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po’ di memoria de’ luoghi, che gli era rimasta dell’altro viaggio, e il calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar ne’ campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; chè con osterie non si voleva impicciare. Trovò meglio di quel che cercava: vide un’apertura in una siepe che cingeva il cortile d’una cascina; entrò a buon conto”. A. Manzoni -I promessi sposi -Cap. XXXIII




Una nuova fruizione dell’arte: a Brescia va in scena la mostra Art Drive-In Generali

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Icon Design.

Appartengono a generazioni diverse e lavorano con media anche distanti tra loro. Eppure hanno tutti accettato di prendere parte al medesimo progetto espositivo. Ludovica Anversa, Stefano Arienti, Olivo Barbieri, Thomas Braida, Linda Carrara, Ambra Castagnetti, Enrico T. De Paris, Giovanni Gastel, Osamu Kobayashi, Michele Lombardelli, Davide Mancini Zanchi, Antonio Marras, Muna Mussie, Ozmo, Mimmo Paladino, Gabriele Picco, Antonio Riello e Leonardo Anker Vandal ritmano, con le rispettive opere, il percorso espositivo di Art Drive-In Generali, la mostra (inaugurata il 21 giugno) che interpreta le necessità del contesto attuale con modalità proprie. E con una certa dose di coraggio.

Per visitarla è sufficiente raggiungere il garage sotterraneo dell’Agenzia Generali Brescia Castello e, volendo, restare comodamente all’interno della propria auto. Prendendo le distanze dalla dimensione digitale e sperimentando un nuovo modo di fruire l’arte, le installazioni, i murales, le opere di street art degli autori – nazionali e internazionali – coinvolti si possono infatti osservare stando seduti all’interno dell’abitacolo. Realizzato in collaborazione con l’Associazione Bellearti 25100, questo percorso sotterraneo di arte contemporanea non segue un tema specifico, preventivamente assegnato. Il risultato? Un condensato di immaginazione senza vincoli.

«Tutti hanno fatto un lavoro appositamente studiato per il luogo, in molti casi eseguito sul posto da loro stessi. Le opere resteranno in loco senza limite di tempo, come gli affreschi nelle chiese», precisano gli organizzatori, sottolineando che «in un certo senso questa non è una mostra, che ha normalmente un inizio e una fine. Diciotto artisti di tre generazioni a confronto, con una prevalenza di giovani. Dipinti sul muro, grandi fotografie, installazioni: le tecniche più varie che oggi gli artisti usano per dimostrare una possibile via di continuità con un passato che è sempre e ancora presente».




L’arte ci aiuta a sopportare l’isolamento, per questo abbiamo bisogno di un recovery fund culturale

La solidarietà si è messa in moto anche in campo artistico in questa stancante situazione di emergenza. Se da una parte musei grandi e piccoli si sono fin da subito ingegnati per continuare la loro missione culturale attraverso gli strumenti social, gli artisti contemporanei, soprattutto gli street artist, hanno dimostrato di voler essere uno degli attori di questa fase storica. Come?

Partecipando alla vita delle loro città, mettendo all’asta opere per finanziare ospedali o altri progetti di beneficienza legati all’emergenza e facendo quello che sanno fare meglio: rappresentare, dando una lettura di questo nostro momento di disagio, per continuare a nutrire l’immaginazione e stimolare la riflessione nelle persone.

Su queste due linee si muove l’arte durante l’emergenza: garantire conoscenza e diffusione delle opere e partecipare alla vita collettiva, raccogliendo fondi e raccontandola.

I musei italiani e stranieri si sono ingegnati per permettere agli utenti di continuare a sognare, interagire, divertirsi, imparare e stupirsi tramite le loro collezioni. Hanno provato a governare la fragilità della vita collettiva per trasformarla in risorsa.

Il sistema dell’arte istituzionalizzata ha trasferito alcune attività su internet, creando tour virtuali nei musei, ampliando il catalogo di opere sui siti, continuando l’attività di didattica dedicata ai bambini (che aiuta anche i genitori a gestirli). Queste iniziative hanno provato ad alimentare la trasformazione della fruizione culturale ed hanno dato vita ad un nuovo modo di pensare la fruizione, prima assolutamente marginale, ma che si può immaginare diventerà la modalità “ordinaria” di accesso al patrimonio culturale, almeno nella prima fase del post-epidemia, quando viaggiare ancora sarà sconsigliato e le persone reticenti a farlo.

I veri protagonisti dello scambio tra mondo della cultura e cittadini sono i social media

I veri protagonisti dello scambio tra mondo della cultura e cittadini sono però i social media, sia per la comunicazione fatta direttamente dai vari istituti (spiegazioni di opere e luoghi fatte da curatori, personale del museo, direttori) sia per le iniziative che hanno coinvolto, con notevole successo, il pubblico sui social media.

Le iniziative sono le più varie ma hanno in comune il voler avvicinare le persone alle collezioni e ai luoghi culturali con linguaggi differenti da quello classico di spiegazione, più affini alla leggerezza dei mezzi e più vicine alle sensibilità degli utenti. (Qui per le iniziative promosse dagli istituti Mibact).

Diverso e complementare è invece il ruolo dell’arte contemporanea in generale e degli street artist in particolare. Questi hanno raccontato e interpretato la crisi attraverso le loro opere regalate ai muri delle città ma anche continuando a veicolare i loro messaggi su internet perché l’arte in strada non è più facilmente fruibile. (qui un servizio di focus sull’arte di strada dedicata alla quarantena). Ma sono stati soprattutto protagonisti della solidarietà verso ospedali ed enti no profit.

Lo strumento innovativo utilizzato è stato quello delle aste di beneficienza attraverso Instagram. Gli artisti, da soli o con il supporto delle Gallerie, hanno organizzato su profili o ricorrendo ad # delle aste, i cui proventi non transitano sui loro conti, ma vanno direttamente all’ente o associazione destinataria.

Queste iniziative testimoniano la solida rete presente nel mondo dell’arte “spontanea” e l’attenzione verso il contesto sociale di riferimento. Se in alcuni casi le iniziative si sono svolte in sostegno di enti nazionali o lontani dal contesto locale di riferimento (ospedale Spallanzani, ospedali civili di Brescia, Croce Rossa), più frequente è stata la dinamica cittadina, la volontà di venire in auto ad un certo territorio con iniziative locali connotate da un forte impatto sociale (come #streetartistperfirenze; #unitiperbologna, a cui hanno partecipato anche tattoo artist) promosse da artisti cittadini, principalmente con la partecipazione di altri artisti cittadini, anche molto noti. Una di queste in particolare (#unitisisvolta) ha il merito di aver promosso un’asta per aiutare il tessuto sociale più debole, quello di cui meno ci si ricorda ma che vive nelle condizioni peggiori, raccogliendo fondi in favore di persone che non hanno una casa, vittime di violenza, tratta, sfruttamento lavorativo o escluse dai percorsi di accoglienza.

Le aste sono trainate da street artist e artisti già affermati, ma sono anche un modo per arricchire il panorama artistico dando spazio al percorso e al lavoro di artisti meno conosciuti, che hanno così l’occasione di farsi notare, e sono accomunati tutti dalla volontà di rendere l’arte simbolo di speranza, mutuo soccorso e positività.

L’arte urbana si è messa in moto spontaneamente ed ha fatto ricorso a nuovi spazi di comunicazione

L’arte urbana si è messa in moto spontaneamente ed ha fatto ricorso a nuovi spazi di comunicazione per adattare vecchi strumenti di solidarietà (le aste di beneficienza) e partecipare dello sforzo collettivo contro l’emergenza sanitaria e la crisi sociale che la segue. La donazione diretta di opere da mettere in asta ha espresso così la volontà di questo mondo di trasmettere valori essenziali come quelli di condivisione, solidarietà e partecipazione. Ma chi aiuta gli artisti? Questa domanda non ha una risposta soddisfacente.

Il sistema dell’arte è sicuramente uno dei più colpiti dalle misure emergenziali, perché vive soprattutto di relazioni sociali e spaziali, di presenza negli spazi pubblici e di partecipazione. La parte più fragile del mondo dell’arte è costituta da artisti emergenti, spazi no profit e piccole gallerie che una lunga inattività porta a non potersi più sostenere. Le piccole realtà artistiche spesso sono le più dinamiche del contesto cittadino, garantiscono spazi di espressione e sperimentazione ma proprio per il loro non essere legati a filiere strutturate ne comporta la maggiore fragilità. Penso sia alle piccole gallerie che danno spazio ad artisti poco noti, sia agli artisti stessi, che come gli altri hanno dovuto chiudere gli studi e con questi la possibilità di vivere delle proprie creazioni.

Alcune misure economiche sono state promosse dal Governo per provare a mitigare le conseguenze economiche dell’emergenza sul settore culturale, ma si tratta appunto di contributi simbolici, o comunque distribuiti su una platea amplissima di destinatari. (Qui per un approfondimento, anche su cosa è stato fatto all’estero). Situazione che ha portato l’arte ad aiutare sé stessa, con strumenti di mutuo soccorso tra gallerie e artisti che collaborano con loro, per rilanciare l’arte e sostenere gli artisti, come ha fatto la galleria Rosso27.

Alcuni artisti hanno spostato sui canali social le vetrine dei loro studi. Lo stesso hanno provato a fare le gallerie, soprattutto le indipendenti, come la Street Levels Gallery, che si stanno organizzando per essere presenti con piattaforme on line per portare avanti la loro missione di cultura, informazione e narrazione dei progetti degli artisti.

C’è bisogno di un recovery fund culturale

La digitalizzazione degli spazi permette anche di assecondare le richieste di un pubblico che sembra ancora più interessato all’arte in pubblico Lo spostamento su internet della vita artistica, comprese le aste, ha infatti permesso di venire a conoscenza del fatto che alcune opere di street art si possono comprare. Soprattutto però, resistono consapevoli delle difficoltà che saranno presenti anche dopo la fine dell’emergenza, perché a causa della crisi economica che seguirà a quella sanitaria i compratori di arte potrebbero diminuire e con essi la possibilità di finanziare progetti e fare informazione culturale.

Queste iniziative nate spontaneamente però non danno una soluzione definita e su larga scala a come sostenere il mondo dell’arte in generale e della street art in particolare. Soluzione che potrebbe essere cercata attraverso l’intervento di quella stessa rete istituzionale ed associativa che ha promosso l’intervento dell’arte a sostegno di chi lotta per contenere il contagio, anche facendo pressione a livello nazionale.

C’è bisogno di un recovery fund culturale. Nell’America del dopo Seconda Guerra Mondiale e, ancora prima, con il New Deal, l’amministrazione americana aveva previsto incentivi statali per la cultura, perché aveva capito la necessità di vincere anche la guerra culturale oltre che quella sui campi di battaglia. Grazie a quella lungimiranza furono prodotti alcuni capolavori del cinema, come Citizen Kane (Quarto Potere).

Certo, quella in corso non è una guerra, ma allo stesso modo il sistema paese non può ripartire senza un approccio anche culturale alla ripresa. C’è bisogno di una strategia che coinvolga consumatori di arte e istituzioni, perché l’arte è anche economia e ricchezza e perché dietro ad un’opera c’è una vita.




Per NemO’s le opere appartengono ai luoghi in cui nascono

Serve una nuova legge per proteggere le opere poste negli spazi pubblici? cheFare ha aperto un confronto sul tema stimolato dal convegno Street art o arte pubblica? dello scorso 7 novembre a Roma presso lo Studio Legale E-Lex sul rapporto tra street art e arte pubblica promosso dal giurista Giovanni Maria Riccio. Da questo incontro è nato il progetto ExP, lanciato, oltre che da E-Lex con Giovanni Maria Riccio, da M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) con David Daviù Vecchiato e YoCoCu (YOuth in COnservation of CUltural Heritage) con Laura Rivaroli.

Proseguiamo incontrando NemO’s uno degli artisti italiani più noti a livello internazionale i cui lavori compaiono sui muri e per le strade delle città. (qui e qui i precedenti interventi)

Quando hai iniziato a fare lo street artist? Perché e come ti sei avvicinato alla street art?

Quando nel 2003 ho iniziato a dipingere per strada il termine “street art” non esisteva ancora o comunque non era così diffuso come lo è ora. Per lo più si parlava ancora di writing, anche se le “scritte” non erano gli unici segni a comparire sui muri
Sicuramente non aveva l’accezione contemporanea né veniva usato come oggetto di discussione in ambito sociopolitico, accademico e artistico essendo i graffiti catalogati come atti vandalici sia dagli accademici sia dalle istituzioni che ora, troppo spesso, si appropriano di questo termine per farne propaganda spiccia e di basso contenuto speculando e confondendo storia, significati e origini, utilizzandoli come una politica culturale spiccia e pronta all’uso

Questo per dire che fare lo “street artist” non ha mai significato molto tranne che in questo ultimo periodo e solo per alcune persone.

Per rispondere indefinitava alla tua domanda ho sempre disegnato fin da piccolo e i muri erano l’ennesimo supporto dove potevo esprimermi liberamente. Più liberamente di qualsiasi altro luogo e a me questo è sempre bastato.

Che rapporto hai con il paesaggio urbano? Come ti relazioni con lo spazio pubblico?

Dipende molto da dove mi trovo, ci sono città o metropoli che sono ben progettate e costruite a misura d’uomo, dove vivere lo spazio pubblico è un’esperienza positiva, altre invece, sembrano fatte per alienare le persone e chi vive la città. Ovviamente l’Italia non spicca come esempio positivo per quanto riguarda il paesaggio urbano.

Con il boom economico del secolo scorso le principali città sono state prese di mira dagli speculatori edilizi e dai palazzinari incoraggiati da una politica corrotta che così contribuito a trasformare i centri abitati e le periferie in luoghi invivibili.
Ora forse le cose stanno migliorando, forse…

Come credi che sia cambiato il tuo lavoro negli anni?

Il mio lavoro è in costante mutamento. Come per tutto quello che esiste, l’evoluzione e il cambiamento sono una costante che appartiene a tutte le cose della vita.

I cambiamenti sono spesso dovuti alle interazioni che un soggetto/oggetto ha con quello che lo circonda e nel mio caso tutto quello che mi sfiora modifica pezzo per pezzo quello che sono, quindi, ciò che disegno.

L’unica costante – in cambiamento – è la ricerca del “brutto”. Brutto per i canoni sociali contemporanei. Cerco di avvicinarmi sempre di più ad una istintività che mi allontani dai parametri quotidiani di estetica e morale che abitano questi tempi, non ragiono per ideologia o partito preso ma credo che in un mondo dove le immagini ci rendono bulimici cronici della comunicazione usa e getta allora è per me più che doveroso riflettere e proporre punti di vista alternativi.

Cosa ti spinge a scegliere un luogo e di conseguenza un soggetto?

La scelta di un luogo è determinata principalmente dalla voglia di disegnare. Spesso il mio è un discorso più istintivo che ponderato. Ci sono tanti aspetti e tante caratteristiche che al momento tengo in considerazione o che scarto, è come portarsi dietro un quaderno: quando ho voglia lo apro e disegno quello che voglio.

Per la tematica stesso discorso, ci sono volte che mi piace improvvisare e volte che desidero rappresentare un’immagine che sia legata al contesto che mi circonda.

Che rapporto hai con le tue opere?

Ho un rapporto molto conflittuale. Se fosse per me le cancellerei tutte, ma questo è un altro discorso. I disegni che realizzo appartengono al luogo in cui nascono, credo che come ogni bene comune anche queste cose debbano appartenere alla collettività e al luogo in cui sono nate invecchiando e scomparendo come tutto ciò che esiste

“Street art o arte pubblica” sono due azioni parallele o in contrapposizione?

Non so né cosa sia l’una né cosa sia l’altra, o meglio non mi sono mai posto il problema di dare una definizione a chi disegna per strada. Sinceramente non la trovo una cosa essenziale.
Questi termini sono molto utilizzati dai giornali e dalle istituzioni (per altro a volte sbagliando a pronunciarle o addirittura a scriverle) per collocare, definire, catalogare un’espressione sociale che rompe gli schemi entrando spesso in contrasto con le stesse regole sociali.

Bisognerebbe chiedere a chi usa questi termini (adottati da poco) che differenza c’è tra i cosiddetti atti vandalici che io preferisco definire spontanei e una facciata dipinta e patrocinata dal Comune di turno. Mi spiego meglio, chi definisce e con quali parole l’azione di un individuo? La “legalità” di un intervento è sufficiente perché possa definirsi “arte”? Tutto quello che accade fuori da una commissione va buttato via? Un disegno o la forza di un segno prescinde dal suo termine e quindi dalla sua collocazione.

Ha senso secondo te che un azione artistica venga regolata legislativamente?

Se ne limita l’azione no. I cosiddetti vandali o atti vandalici prodotti in passato ora vengono riconosciuti da tutti. Da un giorno con l’altro siamo passati da vandali ad artisti. Credo che l’aspetto più importante di questo sia la totale libertà e spontaneità che ha sempre caratterizzato questo “movimento”. La legalità e il valore artistico vengono siconosciuti solamente se possono produrre un opportunità per l’amministrazione di turno. 
Il passaggio schizofrenico da illegale a legale e vice versa, è stato spesso usato come rubinetto per attingere o meno da un serbatoio che, a seconda delle occasioni, genera consenso o polemica

Possiamo davvero distinguere il vandalismo da street art? Non riguarda anche la posizione e la sensibilità culturale di una società?

Sì, è il discorso che facevo prima. C’è molto meno “decoro urbano” in un manifesto pubblicitario di una marca di mutande che copre un edificio storico che in un segno su un muro fatto da un ragazzino

Come è messa la legislazione Italiana? 

La legislazione Italiana non credo abbia mai definito parametri normativi per regolare queste cose. C’è ancora una grossa superficialità e ignoranza riguardo a queste dinamiche. Ci sono città che denunciano per imbrattamento chi dipinge i muri e altre città che prendono queste forme di espressione come una politica di rigenerazione urbana.

In entrambi i casi credo ci sia una forte schizofrenia da parte delle istituzioni che spesso sono d’accordo o meno a seconda delle occasioni e del colore politico a cui appartengono.

Coincide una forma di vivacità artistica con una regolamentazione aperta o più adeguata?

Assolutamente no. Già se parliamo di regolamentazione vuol dire che si definiscono dei margini nei quali uno può o non può muoversi o esprimersi. Le regolamentazioni non hanno mai, o comunque molto poco favorito vivacità artistiche o stimoli espressivi particolari.

Paradossalmente la cosiddetta arte urbana è nata nella clandestinità senza regole e con poca teoria. Ed è proprio questo ingrediente che ha alimentato questa modalità di espressione e che la distingue da molte altre forme artistiche.

Che consigli daresti a chi volesse intraprendere un percorso artistico come il tuo?

Non saprei, semplicemente iniziare.

Come si può favorire la street art? 

La questione è molto complessa. Come ho detto prima bisogna prima chiedersi cosa sia la “Street Art” e di conseguenza dove e come la si può collocare.

Favorire molto spesso non significa dare un palazzo da dipingere sotto progetto, tanto meno usare questo strumento per opportunità politiche o perché semplicemente qualche esperto d’arte ci dice che dipingere i muri fa figo.

Semplicemente bisognerebbe capire, studiare, e accettare questa forma d’espressione anche nelle sue forme più radicali senza confinarla nel bello o nel brutto, nel legale o illegale, nella riqualificazione o nel degrado e così via. Mentre sarebbe da favorire e incentivare tutto quello che permetta ad una persona di esprimersi liberamente.

La street art Può essere insegnata?

No, la Street Art non può essere insegnata, ma come credo tutte le altre forme artistico/espressive. Vedi, è proprio qui che sta il problema, si pensa alla Street Art come una cosa, come uno stile con dei canoni e delle regole, come una tecnica. Credo che non si possa insegnare a vivere un’esperienza astratta che non ha regole e che spesso è fatta di improvvisazione. Si possono spronare però le persone ad esprimersi, a usare le proprie capacità per poter raccontare una storia o per parlare di quello che vogliono, liberamente, dove e come credono sia meglio.




Veneto Social Innovation. Piccola cartografia

Lungo la strada verso Cortina quando riconosci la sagoma inconfondibile del monte Antelao è arrivato il momento di svoltare a destra, percorrere un discreto numero di tornanti sui quali si affacciano delle villette che sembrano stampate su una rivista di design più che su una di architettura, varcare un cancello che assomiglia a quello di un campeggio datato.

Di fronte a te, a quel punto, ti si aprono due magie. La prima è il Villaggio Eni di Borca di Cadore, un’esperienza di innovazione sociale datata anni ’50-’60 frutto dell’incontro tra la visione imprenditoriale di Enrico Mattei (chi oggi parla di welfare aziendale dovrebbe studiarsi un po’ quel progetto, ha ancora qualcosa di eccezionale) e la competenza architettonica di Edoardo Gellner; la seconda è un’esperienza di innovazione sociale, e culturale, datata 2014 e ancora oggi in corso, che persegue obiettivi di valorizzazione culturale del Villaggio e curata dal team di Dolomiti Contemporanee.

Inizia da qui un circoscritto – al Veneto – ma intenso viaggio al quale mi dedicherò nei prossimi mesi per raccontare alcune esperienze venete di innovazione sociale. L’idea non è nata nel corso di studi o ricerche sull’innovazione sociale, è nata mentre iniziavo a studiare alcuni meccanismi di formazione di quel peculiare modello di sviluppo che ha attraversato il Veneto negli ultimi 50-60’anni, quello dell’impresa diffusa prima e della città diffusa poi, che, a mio avviso correttamente, nel 1988 Bagnasco ha qualificato ad alto potenziale di innovazione sociale (Arnaldo Bagnasco, La costruzione sociale del mercato, Bologna, il Mulino, 1988, p. 166) e che, con meno attendibilità scientifica ma un’indiscutibile appeal, nel 2008 Seganfreddo ha metropolitanizzato sotto il nome di “INNOVeTION Valley”; in mezzo, Diamanti aveva messo l’accento sui tratti di irrequietezza, conflittualità e incazzatura degli abitanti di queste terre (Ilvo Diamanti, Il male del Nord, Roma, Donzelli editore, 1996, p. 79).

In Veneto la parola Innovazione Sociale non ha attecchito, persino nel testo del nuovo POR FSE 2014-2020 scritto dalla Regione Veneto è declinata in modo ambiguo, inserita più per obblighi comunitari che per convinzione politica; il mondo della cooperazione sociale regionale ha organizzato pochi e saltuari appuntamenti per affrontare il tema; neanche sul fronte delle Starup innovative a vocazione sociale il Veneto si distingue; se poi andiamo a guardare ai circuiti mainstream dell’Innovazione Sociale italiana il numero di Veneti presenti è molto vicino allo zero.

Prima ipotesi: il Veneto è il buco nero dell’Innovazione Sociale, contraddicendo così quell’ipotesi di Bagnasco del 1988 e finora considerata veritiera da chi il territorio regionale lo frequenta e incontra diffusamente esperienze di innovazione sociale. Seconda ipotesi: gli innovatori e le innovatrici sociali veneti non sono molto diversi dai loro omologhi non sociali, da quel tessuto di micro-impresa diffusa che ha caratterizzato il territorio negli ultimi 60’anni. Sono piccoli se non micro; gran lavoratori e dannatamente presuntuosi, ma senza prendersi troppo sul serio; refrattari alla comunicazione su scala nazionale, piuttosto scavalcano i confini a dialogano con l’estero; tanto sicuri della bontà del proprio lavoro che, secondo loro, la gente dovrebbe conoscerli per la validità dei prodotti prima che per operazioni di marketing; dannatamente poco urbani, riescono a dislocarsi nelle periferie delle periferie di un territorio senza un centro; perennemente incazzati con tutto ciò che è pubblico, nel senso di statale, salvo rivendicarne le attenzioni.

Finora ho mappato 38 esperienze che presentano molte delle caratteristiche qui accennate e conto di individuarne altre. Solo alcune, poche a dir la verità, sono imprese sociali in senso stretto; la maggior parte assumono forme ibride, dal(la) professionista alla s.a.s., passando per collettivi e associazioni d’imprese. In questo e nei prossimi post saranno presentate senza un filo conduttore, se non la voglia e la curiosità di produrre una prima piccola cartografia dell’innovazione sociale – con la minuscola – in Veneto.

Ritorniamo al Villaggio Eni di Borca di Cadore per raccontare di Progettoborca. Marc Augé ha definito il loro modello di azione come “un metodo, un sistema di pensiero, un’ambizione”

Li ho conosciuti nel corso di un summer camp di m.a.c.lab e non saprei come definirli se non montanari con il piglio e la competenza dell’arte. La loro è un’operazione di re-branding territoriale unica nel suo genere. Permeabilizzano un luogo inospitale come il bosco sotto la seconda vetta delle Dolomiti, valorizzando le persistenze di un villaggio turistico che pareva aver perso la sua partita con la storia. Visite, artisti, opere e sguardi diventano azioni concrete che intendono attivarlo più che guardarlo.

Le strategie sono fortemente imprenditoriali, oltre che solidamente culturali, sia nelle azioni che nelle interlocuzioni; nel dialogo con le imprese il progetto stesso si fa impresa e attribuisce un nuovo – innovativo – senso alla parola in questi territori, attraverso un forte recupero della tradizione che il sito stesso rappresenta. La rigenerazione abbandona l’autarchia e l’autoreferenzialità, che spesso questi progetti attuano, per incontrare persone e visioni; nel fare questo non viene solo immaginato il futuro possibile del luogo ma viene concretamente realizzato.

Ci sono alcune valli da attraversare, uscire dal Cadore, passare per Longarone, sfiorare l’Alpago, discendere Vittorio Veneto. Poi si svolta ancora a destra (ahimè perfino le strade, in questa regione, voltano sempre a destra), si percorre una strada che pare condurre verso il nulla e in effetti ti accosta a due piccoli laghi che hanno scorci incantati, ma attorno c’è il nulla. Siamo a Lago, frazione di Revine, Comune con poco più di 2000 abitanti in tutto, in provincia di Treviso.

Qui a Mattei non sarebbe mai venuto in mente di posizionare un villaggio turistico, anche se i resti di alcuni impianti lungo le rive del lago sembrano testimoniare che qualcun altro ci abbia invece creduto. La maggior parte dei veneti non conosce l’esistenza di questo luogo bellissimo, di cui l’architetto Carlet ha ricostruito minuziosamente la storia. Eppure ogni anno si riversano qui alcune migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; 20.000 in una settimana, nelle ultime edizioni. “Attira i matti” dicono alcuni suoi abitanti.

Il lago una volta all’anno diventa una porta per viaggiare nel tempo e nello spazio, lo capiscono anche gli ZERO, autori del film “Lago Film Fest X+1”. Nato come piccolo festival di cortometraggi, in dodici anni è diventato una macchina complessa – con tanto di radio, magazine e pare che a breve inaugureranno pure una coworking; un’opportunità di sviluppo per il territorio e allo stesso tempo di crescita per chi vive il territorio.

Qui a Lago la percentuale di creativi sul totale della popolazione manda a quel paese qualsiasi modello floridiano; di meccanico non c’è nulla, solo un mistero può spiegare i risultati ottenuti, sul piano dello sviluppo locale certo ma anche sul piano delle conoscenze e delle esperienze acquisite. È una delle esperienze venete che conosco da più tempo, da prima che nascesse. Siamo a Venezia tra il 2001 e il 2002, non ricordo bene; in quel periodo mi occupavo di fornire informazioni e supporto a chi voleva avviare un’associazione o un progetto culturale o sociale.

Ricordo che un giorno dalla porta entrarono in due, inequivocabilmente studenti dell’Accademia di belle arti al tempo del prof. Montanaro (li riconoscevi per lo stile e il piglio), e mi investirono con questa idea di un festival di cortometraggi, per me arte molto snob ed elitaria, da farsi in un paese di cui non avevo neanche mai sentito il nome. Più io tentavo di metterli in guardia e farli desistere più loro trovavano argomentazioni e convinzione; non ci misi molto a capire che quella lucida follia si sarebbe potuta cibare di radici profonde nel territorio e una grande determinazione. In un tempo breve (per i mutamenti sociali 12 anni sono un battito di ciglia) hanno inciso in modo incredibile sul territorio, sulle persone e sulle relazioni. Non male per chi era partito con l’idea di proiettare qualche cortometraggio in una bella location.

Oltre a una solida collaborazione, che nel 2015 ha dato vita a “LAGO PULSART”, c’è una sorta di pedemontana bis ad unire l’esperienza del Lago Film Festival a Pulsart. Dobbiamo attraversare il profondo Veneto verde-leghista, quello della continuità tra campi, macchinari, laboratori, capannoni, strade, paesi; l’apoteosi della città diffusa, ma soprattutto la patria di ogni localismo (Diamanti, 1996). Siamo al centro della terra dei paradossi, quella che ha sancito la corrispondenza tra modello territoriale e sviluppo economico, dove la critica e l’esaltazione si sono succedute di continuo.

Pulsart è innervato di questo spirito multiforme e indecifrabile; nel corso delle sue sei edizioni ha prodotto e accolto, non solo tra le mura dello SHED di Schio, cose tra loro diversissime, al limite dell’incoerente se non si comprende che la razionalità limitata è uno dei caratteri di questi territori dove sfruttamento e valorizzazione, innovazione e tradizione, qualità e scempio, locale e internazionale… convivono in un intreccio indistricabile in quanto portante.

All’interno del festival, nella sola edizione del 2014, “Le ragazze del porno” e “Arte, marginalità, disabilità: i nuovi confini del welfare”, le musiche scozzesi di Jamie Mc Gregor Sturrock e la street art di URGE, Franz Magazine e Artimprendo hanno costruito delle coppie improbabili e conflittuali della meta-narrazione di una vocazione internazionale e un’anima globale. Qui del concetto di glocal non c’è quasi nulla, è tutto maledettamente più complicato. La sua sede ne è testimonianza. Di Schio in Veneto ci si dimentica spesso; in Italia neanche se ne parla. Il Veneto dell’impresa diffusa ha travolto una delle industrie storiche del paese, nata come Industrie Rossi agli inizi dell’800 e trasformata in Lanerossi dopo meno di sessant’anni. L’archeologia industriale – oggi agli albori di un imponente progetto di riqualificazione – non si limita a stratificare la memoria e impattare visivamente negli occhi dei passanti, testimonia piuttosto i forti intrecci tra un settore moda locale e diffuso e i grandi produttori come Lanerossi e Marzotto, nelle cui forme d’interazione è possibile rintracciare alcuni fattori determinanti per lo sviluppo delle multinazionali tascabili di cui l’area è ricca.

Se multinazionali è termine diffuso, l’aggettivo tascabili è il cuore della questione; in tasca teniamo ciò che è a portata di mano, che vogliamo vicino per potervi attingere in qualsiasi momento. In questi luoghi ad essere tascabile, in tasca e a disposizione di mano, è prima di tutto una certa cultura dell’intraprendere, che è insieme ars combinatoria, propensione al rischio e creatività, tenute assieme da tanto lavoro e remunerazione incerta. Pulsart e la sua progressiva relazione con il mondo delle imprese locali, prodotta grazie anche alla collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, non si limitano a testimoniare questi caratteri ma li ri-articolano in uno spazio di azioni e parole che interrogano il pubblico, inteso non tanto come spettatori ma come spazio pubblico.

Le piccole cartografie dell’innovazione sociale in Veneto sono iniziate per semplicità e comodità da tre esperienze che negli anni si sono timidamente affacciate sulla scena nazionale; intrusi per metà, ma ancora molto poco raccontate. Si tratta di tre esperienze completamente differenti, nei modi, nei mezzi e negli intenti, tra le quali però è possibile ricostruire alcuni elementi in comune.

All’ultimo posto, in ordine cronologico, c’è il comune incontro – anche conflittuale – con il mondo della ricerca e dell’Accademia, innescato da un’intuizione del m.a.c.lab di Ca’ Foscari e da un gruppo di lavoro e ricerca che negli ultimi cinque anni ha prodotto incessantemente pratiche e conoscenze su questi temi (di questo racconteremo in una delle prossime cartografie). Ricostruendo i fili della storia è possibile osservare grandi discontinuità tra prima e dopo l’incontro, innervato da “Progetto I.C.S.”, a testimonianza della reciproca volontà e capacità di mettersi in discussione e di costruire originali connessioni tra saperi, volizioni e azioni.

C’è poi la magia a connotare queste tre esperienze. Nelle azioni puntuali di questi tre progetti (workshop, mostre, seminari, laboratori…) di innovativo non c’è nulla, lavorano nel solco di prassi ampiamente storicizzate; è invece nelle loro intenzionalità e strategie culturali e relazionali che si costruisce l’innovazione, sociale e culturale al tempo stesso. L’innovazione sono le atmosfere magiche che localmente riescono a creare. Niente di effimero, è una magia iper-tangibile piuttosto; inspiegabile però, se non si comprendono e accettano i caratteri non metropolitani che la pervadono. Se nella città l’economia della conoscenza è strategia di competizione e l’urbanizzazione è industria, in questi luoghi la cultura appare più propriamente uno degli ingredienti per costruire socialmente il mercato, per dirla a la Bagnasco (1988).

Tra mercato e comunità, in questi territori, c’è stata una sostanziale sovrapponibilità; la società è stata mesa all’impresa, oltre che al lavoro. Di questo fenomeno ne abbiamo identificato un approdo nei localismi comunitari del noi e voi, più recentemente in una certa irrequietudine prodotta dalla crisi. Questi progetti sembrano puntare i riflettori su un approdo differente: disegnano e costruiscono comunità che assomigliano di più a società. Le prime si perimetrano, distinguono il noi dal voi e così facendo producono una serie di dispositivi di esclusione. Le seconde, pur producendo anch’esse esclusione, tendono ad edificare bordi frastagliati e irregolari, capaci di produrre meticciato, anche nelle forme di innovazione. Ne è testimonianza la difficoltà di inquadrare queste tre esperienze come forme di innovazione sociale o innovazione culturale. Nel loro caso la distinzione non è sfumata o di difficile interpretazione; la distinzione è saltata.

 

Immagine di copertina: ph. sterlinglanier Lanier da Unsplash




Femminista, antifascista, ambientalista: il collettivo CHEAP compie dieci anni e racconta la sua storia

Partite dai muri di Bologna, hanno portato avanti attraverso festival di poster art una lotta contro ogni tipo di discriminazione verso le minoranze, fino ad approdare con una mostra al museo di arte contemporanea della città.

Fino al 17 dicembre 2023 – il collettivo di arte pubblica CHEAP si è impadronito degli spazi del MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, con l’infestazione SABOTATE con grazia, per celebrare il decennale della loro pratica artistica. Iniziato come festival di Street Art a Bologna nel 2013, negli anni CHEAP è diventato un progetto ampio e indipendente, che utilizza la public art come strumento di impegno sociale e politico, fondamentale per fare comunità e per parlare di diritti, femminismo, resistenza, sessualità, ecologia e lavoro. Negli spazi del museo si intrecciano installazioni di lavori già realizzati dal collettivo, poster in formati atipici o ripensati in site specific e parte dell’archivio fotografico dei progetti urbani. Per l’occasione è stato presentato anche DISOBBEDITE con generosità, pubblicazione edita da People, dove il collettivo racconta la sua storia, il suo legame con Bologna e il suo attivismo in formato poster. Le abbiamo intervistate per voi.

Come collettivo di arte urbana e pubblica, per anni avete agito fuori dagli spazi istituzionali. Perché entrare ora in uno spazio museale come il MAMbo?

Entrare negli spazi e infestarli è una nostra pratica già dal 2016. In occasione di questo decennale abbiamo voluto misurarci con lo spazio di una grande istituzione comunale come il MAMbo, che raccoglie un patrimonio pubblico notevole, e che è importante valorizzare. Aldilà di questo, siamo rimaste fedeli a noi stesse e agli interventi che facciamo in strada: siamo entrate nel museo e lo abbiamo infestato, dagli spazi espositivi ai bagni, senza fare distinzioni.

 

Immagine di copertina: SABOTATE con grazia, un’infestazione di CHEAP al MAMbo ph. Michele Lapini




Forza Napoli, attrattori turistici e strategie di marketing territoriale autogenerate

Il Napoli ha vinto il suo terzo scudetto, evviva Napoli!

Inizio così per dichiarare da subito che amo la città in cui sono nato, per mettere le mani avanti per quello che dirò, che in fondo vuole essere un atto d’amore per la Città.

Parlerò dei Quartieri Spagnoli, un pezzo della città nato per ospitare le truppe spagnole di stanza durante la dominazione spagnola. Quando ero piccolo negli anni ‘80 questa zona era insieme misteriosa e proibita. Era un luogo del malaffare, anche se il più delle volte presunto. Era un luogo dove, come dice anche Laino, si consumava nello stesso palazzo la stratificazione sociale della città. Dopo anni rientro ai Quartieri Spagnoli, nell’addentrarmi dentro il ventre della città ritrovo ciò che mi aspettavo. Vengo assalito da un odore di bucato, signore in ciabatte lavano davanti casa e stendono i vestiti davanti la porta del loro basso. Questa immagine in qualche modo mi conforta, lo diceva anche Troisi: Napoli nunn’ addà cagnà! Dopo una ventina di passi, però, tutto cambia. L’odore di bucato lascia il posto ad un intenso odore di frittura, assisto ad una metamorfosi e, infatti, le persone, che marciano sù per i vicoli dei quartieri non sono più le giovani signore in ciabatte, che stendono il bucato ma signore, sempre in ciabatte, ma con lindi calzini bianchi, che trotterellano verso una meta precisa. Li vedi che si guardano un po’ spaesati ma ad ogni passo si fermano quasi in un’estasi a leggere una qualche scritta messa a loro uso e consumo sui muri della città. Il commento è sempre simile: però questi napoletani!… La loro meta alla fine arriva. È un murale che raffigura un giovane Maradona su un grande muro quasi cieco di un palazzo. Sono appagati, finalmente possono fare il selfie, che avevano già visto prima di venire in città, e possono mettere questa figurina nel loro album dei ricordi.

ph. Valentina Sommariva

 

Questa osservazione antropologica è comune a molte città, non c’è dubbio che i turisti siano sempre più diventati dei collezionisti di immagini e di esperienze più o meno omologate ed appartenenti al mercato che si autoalimenta dei social. Non è di questo, però che parla questo articolo. Questo articolo parla di Verità e di politiche di marketing autogenerate dal tessuto sociale.

Cominciamo a chiarire che senso abbia il termine “verità” in questo articolo.

La prima definizione da dizionario del termine è: “rispondenza vera e assoluta con la realtà effettiva”. Nel caso dell’articolo, però, assume senso nel definire quelle azioni e quelle situazioni delle quali si può dichiarare il fine. Gran parte delle scritte presenti sui muri dei quartieri hanno un fine che non può essere dichiarato fino in fondo.

Questa riflessione parte dal fatto che all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Napoli sto organizzando un gioco per “Design Beyond Design” insieme alle ragazze ed i ragazzi del corso di Sistemi Interattivi. Il gioco si chiama Poema Urbano e propone ai giocatori un’esperienza alla ricerca delle scritte poetiche sui muri della città. Le ricerche condotte assieme ai ragazzi hanno portato a degli esiti sconvolgenti:

Sui muri dei Quartieri Spagnoli c’è poca poesia, o meglio c’è un poema scritto su commissione per rendere intellegibile alcuni pezzi di Napoli ai visitatori.

Certo è un’affermazione anche discutibile, c’è la Livella di Totò, sui muri ci sono mille espressioni differenti di poeti Napoletani più o meno famosi ma resta esclusa quasi sempre la verità. Nel senso che per la maggior parte delle scritte viene difficile raccontare l’intenzione che c’è dietro. La maggior parte delle scritte è, infatti, rivolta ai turisti per tradurre una napoletanità fittizia. C’è il vicolo di Eduardo, il vicolo di Totò, sull’entrata di un Basso campeggiano scritte e citazioni da “la banda degli onesti” etc. L’intenzione dietro queste scritte resta quella di tradurre la napoletanità ai turisti, di renderla visibile, di generare una “trappola”, un’attrazione diffusa. La cosa interessante è che questo tentativo, che ha trovato il suo totem nel murale di Maradona, opera che peraltro un po’ di verità la contiene, è un percorso che viene da lontano e che ha trovato e provato differenti temi con cui esprimersi. Nel gioco che stiamo costruendo abbiamo scelto di selezionare solo scritte che onestamente si rivolgessero ai Napoletani, al popolo della città. A volte sono scritte di cittadini che si rivolgono ad altri cittadini ed altre volte sono scritte in cui il potere parla con la sua cittadinanza. In ogni caso in quelle scritte l’intenzione è palese, a volte può non essere condivisibile ma è raccontabile. Ci sono scritte come “Lasciatemi entrare!”, probabilmente messe lì per sensibilizzare a non posteggiare davanti l’ingresso del basso oppure “Alza la merda del tuo cane, fa la cosa giusta!”. Si tratta di frammenti di un dialogo in cui si esprime una giustificazione per orientare dei comportamenti, ma comunque ed in ogni caso l’intenzione è palese e raccontabile. Mentre per le scritte orientate a parlare ai visitatori ciò non è possibile. Non si può dire: guarda che Totò c’entra poco con i Quartieri Spagnoli, era della Sanità, le scritte messe sui muri servono solo ad ingannare i turisti, a servirgli un’idea di Città, come una disneyland nella quale aspettarsi che realmente ci abiti o ci a abbia abitato Topolino, quindi ancora più intimamente falsa.

ph. Valentina Sommariva

 

Detto ciò, però, va anche detto che nel marketing vale tutto e che non sempre si dice la verità, guardando le pubblicità in televisione si spera ma non si crede veramente negli effetti miracolosi dei prodotti pubblicizzati: hai voglia a spalmare creme ma non sarai mai bello come il modello della televisione.

La cosa interessante dei Quartieri Spagnoli è, quindi, capire i tentativi fatti per rendere questo luogo, prima temuto e malfamato, un must have nella collezione di figurine turistiche. La Sanità aveva Totò, il centro Storico ha sé stesso e poi anche Pino Daniele e mille storie, ma cosa fare per i Quartieri Spagnoli? L’impressione che si ha, guardando l’archeologia murale dei Quartieri, è che si sia proceduto per tentativi fino a trovare il tema giusto e la chiave di lettura opportuna. In questo dialogo tra la città ed i visitatori si individuano almeno tre filoni narrativi. Il primo riguarda i temi sociali, che raccontano di una Napoli accogliente e a suo modo saggia, dove tutti sono uguali. Così si incontrano scritte come: “Abbraccia le Fragilità” oppure come “Mostra la bellezza nascosta” in cui il destino ha fatto cadere la A finale, rendendo la frase ancora più poetica. Di fianco a questo filone c’è quello visivamente più invasivo e numericamente più presente, che mette insieme gli eroi e le eroine del teatro e del cinema. Quindi c’è un vicolo per Totò ed uno per i De FIlippo, etc. ed in questo caso la street art e la poesia urbana si inseguono sui muri. Così si possono incontrare frasi o poesie come:

Signori si nasce!

oppure

Stu core analfabeta | te lle purtato a scola | e se mparato a scrivere, | e se mparato a lleggere | sultanto ‘na parola | Ammore e niente cchiù.

ph. Valentina Sommariva

 

Le scritte di questo genere riprendono canzoni, testi teatrali e cinematografici. Lavorano sull’immaginario, che ha definito Napoli come una delle città più importanti del cinema Italiano, che la propone come una città della musica e del teatro. Questi due approcci, però, hanno sortito un effetto limitato sui flussi turistici ed anche attualmente i visitatori li guardano più come degli accessori e dei riempitivi nei loro percorsi di visita.

La vera superstar di questo rinascimento turistico è il calcio, i rimandi e gli sfottò ad una competizione tra il Napoli e la Juventus o comunque con le altre squadre del Nord sono un filo che lega le visite dei turisti e che li conduce fino alla Mecca del murales di Maradona. Ciò avviene essenzialmente per 2 motivi il primo attiene al fatto che l’immaginario sul calcio è più comprensibile ed universale rispetto a quello sul cinema, il teatro o rispetto ai temi sociali. Il secondo riguarda il fatto che il murale su Maradona fu effettivamente un’espressione del popolo per il popolo. Non fu costruito ad uso e consumo dei visitatori e, quindi, contiene più “verità” rispetto al resto. Inoltre la narrazione sul calcio, intesa come esperienza culturale, è sottoposta ad una continua rielaborazione, è automaticamente dinamica ed è contemporaneamente popolare. Un’altra cosa interessante rispetto ai flussi turistici ed alla capacità dei Quartieri Spagnoli di proporsi come un pezzo imprescindibile delle figurine che i visitatori devono portare a casa per completare l’album dei ricordi della loro esperienza napoletana è la dicotomia tra realtà e narrazione e tra ciò che può appartenere alla sfera della napoletanità e ciò che non può appartenere.

A pochi metri ma veramente pochi dal murale di Maradona c’è Palazzo Cammarota, dove visse Leopardi nella prima parte del suo soggiorno Napoletano. La storia di questo soggiorno, sregolato e fatale è piena di aneddoti e misteri, tuttavia non vi è traccia di questa narrazione dentro i vicoli, che conducono al gigantesco Maradona. Leopardi non è una figurina della napoletanità, ci sarebbe bisogno di un grande lavoro per posizionare il poeta di Recanati accanto ai De Filippo o a Totò, così questo luogo, che pure contiene dentro una verità storica è oblato da una narrazione che lo prevarica e lo annulla.

I visitatori delle città annusano la verità e la consumano attraverso la loro esperienza. A questa verità consumata va aggiunta nuova verità, se non si vuole che quella stessa verità si esaurisca. Questa erosione di verità è il rischio più forte della vertiginosa escalation turistica di città come Napoli o Palermo. In queste città il fenomeno turistico agisce come una droga, sovraeccita la città, cambia la percezione dei luoghi, aumenta le prestazioni, etc. In questo senso spazi come Focus all’interno dei Quartieri Spagnoli e la presenza di istituzioni come l’Accademia di Belle Arti sono come degli anticorpi che producono identità e cultura, insieme alle nuove produzioni teatrali e cinematografiche, insieme alla musica ed anche insieme alle partite di calcio, ad Osimhen e Kvaratskhelia.

 

Le immagini dei festeggiamenti per la vittoria del Napoli sono di Valentina Sommariva




ALLY Super Love: un esperimento sociale

ALLY Super Love è un esperimento sociale, culturale ed artistico, che ha lintento di abbattere la distanza, fatta di giudizio ed etichette, che intercorre tra gli orientamenti sessuali: sia al loro stesso interno in termini di credenze e doveri, che nei delicati equilibri che ne definiscono i confini e quindi la delimitazione con lesterno.
Attraverso la creazione di un
esperienza circolare e che agisce a più livelli, riunisce, i pilastri che fanno limmaginario sociale e culturale del nostro tempo, e pertanto limmaginazione che ispira unintera fetta della nostra collettività, transgenerazionale e transgenerica: Street Art, Beneficenza, Intento Sociale, Propaganda, Attivismo, Divulgazione, Amore, Alleanza (come il nome suggerisce). Einoltre ispirato dalla volontà di diventare un vero e proprio movimento itinerante che non solo entri in contatto con diverse comunità in diversi luoghi, ma che si muova tra il mezzo e lobiettivo -in un continuo scambio vicendevole- tra la volontà di fare sociale e quella di scuotere lemergenza culturale creando arte.

Venerdì 17 febbraio, a Roma, si svolgerà la prima edizione di ALLY Super Love, la mostra-evento ideata dagli street artist Aloha e Fakeiseasy, che vedrà coinvolti quindici tra i più importanti esponenti della Street Art italiana.

Un’occasione benefica che sostiene uguaglianza, rispetto e libertà ed un movimento di divulgazione sociale e culturale, in cui gli artisti Alice Pasquini, Er Pinto, Merioone, Sten e Lex, Stoker, Gojo, Kiddo, Uno, Verbo, Yap Willy, Homo Riot, Marfy e Nikky, sono chiamati a rispondere attraverso unopera, nel modo personalissimo che caratterizza ognuno, alla domanda: Cos’è per te lAmore?

Ad ospitare l’evento, lo storico Circolo Arci romano Angelo Mai” alle Terme di Caracalla, territorio transgenerazionale, che da sempre abbraccia progetti che vanno oltre il puro clubbing, nellintento di creare tempi e spazi di raccolta sociale e confronto, nutrendo un circolo virtuoso di energia creativa.

La serata è in collaborazione con La Roboterie, crew techno queer fondata nel 2007 a Roma e protagonista incontrastata della scena notturna italiana, e con il festival di cultura queer Nostri i corpi Nostre le città”.

I quindici pezzi unici – dei quali è stato realizzato un formato cartolina – verranno esposti e messi in vendita durante levento del 17 febbraio e i proventi della vendita del package/cofanetto di queste cartoline damore, verrà devoluto all’associazione Non una di meno che sostiene femminismo e transfemminismo.

L’evento inizierà alle 21.00 e seguirà un talk sul tema dell’Amore Libero, condotto da Iwanda Sbelletti Pellegrini -iconica drag queen romana- e Gianni Chelli -fondatore de LaRoboterie e del festival Nostri i corpi Nostre le città”, storico Dj. Interverranno, tra gli altri, la portavoce di Non una di meno”, Alessia Crocini, Presidente delle Famiglie Arcobaleno”, la cantautrice Romina Falconi. Durante il talk, collegamento con New York con Dusty Rebel, nome darte di Daniel Albanese, street artist ed attivista newyorkese che esplora e da voce con le sue opere (che approdano anche nel campo delle performance e della fotografia), alla libertà di essere queer e che presenterà in prima mondiale il suo documentario sulla Queer Street Art Out in the streets”.

Abbiamo incontrato co-ideatore di questo evento – che mira a diventare un vero e proprio movimento di propaganda itinerante – Aloha, street artist che dal 2010 contamina le strade di Roma, Berlino, Londra e New York con la sua  arte ricca di suggestioni camp e quel/punk.

Com’è nato questo progetto?

ALLY Super Love nasce innanzitutto dalla voglia di fare arte insieme ad altri artisti, nel saldo credo che la forza trasformativa e migliorativa dellarte ed in particolare della street art, abbia una valenza sociale e rivoluzionaria dallimpatto indiscutibile e sempre virtuoso. Nello specifico, abbiamo voluto creare sia da un punto di vista di organizzazione dellevento -a partire dagli artisti coinvolti, allampio e fertile terreno dedicato al talk, alla serata LaRoboterie- che di messaggio comprese quindi le cartoline damore, che saranno disponibili alla vendita anche dopo la serata del 17- unoccasione di vera alleanza sul tema universale dellamore: tra gli artisti e la loro arte, tra i generi, tra gli orientamenti sessuali, tra le più variegate realtà, e tra i vari target di utenza (chi gravita nel mondo dellarte, dello spettacolo, dellassociazionismo e dellattivismo, della vita notturna: giovanissimi, giovani e meno giovani) che attraverso Ally Super Love troveranno voce.”

Perché proprio l’Angelo Mai?

LAngelo Mai è uno di quei luoghi -nella Capitale, ma in scala nazionale- che riesce a tenere insieme storicità e innovazione. È un luogo imprescindibile per un simile dibattito, in una posizione magistrale, per chiunque abbia frequentato e frequenti il mondo del clubbing ma anche quello dellimpegno sociale: ha il valore incommensurabile di mantenere protetto il proprio ruolo di primato, allinterno delle realtà della vita notturna romana, facendo però forza sul rinnovamento. Tutto ciò che accade allAngelo Mai va ben oltre il puro clubbing, e – ispirato da ideali quali linclusività, limpegno sociale e la solidarietà – si rinnova di generazione in generazione. Eun pò come un grande indiscutibile monumento al popolo, che però non rimane mai immutato, e che ha invece la capacità di accogliere e di arricchirsi di nuovi temi, nuove ispirazioni, nuovi pubblici. Per questo non abbiamo avuto dubbi nel rivolgerci allAngelo mai, che è per noi un grande -appunto- Alleato, che collabora da tempo -tra le tantissime altre realtà- anche con il festival Nostri i corpi nostre le città”.”

I PROTAGONISTI

Angelo Mai https://www.angelomai.org

Non una di meno https://nonunadimeno.wordpress.com

LaRoboterie https://www.instagram.com/laroboterie

Aloha https://www.instagram.com/alohastreetart/

Fakeiseasy https://www.instagram.com/fakeiseasy/

XNovo https://www.xnovo.it/xnovo

Alice Pasquini https://www.alicepasquini.com

Er Pinto https://erpinto.it

Merioone https://www.fishesinvasion.com

Sten e Lex https://www.instagram.com/stenlex/

Stoker https://www.instagram.com/5toker/

Gojo https://instagram.com/kiddobarna?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Kiddo https://instagram.com/just_kidding_you?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Uno https://instagram.com/idontcareaboutuno?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Verbo https://instagram.com/v3rbo?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Yap Willy https://instagram.com/yapwilli?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Homo Riot https://instagram.com/homoriot?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Marfy https://instagram.com/marfy_bic?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Nikky https://instagram.com/nikky_spazio?igshid=YmMyMTA2M2Y=

Dusty Rebel https://instagram.com/dustyrebel?igshid=YmMyMTA2M2Y=

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Immagine di copertina da Aloha streetart




In media montagna: forme di sviluppo sostenibile e inclusivo per le aree montane

Primo novembre, Capodanno celtico. Notte, buio pesto tra le montagne, luna crescente. Un grande faló in località Molinello, poco sotto il paese di Cevo, in Val Saviore, provincia di Brescia, lungo il sentiero primitivo dove i primi abitanti di questa valle, testata (e cuore) dell’Adamello, indagavano secoli fa il radicale rapporto tra uomo e natura, aspra via di accesso e contaminazione tra oriente ed Occidente della Lombardia, tra le valli di Daone e quelle valtellinesi. Si festeggia Samhain, la fine del raccolto, l’inizio dell’inverno. La vita che finisce, la vita che comincia.

Oltre cinquanta persone, un tamburo, qualcuno prende a cantare. Suona come un mantra, un salmo, un canto di ringraziamento alla terra.

Primo novembre, notte di Halloween, bassa padana. Qualche petardo per la strada, vociare di ragazzini. Mi sveglio al buio con una frase di sassofono nella testa, non la riconosco, non la decodifico, ma mi sembra di intuire il suono, il timbro. Purtroppo non esiste tecnologia che traduca il jazz in parola, allora telefono al mio amico enciclopedico, gliela canto, mi sento un po’ cretino.

È Resolution, di John Coltrane. “A love supreme” è un disco che ho divorato, che arriva dalla preistoria, un’opera d’arte totale, che include tutte le arti, ancestrale, infinito. Metto le cuffie. E finalmente intuisco la chiave interpretativa di questi sei mesi in media montagna.

Il disco è suonato da un quartetto, o forse da un quintetto, gli storici della musica faticano a stabilire con esattezza chi fosse presente a quella sessione di registrazione. E alla fine poco importa il chi. Importa il cosa. “A love supreme” è una lunga meditazione divisa in quattro atti. È un manifesto, ma anche una dichiarazione d’amore, una redenzione individuale e collettiva, politica.

È un percorso di crescita in quattro pezzi, quattro movimenti, che a pensarci bene sono stati i timidi mo(vi)menti che in questi primi mesi di sperimentazione hanno indirizzato il nostro percorso di rigenerazione in una struttura pubblica vocata allo sviluppo sostenibile, la Casa del Parco dell’Adamello di Cevo (BS).

Aknowledgment

Questa è una storia dove micro e macro camminano a braccetto. È una storia collettiva, che incrocia storie individuali, le alimenta e si alimenta. E’una storia che ha a che fare con la Storia. E anche con la geografia.

Abbiamo deciso di prendere in gestione questo spazio dopo lunga maturazione. Non cercavamo uno spazio qualsiasi, volevamo proprio questo, almeno per cominciare.

Per un paio d’anni abbiamo riflettuto a lungo su come produrre azione sociale, cambiamento, su come promuovere l’impatto accorciando la distanza verso beneficiari. Su come essere radicali e trasformativi. Uno spazio era ciò che faceva al caso nostro, ma uno spazio capace di dialogare con attori, con pratiche, con reti.

Uno spazio proprio qui. La Valsaviore è una trasversale sulla destra orografica della Valle Camonica, si stacca più o meno a metà tra il lago d’Iseo con i vini della Franciacorta e gli impianti sciistici di Ponte di Legno e del Passo del Tonale, è composta da cinque comuni e circa 5.500 abitanti, lunga 12 km, chiusa ai piedi del gruppo dell’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Tra il Pizzo Badile Camuno, una montagna aspra e dura, fatta a protuberanza, che assomiglia vagamente al Cervino, e la Concarena, una lunga cresta frastagliata che si apre in forcelle femminee, un gioco erotico tra ombre che si innestano l’una dentro l’altra, dicono le tradizioni locali, e che è artefice della fecondità ancestrale di questa terra. La Valsaviore, dicevamo, si stacca nel punto in cui la Valle Camonica (un solco verticale di 100 km che sbocca in Trentino), porta ancora le ferite di un fastoso passato industriale, visibile attraverso gli stabilimenti riconvertiti, o semplicemente chiusi.

Cevo è il paese (che nessuno dei suoi abitanti si sognerebbe di definire borgo) più grande della valle, territorialmente piuttosto esteso, 800 abitanti, alcune seconde case,  una pizzeria, un albergo, un ristorante che ha da poco cessato l’attività, una manciata di bar, pochissimi servizi turistici, diverse associazioni, tutte piuttosto attive, poche iniziative economiche prevalentemente agricole e artigianali, qualche esercizio commerciale, una splendida pineta sulle pendici del Pian della Regina, il Museo della Resistenza, una scuola elementare bruciata per rappresaglia fascista sulla cui facciata campeggio un’opera dello street artist Eron che ricorda quell’episodio, un museo etnografico diffuso nel centro del paese, pochi minuti di macchina dall’attacco dei sentieri di tre tra le più belle Valli del Nord Italia, la Val Salarno, la Valle d’Arno e la Valle Adamè, lembi glaciali che convergono verso sua maestà, o meglio verso  il ghiacciaio del Pian di Neve, il “Mer de Glace” lombardo. Una popolazione in calo e prevalentemente “anziana” (oltre il 30% degli abitanti ha più di 65 anni), uno spopolamento dei nuclei storici, diverse case non abitate, mobilità pubblica carente, poche occasioni di lavoro, una discreta e sorprendente propensione all’autoimprenditorialità femminile, una forte identità storico culturale e un patrimonio paesaggistico e naturalistico diffuso, dove il turismo non è ancora una leva capace di reddito e dove non esiste sul settore un deciso coordinamento pubblico.

Una valle chiusa, dicevamo, e lo sanno anche i suoi abitanti. Un territorio meraviglioso, interamente ricompreso nel cuore del Parco dell’Adamello, forse il più rappresentativo di quest’area protetta, incontaminato, silenzioso, in una parola naturale. Un territorio che qualcuno di noi conosceva per ragioni biografiche, altri per ragioni professionali, qualcuno non lo conosceva affatto.

La casa del Parco dell’Adamello ha una lunga precedente storia ma nasce in questa forma una decina di anni fa, è un ostello, con piccola ristorazione, una chiesa sconsacrata che fa parte della memoria condivisa, un piccolo museo mineralogico, un piccolo spazio eventi, un grande giardino che si affaccia sul Passo di Campo, dove in lontananza si intravede una diga. È di proprietà della Comunità Montana di Valle Camonica, la quale ne ha affidato in concessione la gestione completa affinché la Casa diventasse, in qualità di Centro del Parco, un polo di aggregazione e di attrattività territoriale in un’area marginale dove il locale incrocia il globale, potendo ospitare fino a 49 persone in 16 camere.

Il bando di gestione protocollato (dopo un primo tentativo andato a vuoto, che aveva già sollecitato la nostra profonda attenzione) all’inizio della primavera del 2022 lasciava spazio a proposte ibride, innovative. Con alcuni partner (Fondazione Acra, storica ONG che si occupa tra le altre cose di cambiamento climatico e giustizia sociale, Limes Farm, spazio di co-working ad alto contenuto tecnologico in aree a bassa densità, Lino Zani, giornalista RAI e divulgatore di montagna) abbiamo disegnato un progetto basato su tre funzioni ulteriori, oltre a quella ricettiva e ristorativa, già connaturate alla vocazione originaria della struttura.

La prima, di valorizzazione e di emersione del potenziale del territorio circostante, l’ambiente naturale, ma anche soprattutto l’ambiente umano. La seconda di formazione, capacity building si direbbe, a servizio delle energie locali. La terza di prototipazione di servizi a impatto locale, una sorta di palestra per provare a capire spazi e bisogni, e rispondervi con quello che negli anni abbiamo imparato.

Quando ci siamo aggiudicati il bando, non sapevamo che questo disegno in quanto tale poteva esistere solo sulla carta.

Abbiamo aperto la porta l’8 luglio di quest’estate torrida, e ci siamo accorti che l’unica cosa che potevamo fare era ascoltare. Accogliere.

Ci siamo detti per anni che la postura giusta per stare in un territorio fosse quella di abitarlo per abilitarlo. Nessuno di noi sapeva se fosse vero o se fosse solo una gradevole assonanza. Ma nel dubbio abbiamo provato a farci abitanti, in punta di piedi, perché la cittadinanza non te la impartisci, te la concedono gli altri, il sistema superiore, le istituzioni, una comunità, un collettivo. Un po’ come nelle contrade di Siena, dove esisti e sei riconosciuto per diritto di sangue o per diritto di nascita (ius soli o sanguiniis, come in buona parte dei Paesi moderni, ma non tutti) o per diritto di affiliazione, ovvero se gli altri ti ritengono degno, se la comunità ti accoglie come figlio. Lo ius affiliationis.

I primi articoli sui giornali locali che parlavano della Casa del Parco, figli dei comunicati stampa istituzionali, ponevano l’accento sul fatto che il gruppo di gestione (composto da 3 uomini, 4 donne, alta scolarizzazione, età media 32 anni, con provenienze da diverse province lombarde, e nessuno dalla valle, ad eccezione  di altre due donne che hanno garantito per tutta l’estate i servizi di supporto) fosse giovane.

“Sono arrivati i fighetti di Milano”, ci è stato detto come battuta nei primi giorni. Sorridevamo glissando, appigliandoci al fatto che nessuno di noi fosse Milano, e forse nemmeno troppo fighetto. Ma ci è stato suggerito con queste parole che il primo rischio da evitare era quello di essere estrattivi1Estrattivo è colui che si siede al ristorante, mangia sei portate e poi cerca il modo di non pagare il conto. Estrattiva è l’impresa che sta su un territorio, produce valore attingendo a risorse collettive, che poi accumula altrove.. E considerato che per esercitare questa attività, abbiamo scelto, forse un po’ miopi (magari un veicolo non profit, chissà), di costituirci come Srl e società benefit (anteponendo lo scopo sociale allo scopo di lucro), il rischio estrazione, perlomeno nell’immaginario comune, ma anche nell’esperienza quotidiana di chi per diversi anni ha bazzicato il tema della sostenibilità dell’imprese e della CSR, era evidente.

Abbiamo cominciato dalle basi, cercando per quanto possibile di accogliere un approccio distributivo, in particolare con quei flussi di generazione di valore più basici e controllabili, per esempio la ristorazione. Un menu a km zero, a km umano, con circa 25 fornitori, buona parte della Val Saviore, i restanti della Val Camonica, la speranza di poter crescere e far crescere, di crescere insieme alle altre piccole e microscopiche attività produttive presenti nel territorio. Non tanto a fini economici, i volumi di approvvigionamento di questi pochi mesi di attività non avrebbero spostato il fatturato di nessun soggetto dotato di una minima struttura imprenditoriale, ma dal punto di vista della pancia, degli intenti, delle intenzioni.

E dunque, mentre ascoltavamo l’identità, la storia, la lettura di questo territorio, abbiamo aperto l’ostello e la piccola cucina, con l’attenzione a non ostacolare nella proposta le poche attività ristorative già presenti, ma cercando di integrarci, pur sapendo che questo non fosse il nostro mestiere di provenienza.

Resolution

Assolo di sassofono, si apre il secondo pezzo del disco, la seconda fase del nostro stare. Le prime decisioni.

Eravamo partiti per collocarci come una piattaforma di redistribuzione di ricchezza economica e sociale (allarghiamo la torta e facilitiamone l’accesso ai diversi operatori economici per incrementare il valore sociale), ci rendiamo presto conto di essere una sorta di attrattore culturale (in senso lato), una calamita capace di far emergere tra gli abitanti della valle la “tradizione sociale” (una specie di innovazione sociale con le rughe sulle mani e sul viso, non necessariamente per l’età), un luogo in cui riconoscersi tra simili, riconoscere la portata di cambiamento del progetto, e unirsi in una sfida percepita qui come impossibile, perchè mai realizzata in passato – condivisa accettandone l’eterogeneità dei fini. In poco tempo abbiamo capito che uno spazio è l’identità di chi lo anima che poi diventa l’uso che se ne fa. In altre parole, il team (di gestione ma soprattutto quello operativo) ha fortemente connotato la Casa e ne è diventato un asset chiave, mettendo in luce il rapporto tra capitale sociale, persone e spazi.

Abbiamo calamitato persone simili tra loro e simili a noi e intercettato le loro aspirazioni. Prima persone e storie singole che hanno ritrovato nell’iniziativa una consonanza di visione e di lettura del mondo, poi gruppi informali (esperienze di associazionismo, “sapienti locali”, o anche semplici compagnie di amici che volevano provare il brivido di qualcosa di diverso dal bar del paese, e che poi si sono ritrovate dentro ad un progetto che tutto sommato aveva un che di interessante ed hanno cominciato ad esplorarlo) e nell’ultima fase iniziative di innovazione sociale/culturale talvolta estremamente ambiziose e interessanti (non solo camune) con cui costruire parternariati e percorsi di coprogettazione. In altre parole più passavano i giorni più la calamita diveniva sempre più magnetica, in grado di attrarre (s)oggetti sempre più grandi e sempre da più lontano. A noi unire i puntini e lavorare non solo sui nodi della rete ma soprattutto sulle linee di congiunzione, sul capitale relazionale, per creare un “ecosistema” fertile e capace di cambiamento. Ci accorgiamo che dobbiamo mettere ulteriormente a fuoco l’obiettivo di impatto, e tarare meglio quanto pensavamo nella teoria: forse non basta essere traino di sviluppo e redistribuzione e piattaforma di rafforzamento dei soggetti esistenti, dobbiamo scegliere meglio alcuni beneficiari con cui lavorare e scommettere insieme a loro, contribuire a legittimare idee e reti.

Con questo spirito nasce “Nel nuovo regime climatico – Festival di arte, cultura e montagna”, un titolo rubato a Bruno Latour, enorme pensatore contemporaneo recentemente scomparso: a causa degli effetti imprevisti della storia umana, quel che chiamavamo Natura abbandona ora le quinte e sale sulla scena. L’aria, gli oceani, i ghiacciai, il clima, il suolo: tutto quel che abbiamo reso instabile interagisce con noi. La vecchia Natura scompare e lascia il posto a un essere di cui è difficile prevedere le manifestazioni. Siamo nell’età delle conseguenze, scrive Latour. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze del cambiamento climatico, figlio di questo modello di sviluppo.

Undici eventi in due mesi, 1.600 pernotti, circa 25 mila euro di prodotti acquistati da soggetti locali, oltre 4 mila fruitori, musica, proiezioni, dibattiti, meditazioni, escursioni attorno ad un filo conduttore: come il cambiamento climatico, che qua sopra a pochi chilometri, in una estate torrida, sta uccidendo l’Adamello sia artefice della quotidianità della vita di questa montagna. Questa è una valle che resiste. Negli anni 40 al fascismo, poi alle sirene dello sviluppo turistico. Ma residenza e resistenza hanno una assonanza e una etimologia simile, e forse questo risiedere è una forma di resistenza, al cambiamento climatico, al ritardo di sviluppo, e dunque farci residenti, prima ancora che abitanti, è il primo passo per legittimarci e quindi per indirizzare la nostra capacità di agency. Residenza e resistenza sono parole dall’origine semantica simile: sedersi più volte e continuare a stare.

Nel nuovo regime climatico promuoviamo un piccolo campus – residenziale appunto, che chiamiamo “Generatori di cambiamento” nel tentativo di prendere parte alla discussione pubblica e collettiva sul senso (inteso come significato ma anche direzione) dello sviluppo delle aree interne, coinvolgendo una trentina tra professionisti, ricercatori, progettisti provenienti da tutta Italia, impegnati nella costruzione di processi e prospettive capaci di riattivare spazi nella “montagna di mezzo”. Quattro giorni di workshop, ancora una volta tra il micro e il macro, che hanno dato forma a una discussione corale su temi, modi e approcci per un nuovo modello di sviluppo.

Conclude l’estate, e quindi il nostro primo periodo pilota in questo posto. Decidiamo di restare, ancora un mese, ancora un momento in questa comunità, per mantenere un presidio in una fase di bassissima stagione, per capire ed osservare dinamiche nuove, per capitalizzare le relazioni costruite in tre mesi (e rafforzate nei giorni di campus) e per provare un minimo di continuità relazionale; ma

anche per stare un po’ nel silenzio autunnale, per ascoltare le reti senza le interferenze dell’alta stagione e costruire la progettazione futura. Disegniamo un nuovo mini palinsesto, il cui titolo è mutuato da una frase pronunciata da Italo Bigioli, attivista e sapiente locale, che rimarrà scolpita nella nostra testa: il silenzio è l’origine, la parola il suo epifenomeno.

“Il silenzio è l’origine” è il titolo del palinsesto autunnale. Cinque fine settimana dedicati alla riconnessione: con il silenzio dell’autunno il primo, con la montagna (e l’arrampicata pulita) il secondo, con la natura (e in particolare dedicato ai bambini) il terzo, e con se stessi e l’universo il quarto e ultimo. Per ogni concept una nuova proposta enogastronomica verticale, realizzata con piccoli produttori locali, dal Biodistretto fino a L’Oco, società agricola e CSA (community supported agricolture), una delle prime esperienze in Italia che si prefigge lo scopo di instaurare una relazione di mutuo supporto tra le comunità locali ed i produttori di cibo; una iniziativa di produzione ortofrutticola in cui la comunità condivide i rischi e le opportunità della produzione, essendone proprietaria, facendo degli investimenti, condividendone i costi o fornendo mano d’opera.

E poi l’ultimo giorno, quello di Halloween, lungo il sentiero etrusco celtico, un segmento di un cammino di migliaia di anni che attraverso il pendio (“clivius” in latino, da cui deriva il toponimo Cevo) riconnette culture, popoli, tradizioni e saperi. Finisce ottobre, termina il progetto pilota, il primo anno di sperimentazione in questa clinica dell’impatto.

Si spengono le luci, silenzio, gira a sinistra la chiave nella toppa della porta di ingresso.

Pursuance

Una lunga, lunghissima rullata, un assolo di batteria di Elvin Jones apre il terzo pezzo del disco. Sui tamburi, con potenza e precisione. Questo è il momento dell’insistenza, forse anche dell’ostinazione. Quello che ci interroga su come andare avanti.

Nel corso della stagione la Casa del Parco si è configurata come un veicolo di aggregazione e moltiplicazione di idee, ambizioni e passioni. La Casa ha rappresentato il luogo (spazio) e il momento (tempo) in cui persone, attori e organizzazioni, siano queste formali e/o informali, hanno trovato intensità e forza (supporto, rete) per l’emersione (tirare fuori), l’identificazione (riconoscere) e la definizione (dare nome e corpo) di intenzioni, intese come desideri. I luoghi non sono solo bisogni, scrive Jacopo Lareno Faccini, ma anche immaginazione. I servizi e gli standard sono necessari, continua, ma non bastano per riabitare l’Italia. Serve anche poter desiderare traiettorie individuali o collettive di cambiamento. Il desiderio, conclude, è il più potente meccanismo di trasformazione.

La Casa ha facilitato l’aggregazione attorno a queste aspirazioni, ponendo le basi per la costruzione di una comunità di intenti.

Il nostro lavoro è stato un “processo intenzionale e continuo, centrato sulla comunità locale, che ha implicato rispetto reciproco, riflessione critica, attività di cura e partecipazione. Una comunità è forte quando i suoi cittadini possiedono il desiderio, le competenze, le risorse, per lavorare insieme al fine di identificare i bisogni della comunità stessa e mettere in atto soluzioni per il loro soddisfacimento”

Desideri che da singolari diventano plurali e da personali diventano collettivi, trasformandosi in obiettivi di sviluppo, crescita e valorizzazione locale.

Abbiamo capito che il nostro lavoro quotidiano scorreva come acqua attorno a tre rivoli. Il primo lambiva e nutriva le “comunità di attivazione”: non tanto e non tutta la comunità locale della Valle, ma alcuni soggetti che in un gioco di reciproco magnetismo si sono fatti attrarre dall’intenzione del progetto, e l’hanno attratto a sè, dandogli forma. Li chiameremo “attivatori”, una crasi perchè sono un po’ attivisti e un po’ attori (talvolta anche in senso teatrale, drammaturgico). Sono pionieri e visionari e hanno portato dentro la Casa le loro visioni, accreditandole, legittimandole e aggregando forza attorno ad esse.

Il secondo flusso scorreva tra le com-unità di produzione2Secondo l’ordinamento italiano, stabilimento o struttura finalizzati alla produzione di beni o all’erogazione di servizi dotati di autonomia finanziaria e tecnico funzionale, ma soprattutto gran pezzo dei C.S.I, 2001., ovvero tutti coloro che hanno compartecipato alla redistribuzione economica in primis ma di visione e di progetto con l’azione della Casa del Parco: agricoltori, produttori di vino, micro birrifici, caseifici, panettieri, pasticceri, piccoli trasformatori di materie prime, ma anche e soprattutto produttori di contenuti ambientali e culturali, performativi, e quindi divulgativi attraverso le opere e l’arte.

Il terzo e ultimo ruscello ha lambito le comunità di visitatori, per quanto definirli comunità sia un azzardo. Persone diverse, con intenzioni diverse, provenienze diverse e esigenze diverse che si sono trovate a condividere uno spazio collettivo e sociale per definizione e a goderne (o loro malgrado talvolta a subirne) le scelte di gestione, dalla minimizzazione dello spreco e dell’impatto ambientale, alla frugalità degli spazi privati, fino al vociare di quelli pubblici. Oggi visitatori, domani auspicabilmente comunità di pratiche3Étienne Wenger, definiva queste organizzazioni come “gruppi di persone che condividono un interesse per qualcosa che fanno e imparano a farlo meglio mentre interagiscono regolarmente”, che si conoscono e riconoscono in uno spazio generativo capace di mescolare reti corte, medie e lunghe.

E poi c’ è forse una quarta comunità. Quella di chi ha lavorato alla Casa del Parco. Damiano, Martina, Daria, Giulio, Nadia, Susanna, David, Carlotta, Elena, provenienze geografiche e culturali diverse, ambizioni e sogni diversi, ma la consapevolezza della densità di ogni istante, e del senso di ogni gesto. Un costante infinito e pungente conflitto generativo, un lusso che può permettersi solo chi si conosce da sempre o chi condivide fino al midollo un obiettivo. Ogni giorno un intenso profumo di famiglia. Una famiglia strana che ha stabilito la propria residenza d’elezione (non saremo cittadini fino a quando non sarà la civis a riconoscercelo) tra Cevo e Saviore, sotto il Passo di Campo, ai piedi di sua Maestà l’Adamello. Una valle chiusa dal massiccio di granito, ma che è già casa, chiusa non tanto agli abitanti che sono dentro, ma perchè forse è il resto del mondo ad essere ancora chiuso fuori da questa natura, da questo selvaggio, da questo contatto, da questo silenzio.

Psalm

Ritorniamo nel bosco, località Molinetto, dove una catasta di legna e paglia sta bruciando, per il falò dell’antico capodanno, sul sentiero etrusco celtico.

Poche decine di persone, qualcuno prende a cantare. Una nenia, un mantra, un salmo. Psalm.

Un canto di ringraziamento alla terra, alla montagna, ai suoi frutti, ai suoi figli. attorno al fuoco ci sono molte delle persone che ci hanno accompagnato in questa prima stagione alla Casa del Parco di Cevo. Da cui tutto abbiamo imparato e tutti hanno imparato in una gentile danza di reciprocità. Si conclude così il primo esperimento pilota, in questa clinica dell’impatto.

Il fuoco si spegne. La fine è l’inizio.


A partire dalla recente fase pandemica, è tornato al centro del dibattito pubblico il tema del futuro delle città, e di converso la discussione su quali forme di sviluppo sostenibile e inclusivo per le aree interne e più in particolare per le aree montane.
Dall’estate 2022, Avanzi Discover SRL SB, il veicolo di impresa neocostituito e detenuto al 100% da Avanzi S.p.a. finalizzato all’ideazione, allo sviluppo e alla realizzazione di iniziative, programmi, progetti e attività volti a promuovere la rigenerazione territoriale, la valorizzazione delle risorse e delle energie locali attraverso l’attivazione di spazi, si è aggiudicata il bando per la gestione della Casa del Parco dell’Adamello, di proprietà di Comunità Montana della Valle Camonica. Nel corso dell’estate sono state sperimentate dentro e attraverso lo spazio formule e riflessioni innovative su nuovi modelli di sviluppo locale, in particolare per i territori di media montagna

Questo articolo nasce da infinite chiacchierate, a volte sobrie a volte un po’ meno, con: Carlotta Roma, Elena Donaggio, Daria Tiberto, Martina Porro, Damiano Massoli, Giulio Nascimben, Claudio Calvaresi, Benedetta Fumagalli.




Rassegna Generazioni 2022 tra nuovi pubblici e lavoro sul territorio

Un magistrato in dialogo con un collettivo di artisti di strada, un attore satirico in alta montagna, una scrittrice e un autore di Podcast presi a dipanare il senso delle narrazioni. Sono solo alcune delle voci di Generazioni, un progetto culturale attivo in Trentino- Alto Adige, organizzato dalle cooperative sociali Young Inside e Inside, in collaborazione con Mercurio Società Cooperativa e con il sostegno delle province autonome di Bolzano e Trento e della Regione autonoma e il contributo di Alperia e Fondazione Sparkasse. 

Il lavoro culturale e creativo unisce le persone e nutre i territori. È questo contemporaneamente il presupposto e il risultato di Rassegna Generazioni, giunta ormai alla sua quarta edizione. Nel settembre 2022 cinque eventi hanno animato la regione Trentino-Alto Adige da nord a sud, in alta quota e in città, puntando sul potenziale propulsivo dell’arte e della cultura come elementi di aggregazione e valorizzazione.  

“Abbiamo voluto operare nel segno dell’eccentricità” spiega Francesca Viola, presidente di Young Inside e coordinatrice del progetto. “L’invito ad essere eccentrici era duplice: da una parte voleva dire originalità, fantasia, recupero dell’elemento creativo che viene dal basso, ascoltando quelli che sono i fermenti culturali ed artistici propri di ogni territorio. Dall’altra esprimeva una volontà di decostruire l’idea che la cultura sia qualcosa proprio del centro urbano, recuperando così il valore delle periferie, dei luoghi considerati marginali o problematici. Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti” 

Gli eventi che hanno animato l’edizione 2022 di Rassegna Generazioni sono stati costruiti dialogando con le amministrazioni comunali e le associazioni attive sui territori

In una regione all’80% montuosa, segnata da una divisione ancora profonda tra le due province autonome che spesso faticano a dialogare e fare rete, operare congiuntamente su zone diverse del territorio è significato anche chiedersi quale sia l’identità specifica di ogni luogo selezionato, e come quest’identità possa essere non solo valorizzata, ma anche inserita in una rete culturale più ampia, che del dialogo e dello scambio trae la sua forza. L’insegnamento viene anche dalla pandemia, continua Viola, che sottolinea come le zone considerate periferiche e poco vitali negli ultimi anni siano state riscoperte in maniera quasi naturale, spinti dal bisogno di fuggire la concentrazione eccessiva dei centri, in cerca di nuove proposte culturali in territori non ancora battuti. 

Gli eventi che hanno animato l’edizione 2022 di Rassegna Generazioni sono stati costruiti dialogando con le amministrazioni comunali e le associazioni attive sui territori, a partire dalle quali si è immaginato una programmazione in grado di coinvolgere un pubblico ampio e trasversale, contribuendo allo stesso tempo alla presa di coscienza delle comunità rispetto alle proprie potenzialità di generatrici di cultura. “Si è proposto un discorso che si inseriva in una progettualità già esistente, alimentando i fermenti che venivano dal basso, le necessità degli abitanti, le curiosità dei giovani affamati di arte e cultura.”

Rifugio Sauch, Merano, Bolzano, Trento e Borgo Valsugana. Questi i luoghi che hanno ospitato i cinque eventi della rassegna, registrando sempre il tutto esaurito e confermando l’intuizione per cui la cultura possa avere un effetto curativo, contribuendo all’incontro tra soggetti sociali diversi ma in cerca di confronto con l’alterità. 

“Sono cinque eventi, visti da fuori, ma in realtà è un lavoro di un anno, anzi di quattro anni, continuativo. La proposta non vuole essere intermittente, ma vuole persistere in quelle che ora identifichiamo come le roccaforti della Rassegna. Si sono gettati semi che germogliamo ogni anno” continua Francesca Viola. 

I cinque territori sono differenti e la programmazione che si assegna ad ognuno non è casuale. Non si è partiti dalla scelta degli ospiti che hanno animato gli incontri, ma dai temi che potevano essere significativi in uno specifico territorio e per un pubblico il più possibile ampio. 

A Borgo Valsugana, un paese di seimila abitanti con una forte vocazione sportiva, si è lavorato sul tema dello sport abbracciandone le implicazioni sociali e operando insieme alle realtà del volontariato e dell’associazionismo sportivo. L’evento Fair Play – Quando lo sport insegna a vivere, ha visto come ospite Sara Cardin, la più vincente karateka della storia italiana, campionessa del mondo nel 2014 e autrice del libro “Combatti!” dove si interroga sul tema della fragilità e della volontà. L’incontro ha permesso di trattare il tema dello sport non solo in quanto attività, ma anche quale elemento identitario tanto di un individuo quanto di un territorio che, attraverso un dinamico mix di movimento e disciplina, può trovare la bussola per fare cultura. 

Con il rifugio Sauch, territorio cerniera tra le due province, il focus non era tanto sull’argomento, bensì sulle caratteristiche dell’ambiente montano. La montagna è luogo di riflessione e di svago, di fatica e di divertimento. L’ospite dell’incontro “Per due gocce. Un incontro tra arte e natura” era Valerio Aprea, attore di teatro e cinema, che attraverso la lettura di estratti dei suoi testi più noti e il dialogo con la speaker radiofonica Caterina Moser, si è cimentato in un excursus dal tono ironico della sua vita artistica, dall’incontro con Mattia Torre, alla partecipazione a Boris, fino alla collaborazione con Makkox, autore dei monologhi recitati dallo stesso Aprea nel programma tv Propaganda Live. L’apparente contrasto tra la mondanità e l’ironia – che crediamo prerogative della vita cittadina e della sua effervescenza – con la calma che effonde l’ambiente montano, hanno rivelato un nuovo possibile modo di vivere l’alta quota: non più solo isolamento e silente meditazione, ma anche luogo di riso e di socialità. 

Per quanto riguarda Trento, città già molto ricca dal punto di vista dell’offerta culturale, si è deciso di concentrarsi su San Martino, un quartiere centrale per posizione ma marginale e complesso in quanto sfaccettato, multietnico, talvolta problematico. Nella cornice di Bookique, caffè letterario che da anni presidia la zona con una programmazione che gioca sull’identità mista del quartiere, rivelandone le potenzialità di luogo di incontro, più che di scontro, si è voluto ragionare su tematiche quali la periferia, il riscatto sociale, l’alterità, le questioni di genere. A dialogare sono stati il Rapper marchigiano Claver Gold, apprezzato per l’impegno sociale e le note intimiste della sua produzione, e Pierfrancesco Pacoda, critico musicale e saggista esperto di linguaggi, culture e stili di vita giovanili. Una conversazione che ha ripercorso le evoluzioni del rap e la poesia di strada. 

Nella città di Bolzano si è ragionato invece sul potere delle narrazioni, attraendo un pubblico ampio e diversificato per età ed interessi. Gli ospiti, Pablo Trincia, giornalista e podcaster, e Veronica Raimo, scrittrice e giornalista, hanno dipanato il rapporto tra fantasia e realtà. È emersa l’importanza di uno sguardo attento per il particolare, per le storie che si nascondono nei vicoli dei quartieri, nelle espressioni dei visi delle persone e nelle pieghe dei loro vissuti. Scrittura e voce, due modi narrativi complementari, sono diventati lo strumento per guardare al proprio contesto e al proprio territorio come ambienti vivi e vitali, capaci di comunicare con chi li abita e generare narrazioni inedite. 

La Rassegna, oltre ad aver registrato numeri più che soddisfacenti ad ogni altitudine e latitudine della regione, è riuscita nell’intento di fare dell’eccentricità la propria firma

Per quanto riguarda Merano, località turistica di pregio, ordinata ed elegante nell’immaginario di ognuno, si è deciso di porsi fra le crepe che la cornice patinata nasconde, scegliendo di concentrarsi su Sinigo, quartiere popolare e multietnico, noto alle cronache per gli scontri e i fatti di disgregazione da cui di frequente è stato travolto. “Gli abitanti di Sinigo vogliono generare una nuova narrazione del loro quartiere. Hanno espresso un grande desiderio di bellezza e cultura” spiega Viola. Rassegna Generazioni è stata l’occasione per occuparsi di street art, riqualificazione, aggregazione giovanile e creatività. L’evento “Sono stato io. L’arte di fare impegno civile” ha visto dialogare Gherardo Colombo, ex magistrato, figura chiave nella lotta al crimine organizzato, protagonista dell’inchiesta “Mani Pulite”, oggi impegnato in progetti di legalità e di educazione alla cittadinanza con l’associazione “Sulle regole”, e Guerrilla spam,  collettivo che alterna la pratica di affissione non autorizzata agli interventi di muralismo pubblico in Italia e all’estero e ora attivo anche nelle scuole, nelle comunità minorili, nei centri di accoglienza e nelle carceri. 

La Rassegna, oltre ad aver registrato numeri più che soddisfacenti ad ogni altitudine e latitudine della regione, è riuscita nell’intento di fare dell’eccentricità la propria firma. Si è dato respiro ai territori, scommettendo sulle marginalità, risignificando il concetto di “centro”, prestando attenzione a ciò che le comunità avevano da dire e aspiravano ad ascoltare, alimentando un nuovo modo di fare cultura: non più gerarchico e verticale, ma aperto e orizzontale. In fermento, in movimento, in dialogo. Una quarta edizione che è stata insieme ragione di incontri inediti e rafforzamento di semi già piantanti negli anni precedenti. Un incontro fra generazioni e immaginari diversi, dal territorio e per il territorio, in una rete che sembra consolidarsi ogni anno di più. 

 

Generazioni è organizzato dalle cooperative sociali Young Inside e Inside in collaborazione con Mercurio Società Cooperativa e con il sostegno delle Province autonome di Bolzano e Trento e della Regione autonoma Trentino – Alto Adige/Südtirol. Gli sponsor ufficiali sono Alperia e Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano