Avvampando gli angeli: da Blade Runner alla città creativa

Il film Blade Runner è stato ambientato in una Los Angeles del 2019 piovosa e cupa. Come tutti ricordiamo proprio nei primi fotogrammi la città appare con ciminiere e camini sputa-fuoco e con immense fabbriche. Ci sono davvero pochissime probabilità che tra qualche anno Los Angeles sia così, non tanto per le macchine voltanti o i replicanti, ma per la presenza di fabbriche gigantesche nel panorama immaginato da Scott/Dick. Nelle nostre città, le fabbriche appartengono al passato, oggi ospitano musei, centri di esposizione, coworking. In queste città sempre più si sente parlare di innovazione culturale, termine che, come il suo parente prossimo, l’innovazione sociale, sembra avere più successo per le immagini che evoca, piuttosto che per il suo significato reale. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e provare a tracciarne i confini.

Il discorso politico urbano, sempre più spesso si trova a citare la necessità di attivare processi di innovazione culturale, tuttavia il significato attribuito al termine varia spesso in funzione del progetto o dell’agenda politica di riferimento: sotto l’etichetta di innovazione culturale vengono annoverati sia piccoli progetti culturali di produzione dal basso, sia mega progetti di sviluppo urbano. Per comprendere la vera portata dell’innovazione culturale cominciamo a osservare il contesto urbano contemporaneo e in particolare soffermiamoci su tre processi trasformativi della società contemporanea. Anzitutto, lo sviluppo di un’economia creativa dell’immateriale da un lato e la competizione fra città come cifra dominante del modo di fare politica, dall’altro. A queste si aggiungono le continue e pressanti crisi, di natura fiscale, politica e sociale che il governo della città si trova ad affrontare. L’innovazione culturale affiora proprio dalla sovrapposizione di questi tre importanti elementi di mutamento.

A partire dai primi anni settanta, per una combinazione di fattori macroeconomici e geopolitici il cuore dell’economia urbana si trasforma dalla produzione standardizzata di beni, alla fornitura personalizzata di servizi e beni, non è più la fabbrica ad essere al centro dell’agenda politica ma il lavoro ‘cognitivo’ o ‘creativo’. Il fulcro dell’azione politica di sviluppo locale non viene più ad essere, quindi, il supporto infrastrutturale all’economia e la riproduzione della forza lavoro, ma la creazione di un ambiente urbano ‘stimolante’, ricco di produzione culturale e occasioni di socialità , in modo da favorire un ‘milieu’ creativo in grado da fungere da ‘materia base’ per la produzione ‘creativa’. Le teorie, tanto discutibili quanto di successo, proposte da Richard Florida su come investire nella “classe creativa” per la crescita urbana, cercano di dare una risposta in questo senso.

È sufficiente un semplice sguardo alla letteratura o ai discorsi politici su scala locale per rendersi conto di come la proliferazione di ricette per la ‘creative city’ o la ‘smart city’ rivelino un mercato in crescita per le soluzioni politiche di questo tipo. La ragione è da ritrovarsi nell’accresciuta competizione delle aree urbane per attrarre ‘talenti’ e capitali. Di fatto poi, nella pratica, la rigenerazione culturale di parti di città diventa spesso lo strumento per promuovere la visibilità dell’area nell’ambito internazionale, fare investimenti immobiliari e favorire l’ancoraggio locale di capitali globali.

La crisi (finanziaria, politica e sociale) che si accompagna a queste due trasformazioni porta nuovi problemi nella città e inasprisce quelli vecchi. Ad esempio, il riassetto delle carriere e delle popolazioni che si accompagna all’avvento dell’economia della conoscenza porta problematiche specifiche; o ancora, l’afflusso di lavoratori migranti, nelle aree meno prestigiose dell’economia dei servizi, pone gravi problemi di inclusione di nuove popolazioni nella società. In questo contesto diventa sempre più critica la capacità, da parte dei cittadini e delle amministrazioni locali, di dare risposta a questi problemi senza pesare su un welfare state in fase di ridefinizione.

Il concetto di innovazione sociale risulta essere particolarmente utile per comprendere come la società si attrezza per rispondere a queste e tante altre questioni, fornendoci anche strumenti concettuali utili a definire l’innovazione culturale. Tra le tante definizioni di innovazione sociale che stanno trovando spazio nel dibattito, consideriamo qua quella che la vede come un processo politico in grado di dare risposta alle esigenze sociali quando le convenzionali strategie di Stato e mercato falliscono, e che, al contempo, mira alla soddisfazione dei bisogni di una data popolazione, alla riconfigurazione dei legami sociali attraverso un processo di empowerment dei cittadini; questa è la definizione proposta da Frank Moulaert e dal suo team di ricerca internazionale sull’innovazione sociale (Moulaert et al 2013), che, tra le altre cose, sottolineano come sia particolarmente rilevante l’attivazione dei gruppi socioeconomici svantaggiati che, nei processi di innovazione sociale, non solo possono trovare risposta alle proprie esigenze, ma vengono coinvolti in un’importante processo di empowerment.

Utilizzando questa prospettiva, possiamo osservare l’innovazione culturale come una particolare forma di innovazione sociale che risponde a bisogni, problemi, istanze tipiche della cosiddetta città creativa: una città che, come accennato prima, scommette sulla sua produzione culturale e che promuove la propria immagine sul mercato globale.
L’implementazione del modello di città creativa, come è noto, ha dato esito a città gentrificate (Semi 2015) e polarizzate (d’Ovidio & Pratt), in cui il settore creativo si ritrova sommerso da una massa di giovani esauriti, esausti, incapaci di immaginarsi un futuro stabile e che tendono all’autosfruttamento sulla base della passione per il lavoro creativo (Arvidsson & co).

In che modo l’innovazione culturale, come espressione di innovazione sociale, si può inserire nella “città creativa” e rappresentare una risposta ad essa? Le pratiche di innovazione culturale si basano sulla capacità di produrre relazioni sociali “liberate” dai gruppi sociali dominanti, elemento sempre meno riscontrabile nei progetti iconici della città creativa; bisogna dunque immergersi nelle contraddizioni della knowledge economy, dove il modello di produzione flessibile lascia aperti spazi per recepire i contributi di cittadini e lavoratori, perché questo risulta essere un modo estremamente efficiente di generare innovazione.

Questo non implica che la ‘città creativa’ abbia qualche particolare legittimità democratica o che sia ‘migliore’ dei modelli che la hanno preceduta; significa semplicemente che questa particolare forma sociale – per garantire la propria sopravvivenza – apre degli spazi di rinegoziazione delle relazioni sociali, sia nel campo sociale che nel campo culturale. Vediamo dunque come l’innovazione culturale rappresenti quell’insieme di strategie politiche in grado di promuovere, nel campo della cultura, quello stesso potenziale liberatorio che abbiamo identificato nell’ambito dell’innovazione sociale, rendendo cittadini e lavoratori della cultura attori fondamentali del processo di creazione di nuovi patrimoni culturali. Abbiamo ora tutti gli elementi per comprendere di cosa stiamo parlando quando citiamo l’innovazione culturale: né la disneyficazione culturale dei centri storici, né tanto meno l’apertura di una nuova arena per concerti -per quanto ‘underground’ sia la sua programmazione- possono configurarsi come innovazione culturale; per cercare veri fenomeni di innovazione culturale dobbiamo piuttosto volgerci verso le cooperative dei lavoratori della cultura, le librerie indipendenti o gli spazi sociali autogestiti.

L’alterità dell’innovazione sociale rispetto alle soluzioni proposte da Stato e mercato non implica necessariamente una disconnessione dell’innovazione culturale da queste sfere, tutt’altro: entrambe queste arene possono giocare un ruolo fondamentale e fornire elementi abilitanti che riescono a far decollare particolari progetti altrimenti senza sbocchi. Nello specifico, la capacità di creare prodotti e collocarli sul mercato o la capacità di reperire fondi, possono configurarsi come forme di auto-sostentamento ed inclusione sociale, fruite da frange particolarmente svantaggiate di cittadini o lavoratori della conoscenza. Ciò che definisce le pratiche di innovazione culturale è precisamente la capacità di ridefinire le relazioni sociali agite dai partecipanti, la possibilità di fruire spazi di libertà utili a migliorare la propria condizione sociale.
La vera sfida delle città si pone dunque nella loro capacità di sostenere, prendersi cura, attivare e mettere a rete tutta una serie di pratiche di innovazione sociale e culturale, e tornare ad essere il luogo la cui aria rende libere le persone.

Riferimenti:

Arvidsson, A., Malossi, G., & Naro, S. (2010). Passionate Work? Labour Conditions in the Milan Fashion Industry. Journal for Cultural Research, 14(3), 295–309.
d’Ovidio, M. e Pratt, A. (2015) Quale cultura per la città creativa? Milano: FondazioneFeltrinelli
Moulaert, F., MacCallum, D., Mehmood, A., & Hamdouch, A. (Eds.). (2013). The international handbook on social innovation: collective action, social learning and transdisciplinary research. Cheltenham, Northampton: Edward Elgar Publishing.
Semi, G. (2015) Gentrification. Tutte le città come Disneyland? Bologna: Il Mulino


Immagine di copertina: ph. Adam Neumann da Unsplash




Comunità e reti di pratiche della mobilità urbana

La mobilità è un tema centrale per la qualità e lo sviluppo delle città. Che si tratti di spostamenti frequenti alla scala locale o sulla lunga distanza, la mobilità è un fenomeno che domina sempre più le società contemporanee, caratterizzato da performance economiche rapide e spostamenti flessibili (Elliott e Urry, 2013).

Se un tempo gli spostamenti prevalenti erano quelli dei pendolari (negli orari di punta e ai tragitti casa/lavoro), oggi il pendolarismo quotidiano è solo una piccola parte all’interno di pratiche più complesse.

Ci si muove per lavorare, per accedere a servizi, per gestire il proprio tempo libero. La mobilità è fondamentale per partecipare alla vita sociale, tenendo insieme attività differenziate, in luoghi spesso distanti tra loro, su un arco temporale esteso ben oltre le ore di punta (Cass et al., 2005). Allo stesso tempo, la mobilità non è solo movimento nello spazio, grazie ai servizi che garantiscono l’accesso a beni e prestazioni anche a distanza.

La diffusione di tecnologie che riducono continuamente i costi legati alle distanze spaziali è destinata a cambiare radicalmente i meccanismi dell’economia: secondo Bain & Company, sará questa “la prossima grande trasformazione dell’economia”.

La trasformazione dei sistemi di produzione e distribuzione dei beni, unita a nuove dinamiche insediative, andrà a trasformare anche le città in cui viviamo, ridefinendo i processi di produzione (basti pensare alla stampa in 3-D), i sistemi di distribuzione (grazie ai droni, ad esempio), l’organizzazione del lavoro e le scelte localizzative (l’accesso diffuso ad Internet potrebbe permettere di superare le tradizionali concentrazioni di capitale umano che sono esclusiva di luoghi come Londra, New York o la Silicon Valley).

Chi fa innovazione e investimenti nella mobilità? Non le istituzioni pubbliche – o non solo, almeno. Le città europee sono bloccate dall’empasse della spending review e non riescono ad investire nuove risorse nei servizi di trasporto collettivi e nelle infrastrutture utili a gestirne la logistica. A dircelo è l’OCSE, che negli ultimi cinque anni ha registrato per oltre il 40 % degli enti infrastatali dell’Ue un calo degli investimenti infrastrutturali, con una diminuzione superiore al 10 % nel 38 % delle regioni.

Se non è solo il pubblico a potersi impegnare in questo senso, è anche vero che oggi sussistono le condizioni perché l’innovazione tende ad essere nelle mani di pochi, grandi soggetti. Così, i protagonisti di questo cambiamento sembrano essere soltanto le auto elettriche di Tesla, i droni di Facebook, i razzi di SpaceX e le problematiche automobili driverless di Google. O degli emergenti attori della sharing economy – da Uber a BlaBlaCar, per citare i più famosi. A cui va attestata però l’attivazione di validi servizi alternativi, specialmente su quei percorsi e in quegli orari dove la scarsità di domanda non permette di ricorrere a servizi tradizionali. Se è interessante il fatto che chi esprime una domanda di mobilità al tempo stesso contribuisce a darne una risposta (basti pensare alle auto di Bla Bla Car che, altrimenti, viaggerebbero col solo conducente), occorre ancora sviluppare una chiara cornice che definisca queste nuove forme di lavoro digitale. Il problema è già stato sollevato da più parti (ne parlano diffusamente i francesi di Ina Global) e il governo ci sta in questi mesi lavorando.

Senza grandi investimenti ma con interessanti innovazioni è interessante osservare il mondo delle comunità di pratiche basate sulle nuove tecnologie e sui social media, suggerendo competenze di movimento diverse dal passato, che partono “dal basso”.

Si tratta di esperienze che, al di là del trendy interesse territorialista abbinato al tecno-entusiasmo, garantiscono nuove risposte ai bisogni della mobilità, mettendo in gioco risorse e soluzioni non scontate.

Riescono insomma a tenere insieme innovazione sociale e tecnologica, risolvendo l’apparente dicotomia tra i due termini (Turkle, 2011). Ci insegnano, o almeno ci portano a riflettere, su quali competenze sono capaci di modificare la percezione delle città e lo spazio urbano. Per tre di motivi:

1) forniscono nuove capacità e formule di comunicazione. Le applicazioni legate al turismo e al commerciale non solo forniscono informazioni sempre più ricche, ma allo stesso tempo spostano e raccontano valori urbani, legati all’esperienza (magari non solo al grido di “In Trip Advisor we trust”).

Basta guardare app di piattaforma informativa multifunzionale di mobilità come CityMapper, presente in trenta grandi città del mondo. Per indicare i migliori percorsi in città, l’app tiene insieme big data e i percorsi realmente coperti dalle persone: i dati sono una gran cosa, ma da soli non bastano a capire in che modo le persone si spostino davvero in città. Grazie a questi servizi e canali di comunicazione emergono informazioni che forse ”complicano il movimento” (Vecchio, 2015), rappresentando e guidando flussi più complessi, suggerendo soluzioni di mobilità più efficienti, al di là della prossimità spaziale ed efficienza nei tempi di spostamento.

Capacità e reti di pratiche per nuove tecnologie civiche di cordinamento tra Open Government, Big Data, Makers, le politiche per le Smart City, la Sharing Economy e l’innovazione sociale. Un concetto colto dagli organizzatori della prossima summer school sul tema organizzata per Maggio prossimo da Rena, Fondazione Bruno Kessler e TopIx.

2) mobilitano risorse latenti. Il mondo del ciclismo urbano è ricco di esperienze di attivismo e partecipazione, dalle Critical Mass alle ciclofficine. Se a questi elementi si aggiunge il contributo della tecnologia, ecco iniziative come il milanese BikeDistrict, un servizio di mappe in grado di indicare quale sia il percorso migliore per chi voglia spostarsi in bici.

Le risorse conoscitive che gli entusiasti della bicicletta hanno accumulato in anni di uso della rete ciclabile vengono messe a disposizione di chi, potenzialmente, potrebbe voler usare la bici ma non si sente nelle condizioni di farlo. Un aspetto fondamentale per un mezzo di trasporto ancora largamente percepito come insicuro e, perciò, non utilizzato.

Un opportunità, quella della mobilità lenta che ben si presta anche per i modelli di community ownership (Tricarico e Le Xuan, 2014) in grado di attivare i cittadini in percorsi imprenditoriali.

Piccoli esempi nel nostro paese sono le Ciclofficine, veri e propri esempi di governance e azione locale della mobilità, fatta di patti di collaborazione tra amministrazioni e cittadini intraprendenti.

Queste iniziative stanno rivoluzionando il mondo della mobilità lenta, perché garantiscono spazi a bassa soglia di accesso a tutte le categorie di cittadini che vogliono usufruire di manutenzione ed acquisto di biciclette.

A Taranto le Ciclofficine Tarantine, sono diventate insieme al Centro Sociale Officine Tarantine, un punto di riferimento per i movimenti culturali e giovanili della città. Una sorta di laboratori del “futuro artigiano” (Micelli, 2011). Cosi lo è a Milano in diverse realtà dalla Cuccagna alla Stecca e via di scorrendo in tantissime realtà urbane italiane.

3) facilitano le modalità di accesso ed utilizzo di determinati servizi, rendendo più efficiente l’uso di risorse già mobilitate. La mobilità non è fatta di sole opportunità di spostamento, ma sono fondamentali anche le competenze richieste per poterne fare uso (Kaufmann et al, 2004): anche la semplificazione allora gioca a favore di migliori opportunità di spostamento.

É il caso di MaaS, società finlandese che si presenta come il Netflix della mobilità: mettendo a sistema tutte le alternative di trasporto disponibili nel paese scandinavo, la compagnia intende offrire un’app che permetta indistintamente di utilizzare trasporti pubblici, taxi e auto a noleggio con un unico abbonamento. La società mette a disposizione una nuova cornice entro cui include opportunità di spostamento già esistenti: non introduce un nuovo servizio, ma, con una notevole semplificazione, permette di utilizzare le alternative a disposizione come un unico servizio.

Su cosa riflettere? Anche da una rassegna incompleta, emerge che la mobilità è uno dei campi più fertili per la sperimentazione di soluzioni innovative. Proprio perché aprire a creative soluzioni per le esigenze quotidiane di spostamento vuol dire spesso garantire effetti ambientali, economici e sociali particolarmente desiderabili.

Nonostante la ricchezza di sperimentazioni e pratiche, tali esperienze faticano ad entrare nel dibattito pubblico, a livello accademico, tecnico e politico.

Gli approcci della politiche pubbliche hanno grandi difficoltà ad adattarsi a pratiche di mobilità sempre più diversificate, che si muovono al di fuori di territori tradizionalmente definiti.
Prevale infatti un’attitudine tecnicistica, basata su strumenti che prevedono la domanda di mobilità e calibrano conseguentemente l’offerta (Martens, 2006). Ma si tratta di un approccio problematico, che trascura le conseguenze sociali della mobilità (van Wee, 2011) e non riesce a seguire la continua evoluzione delle pratiche di mobilità (Pucci, 2016).

In Italia mancano poi le condizioni che potrebbero davvero favorire lo sviluppo di vere soluzioni alternative grazie all’uso della tecnologia. Bassa connettività e scarse competenze digitali continuano a determinare un tasso di digitalizzazione dell’economia e della società più basso rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea. Viene così trascurato un potenziale innovativo molteplice:

Disponibilità di open data, su cui si basano molte app per la mobilità;
Adozione di tecnologie che potrebbero migliorare la produzione e la distribuzione delle merci;
Diffusione dell’e-commerce;
Investimenti sul capitale umano, elemento chiave per lo sviluppo di soluzioni innovative.

L’innovazione insomma non può far leva soltanto sulla promozione di buone idee. Non basta avere una soluzione tecnicamente fattibile, ma occorre anche che sia socialmente riconosciuta come utile e che i soggetti politici siano pronti a promuoverne la diffusione (Feitselson e Salomon, 2004)

In conclusione, sono sempre di più le comunità di pratiche che, grazie alla tecnologia, forniscono nuove risposte a domande di mobilità in continua evoluzione. Rispetto ad interventi pesanti e irreversibili come infrastrutture tradizionali, i risultati possono essere migliori e, allo stesso tempo, più efficienti.

Allo stesso tempo, maggiori vantaggi per la collettività possono emergere grazie a pratiche di mobilità che generino minori esternalità negative. Pur con alcune cautele (Shearmur, 2012), le città si confermano come privilegiato luogo di innovazione, sia perché offrono quelle condizioni che permettono di sviluppare soluzioni innovative (economie di scala, accesso alle risorse, scambi e interazioni), sia perché sono in prima linea per adottarle, grazie alla presenza di popolazioni urbane variegate.

Nonostante le condizioni di contesto non siano sempre favorevoli, l’attenzione nei confronti di queste esperienze è continuamente in crescita – tanto da parte delle istituzioni, quanto da parte dei potenziali fruitori. Mentre aumenta il riconoscimento attribuito a queste esperienze, diventa fondamentale sviluppare un approccio critico: andando oltre l’entusiasmo per le nuove tecnologie e per le iniziative che nascono dal basso, occorre quindi capire sempre meglio quali forme di innovazione possano essere davvero significative nel campo della mobilità.

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Rigenerare cosa? Innovare per chi?

Rigenerazione urbana e Innovazione sociale sono due espressioni molto in voga. La prima non da oggi, anche se oggi pare aver ritrovato uno slancio in molteplici (e contraddittorie) direzioni ‘grazie’ all’insostenibilità dell’ulteriore consumo di suolo che ha spostato l’attenzione sull’ambiente costruito e sui tanti luoghi in crisi e da ripensare. La seconda, che possiamo in prima approssimazione definire come la ricerca di nuove risposte a vecchi problemi sociali, ha acquisito rilevanza per il costante ridimensionamento del welfare state e il crescente ‘spaesamento territoriale e relazionale’ innescato dalle innovazioni tecnologiche e organizzative dell’economia post-fordista.

In collaborazione con Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale

Per troppo tempo fare rigenerazione urbana ha significato dare vita a grandi progetti e/o promuovere grandi eventi per attrarre investimenti e flussi di persone e capitali e, allo stesso tempo, espellere, in maniera più o meno consapevole, popolazioni marginali(zzate), come la letteratura sulla gentrification ci insegna da anni (si veda da ultimo il volume di Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?). Il principale risultato di questi processi di rigenerazione urbana è stato quello di creare città sempre più frammentate “ove si giustappongono — senza connessioni, anzi con grande cura per la separatezza e il contenimento — quartieri per le élites, centri commerciali, strutture per la cultura e l’intrattenimento e grandi spazi espositivi, quartieri più o meno periferici in degrado e aree “abbandonate” ove vivono coloro ai quali non è riconosciuto lo status di cittadini” (Vicari e Moulaert, Rigenerare la città. Pratiche di innovazione sociale nelle città europee, 2009). È la tradizionale macchina della crescita urbana (e della relativa rivalutazione immobiliare) che ha semplicemente cambiato mezzi per arrivare ai medesimi fini.

L’impressione è che le nostre città abbiano bisogno di altro, che serva cioè un nuovo modo di rigenerarle, dandogli forza sì economica ma anche relazionale, territoriale e sociale. Per fortuna questa diversa idea di rigenerazione, che si focalizza sulle relazioni sociali inclusive e sulle risorse già presenti nei luoghi, non è solo teorica ma è praticata quotidianamente in molteplici contesti e da differenti attori (si pensi, pur nell’estrema diversità delle esperienze, al lavoro rigenerativo e di innovazione sociale svolto da Dynamoscopio a Milano, da Rural Hub in Campania o dalle Case di quartiere a Torino). Sempre più spesso questi processi sono inglobati sotto l’etichetta di innovazione sociale, intendendo quell’insieme di tentativi ‘dal basso’, attraverso pratiche creative, sperimentali e condivise, di dare risposta a bisogni sociali. L’etichetta ‘innovazione sociale’ non è, però, priva di ambiguità tanto da essere utilizzata anche per pratiche che si limitano a supportare cambiamenti di superficie che lasciano intatta l’impalcatura sociale (in linea con il gattopardesco motto ‘deve cambiare tutto perchè niente cambi’). Inoltre, l’innovazione sociale si è risolta non di rado in una sorta di tecnofilia futurista, vuota e senza ideali (si veda su questo punto la deriva di una parte del filone smart city).

 

La strana coppia rigenerazione urbana e innovazione sociale ha però nei suoi aggettivi (urbana e sociale) la vera potenzialità, quella cioè di mettere al centro l’importanza della qualità e quantità degli spazi (urbani) per lo sviluppo (sociale), di sottolineare cioè il ruolo di ciò che possiamo definire il capitale spaziale (Cancellieri, Hotel House. Etnografia di un condominio multietnico, 2013) degli individui e, più in generale, delle città. Una relazione quella tra attori sociali e spazi urbani che è sempre più rilevante ed è “un campo in cui si scontrano forti interessi materiali e simbolici, derivanti dalla ridefinizione da un lato dei valori immobiliari e dall’altro delle risorse materiali e immateriali dell’ambiente costruito, in breve dallo scontro tra valore di scambio e valore d’uso” (Vicari e Moulaert, 2009). Occorre perciò districarsi in questo campo e capire quali risorse urbane collettive sono dirimenti per fare sì che si possa parlare di rigenerazione urbana in un’ottica di innovazione e inclusione sociale. In prima battuta si possono evidenziare le seguenti quattro risorse che appaiono innovative e rigeneranti per i tessuti urbani:

1. Socialità. Rigenerare davvero un pezzo di città significa in primis riuscire ad accrescere le connessioni, le relazioni tra i suoi abitanti e generare nuovi spazi di socialità aperti ad una molteplicità di usi. Queste nuove connessioni sono tanto più rigeneranti per un territorio quanto più sono aperte e includenti, non riferite cioè a gruppi limitati di abitanti. Tali pratiche, cioè, costruiscono risorse pubbliche se connettono non in base ad una appartenenza fissa e immutabile ma in base alla condivisione di un territorio: la convergenza di pratiche culturali e artistiche in un piazza, le social street, gli orti urbani, il food sharing rionale pur nella loro estrema diversità, vanno tutte in questa direzione. Sono pratiche (di innovazione sociale?) che rigenerano i nostri (sopiti) istinti relazionali e che, in molti casi, attraverso queste relazioni riescono a produrre veri e propri servizi simbolici e materiali.

2. Artigianalità. In secondo luogo una pratica è capace di rigenerare realmente gli spazi urbani se riattiva anche i corpi dei suoi abitanti, le loro potenzialità artigianali ed espressive, sempre più spesso trascurate in un’epoca dominata dal simbolico. Molte esperienze di innovazione sociale di maggior succeso sono pratiche in cui il saper fare, non più ostacolato dalla pressione della competitività e dall’ossessività della produzione in serie, inizia a riemergere e ad essere condiviso. Corpi urbani, dunque ma anche corpi umani. Rigenerare le città significa, infatti, anche rimettere al centro l’artigianalità, la dimensione materiale dell’homo faber (per riprendere le riflessioni di Arendt e Sennett), che trae dal fare con competenza una ricompensa emotiva, un senso accresciuto alla propria vita quotidiana.

3. Territorialità. Un terzo fattore che sembra centrale per distinguere un processo di rigenerazione urbana de facto da uno solo nominale è rappresentato dalla capacità di connettere un territorio con altri territori. Questo perché gli spazi sono realmente vivi, come gli esseri umani, solo se stanno in relazione, se sono connessi con il loro intorno sia da un punto di vista materiale/fisico che simbolico e di senso. Con questa impostazione, dunque, i centri cittadini gentrificati, musealizzati e imbalsamati non dovrebbero essere l’esito di processi di ‘rigenerazione’ ma, al contrario, uno dei principali luoghi-target da rigenerare e da riattivare. Gran parte dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea appare largamente deficitaria proprio su questo fronte, sulla capacità cioè di valorizzare sensi del luogo, storie, relazioni locali per costruire luoghi, percorsi e connessioni, per produrre territorialità, in sintesi per fare città.

4. Sostenibilità. Last but not least, si può davvero parlare di processi realmente innovativi e rigeneranti per i tessuti urbani quando le pratiche e le politiche in oggetto pongono al centro la sostenibilità ambientale di crescenti parti di città. Alcuni dei percorsi sopra evidenziati vanno largamente in quella direzione, anche se non sempre in modo esplicito. Ridare centralità alle abilità e competenze artigianali, significa, infatti rigenerare e dare nuova vita ad oggetti e materiali, mentre la stessa spinta a costruire nuovi luoghi di socialità si risolve non di rado nella rigenerazione/riciclo di territori abbandonati/in disuso. Per potenziare l’interdipendenza tra sostenibilità ambientale e rigenerazione urbana, feconde appaiono le connessioni con il movimento delle transition town.

 

In conclusione dunque, non si tratta di inventare nulla o di partire da zero ma di saper ascoltare e supportare le pratiche che quotidianamente già producono socialità, artigianalità, territorialità e sostenibilità. Si può chiamare empowerment socio-spaziale, attivazione sociale attraverso gli spazi, sviluppo locale sociale e territoriale, rigenerazione urbana e innovazione sociale, ma l’importante è che si tratti di processi che producono risorse territoriali a vantaggio di gruppi crescenti di abitanti.

Per fare questo occorre mantenere un atteggiamento critico e autocritico rivolto ad analizzare se e quando i sedicenti processi di rigenerazione urbana e innovazione sociale producono queste risorse e per quali soggetti le stanno producendo. Il ruolo del potere pubblico è fondamentale in questo percorso per indirizzare esplicitamente la rigenerazione urbana e l’innovazione sociale verso la produzione di risorse collettive. Attori pubblici e attori privati (ong e associazioni ma anche imprese coesive e startup ad alto impatto sociale, culturale ed ambientale) possono costituire insieme il perno di questo processo di rigenerazione, a patto che rinuncino a porsi come obiettivo quello di trasformare i contesti urbani in territori-cartolina composti da figuranti o in città frammentate e escludenti e, al contrario, si indirizzino a conoscere e rafforzare usi e modi di abitare e a costruire relazioni significative e rigeneranti tra luoghi e abitanti.


Una serie pensata da Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale dell’Università Iuav di Venezia con cheFare dedicata ad approfondire la relazione tra ‘Rigenerazione urbana’ e ‘Innovazione sociale’, in altre parole tra la città e i suoi abitanti. A cura di Adriano Cancellieri, sociologo urbano; Elena Ostanel, planner; Simona Morini, filosofa; Francesca Battistoni e Claudio Calvaresi, imprenditori sociali.




Tracce urbane: le fratture di Palermo

Lo senti, lo vedi e lo avverti appena arrivi che Palermo è una città segnata da fratture estreme, una città colma e barocca e allo stesso tempo una città rotta e lorda. Per questo ha tanto da dire e da insegnare. Non sono le premesse di un discorso estetizzante o esotizzante, bensì un invito a cogliere in questa città del Sud la presenza di una dialettica faticosa, conflittuale, tra una pluralità di attori e di pratiche.

Il network di ricercatori e di ricercatrici di Tracce Urbane ha scelto proprio questa città per sperimentare e iniziare una nuova formula di fare seminario. Abbiamo portato fuori dall’accademia alcuni dei temi su cui stiamo lavorando da anni (“Risorse dei luoghi e sviluppo territoriale”, “Accesso alla città e infrastrutture”, “Sport e spazio urbano”, “Spazi pubblici e differenza”, “Territori cartolina e museificazione dell’urbano”), con l’intento di dialogare con i soggetti attivi sui territori. Avevamo l’esigenza di vedere come le nostre riflessioni potessero uscire stravolte e, perciò, arricchite da un confronto che mettesse al centro un territorio come Palermo. Ora che “Tracce Urbane al Sud” – come è stata chiamata dagli organizzatori Davide Leone e Cristina Alga di Clac/Ecomuseo Mare Memoria Viva – è terminato, possiamo dire che questo incontro seminariale è davvero riuscito.

 

Crediamo che queste due parole, incontro e seminario, rispecchino lo stile con cui il nostro network si avvicina ai territori aprendosi all’ascolto da un lato e provando ad aggiungere la sua voce dall’altro. Una voce che non è mai affermazione astrattamente tecnica ma domanda di ricerca che invita alla riflessività e alle problematizzazione delle pratiche e delle analisi della vita quotidiana.

Raccontare Tracce Urbane a Palermo significa raccontare le diverse associazioni e gli studiosi che operano da anni nel tessuto urbano palermitano (e che ringraziamo per la disponibilità, la passione e la professionalità; l’elenco, troppo lungo per essere riportato in questa sede, lo trovate dettagliato sul nostro sito). A noi è parso un territorio in fermento con molte esperienze di riappropriazione della città promosse e condotte dai cittadini (solo per citarne alcune, ‘Il Parco dell’Uditore’ recuperato da un gruppo di abitanti e trasformato in uno degli spazi verdi più vivi di Palermo, l’Ecomuseo del Mare che ha ospitato il seminario e che nasce dall’esigenza di ‘restituire’ il mare alla città e promuovere cittadinanza attiva, ‘Booq’, la biblioffocina occupata di quartiere nel cuore del centro storico).

Perché quando si minaccia la temporalità e la processualità di un luogo, si minaccia anche il luogo stesso

Tutte queste pratiche di riappropriazione hanno messo al centro di volta in volta la produzione di socialità, il riciclo di spazi e di beni, l’empowerment di popolazioni marginalizzate (i migranti, i bambini, le donne o un’intersezione tra queste categorie), la relazione più stretta tra abitanti e luoghi di vita quotidiana.

Abbiamo riflettuto su chi sono i pubblici, su chi fruisce realmente di questi spazi ‘liberati’, invitando, costantemente a non produrre ‘nicchie virtuose’ ma orientando sempre l’attenzione al territorio, nella sua durezza e complessità. Consapevoli del fatto che questi luoghi e queste pratiche hanno bisogno di continuare a produrre una storia e una memoria dinamica, rimanendo cioè aperti al cambiamento, allo sporco, al rotto, all’umano diremmo.

Perché quando si minaccia la temporalità e la processualità di un luogo, si minaccia anche il luogo stesso. In un ambito come quello degli studi urbani ormai saturo di parole d’ordine evocative, abbiamo utilizzato il termine riappropriazione rispettandone il senso originario, quello degli attori e dei contesti in cui nascono. Un esempio su tutti emerso dal seminario può esprimere secondo noi cosa vuol dire fare un ascolto situato/contestuale dei territori.

 

Nelle varie sessioni di lavoro è risultato che a Palermo si conducono un numero rilevante e crescente di mappature: la Mappa Palermitani Attivi. La mappa dei beni comuni di cui gli abitanti si prendono cura, A che gioco giochiamo? che mappa gli spazi gioco spontanei in città, le Free Map turistiche fatte dagli abitanti di Palermo o le contro-mappature di AddioPizzoTravel che mira a ribaltare la mappatura dei luoghi di mafia della Sicilia cinematografica.

Ci siamo quindi domandati qual è il valore simbolico di una mappa, oltre a quello strettamente funzionale di trovare, condividere e far conoscere un luogo, quali le ricadute non intenzionali sui territori di una mappatura di un’esperienza spontanea. Molte pratiche sono il frutto di una storia che si è depositata nel tempo in uno specifico luogo. Se quindi all’analista che ha costruito un suo bagaglio di conoscenze e strumenti attraverso ricerche svolte in altri contesti, per esempio del centro o del nord Italia, la mappa può anche risultare uno strumento che mette potenzialmente a rischio la vita di quegli spazi e di quelle esperienze che vorrebbe valorizzare, in questa città mappare può proprio esprimere la volontà di tracciare, di lasciare un segno nel caos amministrativo per dire “io esisto e non mi lascio cancellare”.

Lavorare sulla città di Palermo significa porre al centro il rapporto particolarmente difficoltoso con un’istituzione pubblica da anni assente e sorda che amministra spesso senza conoscere i luoghi e le pratiche, senza sapere cosa sono e dove sono nella mappa, appunto. In questo senso, per esempio mappare i luoghi di gioco spontanei se rischia da un lato di congelare la sperimentazione insita nella spontaneità menzionata, dall’altro contribuisce a scrivere una narrazione di una Palermo ludica, di una Palermo che gioca (‘la città è di chi se la gioca’ ci hanno ricordato gli animatori di ‘Mediterraneo Antirazzista’) e con cui un’amministrazione dovrà prima o poi confrontarsi.

L’incontro a Palermo è andato oltre la stanca dicotomizzazione tra spazi di libertà e spazi di sicurezza per andare verso il riconoscimento di una relazione dialettica. Non c’è un bene contro un male, una visione angelicata dello spazio libero ed una demoniaca dello spazio istituzionalizzato parafrasando Gill Valentine. Va riaffermata la ricchezza creativa delle pratiche spontanee e ripensata l’istituzionalizzazione/formalizzazione degli spazi di gioco anche a partire da quello che succede in altri paesi che hanno già “subito” questo processo di messa in sicurezza degli spazi gioco e che si trovano ora a ricreare in forme più o meno artefatte spazi di gioco wild per i bambini.

Qual è dunque la giusta dose di sporco, chiasso, spontaneità e sregolatezza che possiamo accettare perché uno spazio pubblico rimanga tale?

La spiegazione più spesso offerta dagli studiosi del territorio, dalle associazioni e dai comitati spontanei attivi nei quartieri però, è stata: i bambini e, in generale, gli abitanti stanno nello spazio pubblico “per necessità”, per mancanza “d’altro”, come se lo spazio pubblico fosse uno spazio residuale, uno spazio di cui accontentarsi, simbolo di quello che non c’è e per questo spesso sinonimo di degrado. È sicuramente una lettura ‘disturbante’ in una fase storica in cui in gran parte delle città italiane è ricorrente la narrazione contraria, di scomparsa dello spazio pubblico (quello spontaneo, quello fatto di tanti pubblici, delle differenze) a favore di uno spazio anestetizzato, sterilizzato e sempre più ripulito di voci e corpi dissonanti (uno spazio pubblico ridotto a spazio di ordine pubblico).

Qual è dunque la giusta dose di sporco, chiasso, spontaneità e sregolatezza che possiamo accettare perché uno spazio pubblico rimanga tale? In che rapporto stanno degrado, spontaneità e accesso alla città? Uno spazio pubblico troppo vissuto quando ha bisogno di essere regolato/contenuto?

Non si tratta, dunque, di proporre ricette valide universalmente ma di costruire pratiche, politiche e spazialità contestuali che sappiano interpretare i percorsi dei differenti territori, valorizzando attori, spazi e network locali. Le città, infatti, devono essere abilitanti più che abilitate, e cioè confezionate ad hoc per un uso già prefigurato dal progettista, sia esso l’amministrazione, l’associazione che lavora “dal basso” o l’accademico illuminato.

I saperi accademici possono assumere un valore trasformativo se accettano di essere contestuali e, perciò in qualche modo, contestati dalle esperienze dei territori. E questo può succedere solo quando la ricerca è in grado di porre al centro i vissuti degli abitanti, in quanto attori urbani, e di considerare i luoghi come territori sempre potenzialmente attivi, generativi e aperti a continui processi di mappatura.

Il prossimo seminario-laboratorio per i ricercatori di Tracce Urbane sarà a Tor Bella Monaca. All’ecomuseo del mare si continuerà a parlare di riappropriazione di spazi e gestione partecipata dal 15 al 17 ottobre con Nuove Pratiche Fest e CON IL SUD.


Questo intervento segue quello di Chiara Rabbiosi, Turismo partecipativo, città e capitale relazionale,  Alberto Vanolo, Smart City e il controllo dell’intelligenza e fa parte di una serie a cura di Roberta Marzorati e Marianna D’Ovidio sui temi urbani. Uno spazio sviluppato da cheFare in collaborazione con il dottorato UrbEur di Milano.

 

Foto di Antonio Magrì su Unsplash




Turismo partecipativo, città e capitale relazionale

A partire dagli anni Novanta, in un contesto di accresciuta competizione tra città e regioni, il turismo è stato integrato nelle politiche urbane per attrarre una vasta gamma di popolazioni in movimento che potessero garantire il consumo individuale e stimolare la presenza di investitori internazionali.

Se, per molto tempo, il turismo è stato considerato un’industria per la produzione di bolle dalle quali osservare gli spazi visitati senza interagire realmente con essi, oggi la relazione tra turismo e società è cambiata. Da un lato il turismo è diventato sempre più ordinario: viaggiamo più spesso e più facilmente, così tendiamo a osservare i nostri contesti di vita anche con gli occhi del turista che abbiamo imparato a essere. Dall’altro lato il turismo è entrato a piè sospinto nell’economia delle esperienze: andiamo altrove sempre meno alla ricerca di una forma di svago fine a se stessa (se davvero ciò sia possibile), quanto più per apprendere e accrescere il nostro bagaglio di esperienze culturali attraverso la relazione con i luoghi che visitiamo. Il desiderio di interazione tra turisti e città sembra aumentare: è peccato guardare ma non toccare, o non addentrarsi al di là dei sentieri battuti per scoprire ‘nuovi’ quartieri dove incontrare persone vere. Non più quindi (solo) musei e monumenti, ma occasioni intangibili percepite come creative, ricercate prevalentemente nei contesti quotidiani dei luoghi visitati, come spazi di lavoro e spazi di socializzazione degli abitanti, oppure in luoghi insoliti e interstiziali.

È in questo contesto che hanno preso vita le pratiche del cosiddetto turismo partecipativo, basate sulla valorizzazione dell’interazione e delle relazioni sociali. L’esperienza antesignana è rappresentata dal Global Greeter Network nato a New York nel 1992. La parola greeter in inglese indica l’addetto all’accoglienza (che sia in un centro commerciale, in una chiesa o in un luogo pubblico). Per estensione i greeters sono abitanti che mettono a disposizione dei turisti le proprie conoscenze. Tra i primi casi in Europa si annovera l’associazione Parisien d’un Jour, nata nel 2007.

Le immagini sul sito internet offrono una combinazione di affermate icone urbane e turistiche al fianco di foto di spazi meno conosciuti che comprendono orti urbani, murales e architetture insolite. I turisti e le guide sono sempre fotografati in situazioni conviviali, con indosso abiti casual e informali: l’obiettivo è creare arricchimento culturale reciproco non solo per i visitatori, ma anche per le guide volontarie.

A Parigi, Parisien d’un jour ha ottenuto il sostegno dell’amministrazione cittadina e del Consiglio regionale. L’iniziativa, infatti, arricchisce il portfolio di rappresentazioni alla base dell’immaginario turistico della città e può contribuire a ‘fidelizzare’ alcuni tipi di turisti, offrendo loro lo spunto per tornare in città utilizzando la leva della possibile ‘amicizia’ che si può instaurare con le guide/abitanti e offrendo la possibilità di visitare attrazioni o di partecipare a eventi alternativi a quelli più mainstream.

Peraltro, il mantenimento degli spazi urbani iper-turistificati e l’investimento in una continua offerta di eventi spettacolari si scontra oggi con la riduzione delle risorse economiche disponibili e l’aumento delle contestazioni da parte degli abitanti che mettono in discussione le politiche urbane che rendono lo spazio di vita dei residenti subalterno a quello dei servizi per il turismo (come raccontato nel bel documentario Bye Bye Barcelona di Eduardo Chibás). Questi fattori spingono le amministrazioni a cercare strade alternative per conciliare interessi economici e necessità sociali.

Il turismo partecipativo non è comunque antitetico alle forme più spettacolari di promozione turistica, come per esempio i mega-eventi. Nella Milano di Expo è stato lanciato da due note cooperative sociali il progetto Piacere, Milano, sostenuto anche dal Comune. L’obiettivo è far incontrare abitanti e visitatori per una cena o per una visita inedita della città, coinvolgendo così la popolazione residente nella promozione del territorio in maniera diffusa e diversa (il progetto è accompagnato anche da due agenzie di comunicazione e marketing).

Un evento come Expo, infatti, investe non solo lo spazio circoscritto della Fiera, ma uno spazio urbano più esteso, modificandone ritmi e ridefinendo zone di ribalta e di retroscena, ed escludendo categorie sociali trasversali a turisti e residenti – come i migranti – pur nell’illusione temporanea di un pacifico e risolto social mix.

Allo stesso modo, in occasione dei mega-eventi, i riflettori si posano su determinate immagini vincenti della città, nel caso specifico di Milano sempre più attente a presentare la metropoli lombarda come smart e sharing city, selezionando alcune zone e, di conseguenza, i loro abitanti (temporanei o meno). Un’iniziativa come Piacere, Milano può contribuire a cambiare questo immaginario, o quanto meno a renderlo più complesso, ampio e in dialogo con il tessuto sociale della città.

Il coinvolgimento dell’imprenditoria sociale nel turismo partecipativo sta aumentando con l’obiettivo di offrire opportunità di occupazione agli strati più deboli della popolazione, fornire forme di ospitalità più inclusive ed elaborare contro-discorsi sul turismo e sulle città. Un caso interessante è rappresentato dalla rete delle Città Migrande, un’iniziativa nata nel 2007 per volontà di alcune organizzazioni attive nell’ambito della cooperazione e dei viaggi solidali. La rete è oggi attiva in Italia a Torino, Milano, Genova, Roma, Firenze e Napoli.

L’idea alla base del progetto è l’elaborazione di itinerari nei quartieri a più alta densità di immigrati, coinvolgendo questi ultimi nelle vesti di guide turistiche. Ci si può trovare così a sentirsi raccontare una storia di vita fatta di reti lunghissime, a osservare una chiesa assolutamente banale che però è proprio quella in cui boliviani e filippini si ritrovano, e a bere un succo a base di un frutto sconosciuto in un bar in cui prima non si avrebbe pensato di entrare.

Anche del turismo nei quartieri etnici sono note le contraddizioni: oltre al rischio di mercificazione di tradizioni e abitudini altre, come è successo nelle varie China Town o Little Italy in giro per il mondo, non si esclude la possibilità di innestare forme di gentrificazione a danno degli abitanti ‘etnici’. Si può anche mettere in questione quanto queste esperienze rappresentino delle reali forme di partecipazione, e quanto invece non si limitino a essere strumenti con i quali riprodurre, quasi incoscientemente, uno sguardo neocoloniale su concittadini che continuano a essere considerati ‘disagiati’ e subalterni.

Le ricadute di queste esperienze coinvolgono tanto la città immaginata, proponendo nuove letture, tanto la città praticata, creando nuove mappe. Possiamo però chiederci quanto esse siano in grado di aumentare veramente il capitale relazionale delle città. Quanto, cioè, il turismo partecipativo è frutto di una reale apertura verso l’Altro e quanto invece è frutto di quel vago immaginario di cosmopolitismo che si presta così facilmente ad essere cooptato da attori economici e politici che hanno interesse a cavalcare nuove modalità di rigenerazione e branding della città?

Perché, se da un lato un’ampia serie di iniziative di turismo partecipativo ambiscono a costruire città più cosmopolite, giuste e solidali, dall’altro, possono anche fare da volano a quelle forme di business che stanno cavalcando la tendenza alla ricerca di esperienze autentiche e quotidiane. In questo campo, il web 2.0 assume un ruolo preponderante.

Celebrato dai sostenitori della cosiddetta sharing economy, l’esempio più ambiguo e noto, a questo proposito, è quello di Airbnb. Di recente si è parlato di comunitarismo neoliberista per sottolineare le modalità con cui la celebre piattaforma per l’affitto di breve durata di stanze e appartamenti contribuisce a trasformare le relazioni umane in forme di circolazione del capitale.

Ma sono moltissime le applicazioni e i portali che cavalcano questa voglia di turismo del quotidiano per mettere in contatto, almeno a un livello molto superficiale, turisti ed abitanti, come per esempio GuideMeRight, una app che consente di vendere a basso costo itinerari fuori dai sentieri battuti incitando a trovare il proprio local friend e a farsi coinvolgere nel suo stile di vita.

Il denominatore comune di queste iniziative è la trasformazione del ‘banale’ in nuove forme di consumo culturale che enfatizzano il ruolo delle relazioni sociali (vere o presunte). Un cambiamento che merita di essere osservato con attenzione perché, se la bolla del turismo si è rotta, si rende necessario comprendere e analizzare più in profondità il fenomeno per poter predisporre efficaci politiche urbane integrate – e quindi non solo turistiche, ma anche sociali, economiche e culturali – in grado di dar vita a sinergie virtuose per migliorare la qualità della vita in città, al di là del mero supporto al settore turistico.

Per approfondimenti
Tourisme Participatif, Collection Revue Espaces, 264, Éditions Espaces tourisme & loisirs, Novembre 2008
Partage non marchand et tourisme, Collection Revue Espaces, 316, Éditions Espaces tourisme & loisirs, Janvier 2014


Questo intervento di Chiara Rabbiosi segue quello di Alberto Vanolo, Smart City e il controllo dell’intelligenza e fa parte di una serie a cura di Roberta Marzorati e Marianna D’Ovidio sui temi urbani. Uno spazio sviluppato da cheFare in collaborazione con il dottorato UrbEur di Milano.




Agostino Riitano

Agostino Riitano

Agostino Riitano è Cultural Manager, conoscitore delle tematiche culturali del Sud Italia e dell’area Euro-Mediterranea, sperimenta nuovi modelli rigenerazione urbana mediante la valorizzazione del patrimonio e delle eredità culturali, attivando progetti di innovazione sociale e creolizzazione dei linguaggi espressivi.

Fonda nel 2003 Officine Efesti – centro di produzione creativa e associazione per la promozione delle arti contemporanee nell’area Euro-Med. Dal 2006 è stato direttore artistico di Eruzioni Festival, Barock, Festival delle Culture Giovani e Trasparenze Festival. È stato tra i cofondatori del Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea (C.Re.S.Co). Si è occupato del management culturale del progetto di co-design del Rione Sanità di Napoli, sperimentando un approccio mediterraneo allo sviluppo della smart city. E’ stato parte del team di direzione artistica del progetto Matera 2019 Città Capitale Europea della Cultura.

Come esperto di social innovation ha partecipato nel 2014 alla creazione del piano di sviluppo turistico-culturale della Repubblica Dominicana.

Attualmente è co-founder e project manager di Rural Hub – progetto collettivo di ricerca che favorisce l’affermazione di change maker rurali. E’ local expert dell’OECD – Organisation for Economic Co-operation and Development – per l’attuazione del progetto “Attrattori Culturali per il Turismo e l’occupazione nelle Regioni del Sud Italia”.
Docente di project management presso il Corso di Alta Formazione in Management dei Beni Culturali e Ambientali dell’Università Federico II di Napoli.  Autore di Sud Innovation – Patrimonio Culturale, Innovazione Sociale e Nuova Cittadinanza, Franco Angeli, Milano, 2014.

 




PON Metro: politiche d’innovazione e di coesione territoriale

Molti di noi ricorderanno quando, a metà degli anni ’90, alcune delle nostre città furono popolate per diverso tempo dal marchio (e dal dibattito su) URBAN, il programma comunitario il cui obiettivo manifesto era la rivitalizzazione economica e sociale di molte aree urbane europee. Sull’efficacia (e sull’efficienza) di URBAN se ne è parlato tanto e potremo ritornarci; la sensazione è che i prossimi sette-otto anni vedranno un nuovo marchio aggirarsi per le città europee, il marchio del PON Metro.

bando cheFare

La “città metropolitana” (Art. 114 della Costituzione, definizione introdotta con la riforma del 2001) è il nuovo soggetto istituzionale e territoriale che plausibilmente ridisegnerà le nostre vecchie mappe dell’Italia, destinate ad essere archiviate con la loro variopinta suddivisione per province. Con l’abolizione dei sistemi provinciali infatti, verranno istituite nuove aree frutto dell’aggregazione di comuni intorno alla città principale. Ma non varrà più la contiguità, quanto la libera scelta di adesione esercitata dalle comunità, quello che Pietro Barrera definisce un “patto di amicizia” (Webinar IFEL, novembre 2014).

Le 14 città metropolitane individuate dal Governo nel 2014 sono Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina e Palermo. Anche sulla governance delle città metropolitane sarà il caso di tornarci, perché la gestione dei consigli metropolitani, il ruolo della città-perno, il rapporto tra i comuni (“comunità di comunità”, Barrera 2014), rappresenteranno tutte questioni nuove che dovranno fare i conti con la pesante eredità delle province, dovendo guardare invece a nuovi assetti territoriali.

Il Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane 2014-2020 (“PON Metro”, appunto) è l’insieme delle iniziative ideate nel contesto dell’Agenda urbana europea per le politiche di coesione, nate con l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle grandi città (e dei loro territori). Tali nuovi agglomerati sono uniti dalla condivisione di criticità accomunabili e quindi dalla necessità di produrre impatti simili, da realizzare entro il 2020. Si tratta di una strategia comune concordata con il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica (DPS) del Governo Italiano, al fine di rispondere alla “strategia dell’Unione Europea per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e al raggiungimento della coesione economica, sociale e territoriale”, anche in Italia.

Il documento, scaricabile dal sito del DPS, è un fittissimo testo (181 pagine) che individua criticità, priorità e strategie delle aree metropolitane italiane. Vengono messi a disposizione 588.075.000,00 euro (445.698.942,00 euro di contributo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e 142.376.058,00 euro di Fondo Sociale Europeo) per affrontare i problemi individuati e ridimensionarli, innescando (auspicabilmente) nuovi percorsi virtuosi che permettano la progressiva scomparsa delle criticità e la sostituzione con scenari di segno positivo.

Con PON Metro l’Unione Europea e il Governo Italiano dichiarano di assumere alcune nuove ambiziose sfide: aggredire la crisi e le sue ricadute sociali, contrastare il cambiamento climatico, contribuire a realizzare la riforma e la riorganizzazione istituzionale. L’approccio scelto è marcatamente place-based, ed è l’esito di un processo di elaborazione comunitaria che è giunto ad individuare le aree metropolitane come “scale di intervento cruciali per lo sviluppo regionale”. Tale approccio non può prescindere da un metodo integrato di settori di intervento trasversali quali il capitale umano, l’innovazione sociale, l’innovazione tecnologica, le politiche energetiche.

Fin qui, le premesse e le sfide generali. Ma vediamo come sarà strutturato il PON.
Leggendo il documento e le sue dichiarazioni di intenti, si noterà immediatamente che il Programma si articola su due cosiddetti driver principali: il primo, in parziale continuità con il paradigma “smart city”, si propone di affrontare i temi dell’Agenda Digitale e della Sostenibilità dei servizi e della mobilità urbana; il secondo invece elegge i Servizi e le Infrastrutture per l’inclusione sociale quali obiettivi strategici.

Sul tema Agenda Digitale (Adozione di tecnologie per migliorare i servizi urbani della smart city – obiettivo specifico 1.1.1) PON Metro non ne fa più solo una questione di infrastrutture quanto piuttosto un problema di servizi capaci di rendere più efficiente il rapporto tra cittadini e welfare (ad esempio nella sanità) e sviluppare capacità di accesso alle tecnologie da parte di larga parte della popolazione, inducendo comportamenti più consapevoli degli strumenti disponibili di “democrazia digitale”. Non si tratta più, insomma, di sapere quanta Italia è raggiunta dalla banda larga, ma invece quanti cittadini sapranno richiedere un certificato attraverso un sito pubblico dedicato (se c’è) e sapranno usare un software per l’accesso ai dati, magari open. Su questo si avverte una certa distanza dal paradigma smart city, che nell’accezione smart ha forse perso l’occasione di creare massivamente applicazioni e basi di dati aperti, democratici e usabili liberamente.

 

La caratteristica profondamente energivora delle città è l’altro problema su cui si concentra il programma (Risparmio energetico negli edifici pubblici; Illuminazione pubblica sostenibile; Nodi di interscambio modale; Servizi di mobilità condivisa e flotte eco-compatibili; Infomobilità e sistemi di trasporto intelligenti; Mobilità lenta).

Come ridurre l’impiego di energie non rinnovabili (obiettivo specifico 2.1.1) e di mezzi di trasporto privati (obiettivo specifico 2.2.1)? Anche qui si mira a modificare l’atteggiamento: non si tratta solo di rimodernare le flotte di mezzi pubblici con veicoli a basso impatto ambientale ma di stimolare la nascita di mobilità sostenibili integrate, che contemplino anche il ricorso massivo a mobilità lente ed ecocompatibili: ecco tornare lo stimolo a nuovi comportamenti, immaginando città metropolitane con consumi energetici ridotti (pali della luce intelligenti, lampade a led) e legate ad energie rinnovabili.

Infine, ma non meno importante, emerge il tema della inclusione sociale, tra innovazione di processi e infrastrutture. Accesso limitato o nullo a (pochi) alloggi pubblici, incapacità di affrontare economicamente i canoni (morosità incolpevole) o i consumi energetici (fuel poverty), sacche di povertà e disagio estremo (comunità Sinti, Rom, Caminanti), nuovi soggetti a rischio di emarginazione (famiglie e individui a rischio insolvenza, studenti e giovani precari, anziani soli, famiglie monoparentali, donne vittime di violenza) sono alcuni degli aspetti più rilevanti su cui il Programma dichiara di volere intervenire in chiave di contrasto, riduzione e “riattivazione economica e sociale” (Servizi per l’inclusione sociale, obiettivi specifici 3.1.1 e 3.2.1).

E il PON Metro non dimentica di individuare sia attori che processi. Se a monte esso assume come obiettivo imprescindibile la riduzione della distanza tra cittadini (e city users) e servizi di welfare, dall’altro individua nelle organizzazioni no profit gli attuatori credibili di nuovi processi di facilitazione, mediazione e animazione socio-economica. Detto così, sembra un po’ vago, ma leggendo il documento si comprende che gli estensori, consci ad esempio che il problema della casa non si risolve più solo con l’industria del mattone, mettono in campo alcune visioni evidentemente stimolate dal dibattito sull’innovazione sociale europea.

Gli strumenti previsti sono tanti (sportelli d’ascolto, banca del tempo, orientamento al lavoro e alla formazione, assistenza alla persona, attività di animazione culturale e tecnologica con finalità pedagogico-educative o sociali, riqualificazione e gestione dello spazio e dei beni pubblici presenti nel quartiere, supporto ad avvio di attività imprenditoriali, alla realizzazione di iniziative di promozione e di marketing, valorizzazione delle risorse ambientali, culturali ed architettoniche del quartiere – obiettivo specifico 3.3.1) ma lo spirito sembra uno solo: contrastare l’emarginazione sociale attraverso lo stimolo di nuove relazioni, in aree urbane finora ritenute marginali rispetto ai centri strategici della città. E questo non può prescindere da una nuova e diffusa capacità di accedere agli strumenti digitali in forma sempre più consapevole (Alfabetizzazione e servizi per l’inclusione digitale – obiettivo specifico 3.4.1).

Ai servizi per l’inclusione il Programma affianca gli interventi sulle infrastrutture (obiettivi specifici 4.1.1/2/3): rigenerazione di edifici già esistenti (compresi i beni confiscati alle mafie), ristrutturazione delle agenzie di gestione degli alloggi, sperimentazione di modelli innovativi sociali e abitativi (quali, a titolo esemplificativo, cohousing, borgo assistito, altre tipologie di abitare assistito), collaborazione attiva dei residenti che mettano in campo competenze e saperi per risolvere manutenzioni ordinarie e forme di solidarietà comunitaria; creazione di spazi pubblici rigenerati di co-working e sportello d’ascolto per l’avvio di imprese sociali e culturali; forme facilitate di cittadinanza attiva in quei quartieri, periferici secondo la visione città-centrica, che diventino snodi tra la città principale dell’area metropolitana e il nuovo territorio di riferimento.

Molta la carne al fuoco del PON Metro, con un amalgama che sembra però fare suonare le corde giuste. Risulta chiaro che sarà macroscopico il compito dei comuni principali delle aree metropolitane, futuri responsabili dei bandi, degli orientamenti e delle verifiche di processo e di risultato: saranno capaci i nuovi organismi di assolvere un ruolo che li colloca nella sfera della visione e dell’innovazione?

Anche le imprese e le organizzazioni no profit giocheranno una funzione strategica. Per le prime è auspicabile che possano superare il ruolo di meri aggiudicatari di appalti pubblici: in una visione da “imprese coesive” (Fondazione Symbola, 2014) saranno consapevoli che esiti sociali complessivamente migliori potranno produrre effetti benefici anche sugli equilibri economici che ne permettono la tenuta e l’eventuale crescita?

Le seconde, individuate dal Programma come attori della riattivazione sociale, dovranno portare il proprio bagaglio di esperienze maturato in tanti anni di para-welfare (con tutte le dovute cautele del caso) dentro un diverso assetto di collaborazione pubblico-privati, questa volta non incentrato solo sull’erogazione ciclica di servizi al cittadino per conto della PA, quanto sull’attivazione di processi che, una volta consolidati, dovrebbero inoculare nuove pratiche nei comportamenti delle comunità.

Anche le organizzazioni culturali potranno contribuire in questo senso, dimostrando finalmente che il comparto cultura può uscire dalla dimensione di scrigno segreto per pochi esperti, scendendo definitivamente nel campo delle funzioni educative ad impatto sociale: dove la memoria, il patrimonio culturale (anche immateriale), le arti visive e performative, diventino specchio, collante, stimolo e provocazione per le comunità di riferimento.

Molto ancora c’è da fare sotto il sole del PON Metro, che ad oggi è ancora nelle fasi finali di definizione. Sembra però, leggendo il documento, che la consapevolezza delle criticità sociali e ambientali sia più concreta di alcuni anni fa, forse complice l’inasprimento delle condizioni generali di larga parte della cittadinanza, almeno a giudicare dalle formule di intervento proposte.

Che la coesione, la produzione di impatti di comunità, la riduzione di impatti ambientali, non sia più un manifesto di desiderata ma l’esito probabile di processi inclusivi ed educativi, spinge un po’ alla simpatia per questo Programma, e alla estrema curiosità e attenzione verso i suoi sviluppi imminenti.
PON Metro sott’occhio dunque, e ci vediamo dall’altra parte, nel 2023.

 

Foto di Jezael Melgoza su Unsplash




Conflitto e trasgressione: Anonymous all’Unione Europea

Bruxelles, febbraio 2015. NetFutures 2015

Nell’edificio post industriale di The Egg, il centro congressi a pochi passi dalla Gare Du Midi, si parla di cose interessanti: dalle smart cities, all’Internet of Things, alla social innovation, al cloud e, in generale, a tutti quegli scenari secondo i quali la rete – in tutte le sue forme e manifestazioni ubique – condurrà per mano l’Europa verso il futuro.

In una piccola sala, che ospita la plenaria del programma CAPS (Collective Awareness Platforms for Sustainability), sorge una risata collettiva inaspettata, seguita da un momento di silenzio un po’ imbarazzato.

Lo scenario: siamo stati invitati a parlare di Ubiquitous Commons, il progetto di ricerca tramite cui stiamo creando un insieme di strumenti legali e tecnologici per mitigare l’enorme dislivello di potere che, attualmente, caratterizza il rapporto tra data-subjects (i soggetti che, consapevolmente o inconsapevolmente, producono dati e informazioni durante la propria quotidianità) ed operatori (Facebook, Google, gli operatori del cloud, i grandi aggregatori di BigData, e così via): le persone non sanno (e non possono sapere) quali dati/informazioni generano e vengono raccolti, e gli operatori possono sostanzialmente farne ciò che vogliono, acquistando e vendendo persone migliaia di volte al secondo, trasformandoci in cavie per esperimenti sociali e cognitivi e decidendo con pochi click le sorti dell’informazione e delle libertà di una parte crescente del pianeta.

Pochi minuti prima Fabrizio Sestini, ideatore e leader di CAPS, illustrando le innovazioni promosse e sostenute dal programma in vista delle evoluzioni dei prossimi anni, evidenzia un fatto importante: ci si è accorti che sostenere e finanziare solo aziende e consorzi affermati e conosciuti non è sufficiente. Occorre trovare nuovi modi per riuscire a sostenere anche l’informalità, l’emergente, il temporaneo, il peer-to-peer. Come si fa? Sestini chiede l’aiuto dei presenti nel trovare soluzioni.

Fast forward di qualche minuto: è il momento della nostra presentazione. Abbiamo aggiunto una slide, subito dopo questa interessante (e importante.. per noi fondamentale) affermazione, quella della lista di partner di Ubiquitous Commons.
Appena vi arriviamo, iniziamo ad elencare: “… stanno partecipando all’iniziativa l’Università X, il Dipartimento Y, il Centro di Ricerca Z… e Anonymous.”
Pausa.
Anonymous.
Pausa.

Gettiamo lí una battuta, per essere certi che le persone abbiano registrato il messaggio: “E quindi sarebbe interessantissimo, anche in vista dell’affermazione di Mr. Sestini, capire come Anonymous potrebbe partecipare a, chessò, un progetto Horizon2020.”

Risatine nel pubblico.
Silenzio.
Strizzatine d’occhio.
Si va avanti con le altre slide.

La questione non viene realmente presa sul serio, tranne forse il suscitare qualche strana immagine che vede peculiari raggruppamenti di persone mascherate presentarsi alle porte della Commissione Europea per pretendere il pagamento in Bitcoin del finanziamento Horizon2020 appena ottenuto con il progetto Anonymous Social Innovation. Ma, per noi, è di centrale importanza, in quanto affronta in maniera diretta un tema fondamentale per ogni discorso sull’innovazione: il conflitto e la trasgressione.

Ma facciamo un passo indietro nel tempo
Siamo sempre a Bruxelles. Sempre in Commissione Europea. È il Settembre del 2014, al High Level Group Meeting on Smart Cities. Rem Koolhaas, dal podio, racconta come, con il sorgere del “mercato”, dagli anni ’70, la città sia diventata un luogo enormemente meno avventuroso, e più prevedibile.

È questo il luogo in cui, secondo lui, gli effetti apocalittici del cambiamento climatico, dell’invecchiamento della società, dell’acqua e dell’energia trovano supposte soluzioni nella smart city, a suon di sensori, droni, Internet delle Cose ed efficienza.
Un occhio di riguardo viene riservato al linguaggio visuale dedicato ai cittadini della smart city.

Riportiamo qui una traduzione di questa parte dell’intervento:

“Quando guardiamo al linguaggio visuale attraverso cui viene rappresentata la smart city, lo troviamo tipicamente caratterizzato da forme semplici, infantili, con angoli arrotondati e colori vivaci. I cittadini della smart city sono ‘al servizio’, e sono trattati come bambini. Veniamo imboccati con icone carine di vita urbana, integrate con dispositivi innocui, che trovano la loro coerenza in diagrammi piacevoli in cui cittadini ed imprese sono circondati da numeri sempre crescenti di cerchietti che rappresentano servizi e bolle di controllo. Perché le smart city offrono solo miglioramento? Dov’è la possibilità per la trasgressione?”

Trasgressione
Con questo termine si indicano tanti concetti differenti.
Qui ci riferiamo al concetto sociologico, quello secondo cui si trasgredisce quando si viola una norma sociale. Trasgressione implica oltrepassare un limite, un confine, ma anche l’esistenza dello stesso. Come affermava Bataille in Eroticism: “La Trasgressione apre le porte verso ciò che è al di là dei limiti osservati abitualmente, ma preservandoli.”

In questa era dello smart (smart cities, smart communities), dell’innovazione e della creatività c’è poco spazio per la trasgressione e, quindi, per il conflitto. La classe creativa è già stata assorbita dall’industria. Hackers, makers, startuppers e i tanti altri profili umani di questo nuovo scenario già creano le fila dei nuovi laboratori di ricerca e delle linee di produzione del complesso industriale. Sono loro gli inaspettati colletti blu di questo tipo di industria, perfettamente codificati nei nuovi modelli del lavoro e della produzione.

Questa economia corrisponde ad una industria che ha già come presupposto l’interesse per il pensiero creativo, come studiato da Pine e Gilmore nella loro Experience Economy. Non c’è dubbio, dal punto di vista delle architetture del potere, su chi effettivamente mandi avanti la baracca. In questo scenario i troublemakers (“coloro che creano problemi”, i discoli, i trasgressori, i conflittuali) sono merce preziosa.

Enzensberger usa proprio questa parola nel suo Industrialization of the Mind del 1962. Secondo la sua tesi, l’industria culturale vive di/in un paradosso: non può produrre il proprio “prodotto” (la coscienza), in quanto la coscienza può da essa essere solo “indotta e riprodotta”, in quanto è un prodotto sociale. Ne segue una industria sterile in cui la gran parte della produzione è di tipo derivativo e in cui solo pochissimi (i “troublemakers”) sono in grado di innovare realmente.

Ciò non è evidentemente sostenibile per il complesso industriale, che ha, quindi, imparato ben presto ad aver a che fare con in conflitto, con ogni genere di tecnica: dalle più violente; alla pressione economica; all’esposizione/esibizione mediatica e la co-optazione. In una parola: codificando, assumendo, estetizzando.

Le azioni sovversive sono già state internalizzate dal mercato, sotto forma di strumenti per la creazione del valore, per aumentare le vendite e per il marketing. Questo è evidente, ad esempio, con la trasformazione linguistica (e, quindi, percettiva ed operativa) della parola hacker. Nella sua Prefazione alla Trasgressione (su Bataille: a Critical Reader, di Bolling e Wilson) Foucault sostiene che la trasgressione obbliga i limiti, i confini e le norme a riconoscersi, forzandoli ad aver a che fare con la loro imminente scomparsa.

La trasgressione crea uno spazio, innova

Elizabeth Grosz chiama questo processo spatial excess, una nuova dimensione capace di oltrepassare preconcetti, pregiudizi e preoccupazioni sull’utilità, “oltre la rilevanza per il presente, rivolta verso il futuro.” La rivelazione e scoperta di questo eccesso dipende dalla possibilità di trasgressione. L’eccesso si trova nel “problematico”, pieno di potenziale.

Il clandestino, il non riconosciuto, il non ufficiale trovano la propria sopravvivenza – al di fuori del crimine – nella trasgressione dei limiti e delle norme sociali. Proprio trasgredendo quei limiti che li hanno esclusi in primo luogo. Riciclano immondizia, si appropriano di spazi, inventano modi di comunicazione, creano stili, mode ed andamenti. Non oltrepassano i confini: ci si muovono.  Muovendosi, innovano.

Movimento

Da De Certeau, Lefebvre, fino a Maturana, Bateson, Bhabha e discendenti, è evidente come questo sistema sia un sistema cibernetico di secondo livello. I cittadini ri-programmano continuamente il proprio spazio, appropriandosene, ibridando, creando relazioni, reazioni e cambiamento nel sistema. È la trasgressione sistematica a creare l’innovazione. Per dirla usando un fraseggio di Massimo Canevacci Ribeiro: è l’indisciplina metodologica.

Non è il conflitto come rappresentato nello spettacolo (da tutti i partecipanti, compresi quelli conflittuali), quello con le violenze, le molotov e i manganelli a innovare. È, piuttosto, l’incedere polifonico e indisciplinato di miriadi di individualità non coordinate, che attuando un proprio stile di riappropriazione spaziale (sia fisico che digitale), creano di continuo il conflitto, la trasgressione, il movimento lungo i confini e gli interstizi.

Il complesso industriale ha già reagito a questo scenario, cercando di risolvere il paradosso enzensbergeriano intervenendo su linguaggi e immaginari, codificando i troublemakers. Ad esempio, è molto interessante notare come l’ascesa in Italia di Telecom nell’arena delle culture digitali sia iniziata proprio dall’arte digitale. Con il Future Centre di Venezia e con iniziative come RomaEuropa Web Factory ha aperto la strada alla codifica del troublemaking, creando di fatto l’incipit per il sorgere della nuova classe di colletti blu dell’industria creativa. (non a caso uno dei nostri primi interventi in materia è stato proprio attraverso la performance collettiva del RomaEuropa FakeFactory)

Matura l’idea dell’innovazione come inseguimento di una singola forma di futuro

Questo tipo di percorso è evidente in tutto il mondo, ovviamente: dovunque è un sorgere di istituti culturali, fabbriche dell’arte digitale, officine della creatività. Le metafore linguistiche non sono nemmeno velatamente nascoste: si creano spazi e occasioni (dagli spazi di coworking, agli incubatori, agli hackathon); si co-optano i creativi (makers e hackers); li si trasforma in centri di ricerca precari (startup, incubatori, fablab); si genera valore e scalabilità/replicabilità (accelerazione); si prendono le poche idee buone e si generano profitti, vendendo (exit).

Questo modello, potenzialmente virtuoso, soffre però di molteplici svantaggi, soprattutto al livello della discussione sociale e politica. Innanzitutto, si riconduce rapidamente nel paradosso dell’industria creativa: codificando, si riporta all’integrazione del conflitto e della trasgressione e, quindi, all’incapacità di innovare.

Poi, crea precarietà, scaricando il rischio di impresa. I 20mila euro (o giù di lì) di finanziamento iniziale di una startup sono sicuramente molto inferiori al rischio cui si incorre assumendo anche un solo, singolo ricercatore. I grandi operatori fanno la “call”; ricevono le proposte da schiere di precari che offrono la loro idea; selezionano con cura quelle più fattibili e in linea con i propri obiettivi di business (in maniera diretta e indiretta); elargiscono il piccolo capitale; incubano, istruendo il team su immaginario e metodologia di lavoro; se dovesse andare male, spendono meno di quando avrebbero speso per un singolo dipendente, avendo però ottenuto un intero team a lavorare notte e giorno, senza contributi, ferie, malattie, straordinario, sindacato e così via; se dovesse andare bene, si apprestano alla exit, di cui prenderanno la propria quota, sicuramente più alta dell’equivalente risultante dalle altre forme di investimento industriale o finanziario.

Oltretutto, facendolo, promuovono il diffondersi degli immaginari sociali utili all’infiltrazione culturale del proprio business: matura l’idea dell’innovazione come inseguimento di una singola forma di futuro, invece che aprire alla pluralità dei futuri possibili, tipicamente in direzione armonica con la fibra ottica, i sensori, i robot e tutti gli altri prodotti del complesso industriale che finanzia l’iniziativa.

Questo modello, oltretutto, promuove grandi dislivelli e diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza: l’immaginario dell’eroico startupper, della cultura del fallimento, della “billion dollar startup”, et similia assomiglia più ad una lotteria che ad un modello di diffusione equa della ricchezza. Oltretutto, viene anche banalizzato il ruolo della tecnologia stessa, e dell’idea di come si possa trovare soluzione ai maggiori problemi del pianeta.

La tecnologia diventa un feticcio, in grado di essere di per sé garante della risoluzione di problemi energetici, ambientali, umani. Come pure si instrada l’immaginario che vede piccoli gruppi di persone unirsi per 24 ore di hackathon o nello sforzo di produrre una App o un sito web per affrontare grandi problemi che sono politici, sociali e culturali, non certamente tecnici. Ciò è, ovviamente, riduzionistico e semplicistico.

Tutto questo, in tempi di crisi, diventa potenzialmente uno scenario apocalittico: quando l’istruzione, le iniziative istituzionali, le arti e la spesa culturale vengono completamente inondate da iniziative di questo genere – con l'”ora di coding” che diventa d’un balzo più importante della filosofia, giusto per dirne una –, diventa immediatamente chiaro chi gestisca le redini di questo processo, e in sostegno di quali strategie.

Tornando alla domanda iniziale: come fare per preservare la possibilità del conflitto e della trasgressione e, così, mantenerne gli effetti positivi in termine di visione critica del mondo, e di conseguente apertura possibilistica alla molteplicità di futuri e immaginari?

Per cercare una possibile risposta, è interessante usare la metafora del giardino. Nel suo Giardino in Movimento Gilles Clément esplora le possibilità di un tipo giardino nuovo, emergente, mobile e in perenne mutazione, che nasce nelle friches, i terreni incolti, quelli che la storia denuncia come una perdita di potere dell’uomo sulla natura. “E se si posasse su di loro uno sguardo diverso? Non sono forse le pagine nuove di cui abbiamo bisogno?”

Da un lato, storicamente, la forma – la forma controllata – godeva dell’enorme potere di proteggerci dai residui diabolici dell’ignoto. Dall’altro lato, “le friches non hanno a che fare con nulla di morente. Nel loro letto le specie si abbandonano all’invenzione. La passeggiata in una friche è un perpetuo interrogarsi. […] Questo grande potere di conquistare lo spazio non potrebbe mettersi al servizio del giardino? E di quale giardino?”

Il Terzo Paesaggio è una sfida in movimento, con bordi e confini mutevoli e perennemente in discussione. È l’erba(ccia) che cresce tra i mattoni e i binari del treno. È lo spazio naturale delle nostre città che non è ancora stato codificato.

Clément parla apertamente della necessità di educare ad un nuovo tipo di sguardo

Nelle nostre città, la gran parte della biodiversità si trova nel Terzo Paesaggio. È un tessuto connettivo, composto da spazi residuali, resistenti alla forma ed al governo. È trasgressivo, in questo. È un moltiplicarsi di narrative. Non è una proprietà, ma uno spazio possibilistico per il futuro.

Se John Barrell parlava del “lato oscuro del paesaggio”, alludendo alle sue forme controllate come ad una imposizione del punto di vista di una singola classe sociale, Clément parla di un suo lato luminoso: il Terzo Paesaggio non è un modello esclusivo, ma inclusivo; è un “frammento condiviso di una coscienza collettiva.” È una trasgressione mutevole, che opera in maniera emergente attraverso molteplici punti di vista ed intenzionalità. È una mappa sincretica che si sviluppa assieme al modificarsi delle aree residenziali, industriali o del commercio. È la geografia della mutazione della città.

Clément parla apertamente della necessità di educare ad un nuovo tipo di sguardo per cogliere l’importanza e la valenza del Terzo Paesaggio: di una nuova possibilità per la visione e per la disseminazione dei saperi negli ambienti naturali urbani.

La necessità, in sintesi, di una nuova estetica, di una nuova sensibilità

Questo è un punto di vista potenzialmente rivoluzionario, che apre le porte alla possibilità di percepire l’emergente, il conflittuale, il trasgressivo, e di trasformarlo in una forma di conoscenza condivisa.

Lo stesso discorso, ad esempio, può essere fatto a partire dalle considerazioni di Marco Casagrande sulle rovine, intese come il progressivo riunirsi degli oggetti e delle architetture alla natura.

Se, da un lato, le rovine rappresentano una perdita di potere dell’essere umano nei confronti della natura, dall’altro lato, secondo una estetica differente, rappresentano la vita della città, dimostrandone usi e non-usi: l’azione (e non azione) degli esseri umani porta gli edifici in uno stato differente, trasformandoli in rovine e, così, producendo l’evidenza della loro storia e di quella della natura. Le rovine, a tutti gli effetti, costituiscono una sorgente condivisa ed estremamente accessibile ed utilizzabile di saperi e informazione.

Secondo Casagrande la Città di Terza Generazione è la rovina della città industriale, e diventa reale quando riconosca la propria conoscenza locale, facendola diventare una parte della natura. In queste metafore, dal mio punto di vista, è possibile cercare una soluzione. Come fare?

Occorre una nuova estetica, una nuova sensibilità, che consenta di riconoscere il valore (e, quindi, di sostenere direttamente) della stratificazione continua nelle nostre città (e nell’ambiente in generale) dell’incosciente, del trasgressivo, del conflittuale, del differente, sì da valorizzarlo in quanto nuovo materiale costruttivo, capace di innovare quanto di preservare la storia e i saperi, e di trasformare spazi e processi.

Trasgressione e conflitto, come forma di sapere emergente condiviso

Dal Terzo Spazio di Bhabha e Soja, al Terzo Paesaggio di Clément, alla Città di Terza Generazione di Casagrande, al Terzo Paradiso di Pistoletto, al Terzo Infoscape, come lo chiamiamo noi, alludendone alle sue manifestazioni informazionali.

Una nuova estetica, una nuova sensibilità, un nuovo immaginario, che corrispondano alla possibilità di istituzioni di forma nuova, ecosistemiche, responsabili non solo di strategie, ma anche della possibilità di emersione delle tattiche, delle trasgressioni e dei conflitti. Non solo “certificatori e attuatori di norme”, ma anche e soprattutto sostenitori diretti e responsabili dell’ambiente in cui possano avvenire trasgressione e conflitto, come forma di sapere emergente condiviso.

Riprendendo la metafora di Clément, insieme ad un immaginario riguardo un nuovo tipo di giardino, serve anche una nuova concezione del giardiniere: “È certo difficile immaginare quale aspetto prenderanno i giardini per cui è prevista un’esistenza non iscritta in nessuna forma. A mio parere, giardini di questo tipo non dovrebbero essere giudicati sulla base della loro forma, ma piuttosto sulla base della loro capacità di tradurre una certa felicità di esistere.”




Francesco Bombardi

Francesco Bombardi

Francesco Bombardi, classe ‘72, romagnolo di nascita, reggiano d’adozione, laurea in Architettura al Politecnico di Milano dopo gli studi all’Escuela Tecnica Superior de Arquitectura di Barcellona. Dopo un’ esperienza a Parigi nello Studio Mario Cucinella Architects e a Bologna da Studio Iosa Ghini , nel 2001 apre BBStudio Architettura e Design a Reggio Emilia . Seguendo un percorso attraverso gli ambiti di Smart City e Smart Communities, finalizza una personale ricerca su, progetto-produzione-innovazione sociale con la fondazione nel 2012 di Fab Lab Reggio Emilia, powered by Reggio Emilia Innovazione, all’interno dello Spazio Gerra e successivamente presso Musei Civici e Tecnopolo. Tra i fondatori dell’Associazione Make in Italy, ideatore e coordinatore della rete regionale Mak-ER, primo Digital Champion di Reggio Emilia. Tiene il corso di design industriale al dipartimento di Ingegneria Meccatronica e Gestionale dell’Università di Modena e Reggio Emilia.




Il museo presenta la città a se stessa

La storia e le politiche di comunicazione dei musei torinesi sono estremamente interessanti, non solo perché costituiscono un insieme variegato di esempi di buone pratiche, frutto ciascuna di riflessione, di esperienza, di creatività e di lavoro concreto, che hanno avuto tutte un notevole successo e che è opportuno considerare in quanto tali.

E non solo perché, al di là del generico appello alla cultura come giacimento o risorsa economica specifica del nostro paese, raramente ci si è occupati concretamente, in maniera empirica e organizzativa, di come questa risorsa sia di fatto (dis)organizzata e dovrebbe invece essere curata, di quale politiche e di quali tecniche organizzative e comunicative siano necessarie e utili per trasformare l’abbondanza di beni culturali dispersi sul nostro territorio in veri oggetti di fruizione di massa, dunque di crescita culturale collettiva, in fonti di creatività e di sviluppo economico per il territorio che li ospita.

Quel che è chiaro è che vi è stato a Torino uno straordinario investimento sui musei ma più in generale sulla cultura e sull’arte

Al di là di tutto questo, che certamente è importantissimo, il punto che mi sembra fondamentale è mettere in luce analiticamente un esempio di politiche e di pratiche amministrative ben più vasto del caso dei singoli musei, quel che potremmo chiamare il caso Torino. Gli esempi museali qui considerati sono quasi tutti di gestione e proprietà almeno parzialmente pubblica (e altri ancora si potrebbero aggiungere, a Torino e dintorni, come i musei universitari e quello del Castello di Rivoli).

Inoltre, essi sono stati tutti o quasi rinnovati profondamente, restaurati o trasferiti negli ultimi vent’anni o poco più. Il restauro della Venaria, la ristrutturazione del Museo Egizio con il contemporaneo trasferimento della Galleria Sabauda, il nuovo allestimento del Museo del Risorgimento, la fondazione del Polo di Palazzo Reale, con i cambiamenti che ha comportato per le esposizioni che ne fanno parte, per esempio l’apertura di Palazzo Chiablese, la reinvenzione del Museo del Cinema alla Mole, per non parlare di fatti che esulano dai limiti di questo volume come il rinnovamento dei musei universitari, l’apertura della collezione Agnelli al Lingotto, la fondazione della Galleria Sandretto, l’uso di spazi nuovi per grandi esposizioni temporanee come le OGR) sono più o meno contemporanei, risalendo agli ultimi vent’anni o poco più.

 

Ad essi si aggiunge il recupero di parti storiche della città che per cause economico-sociali erano state abbandonate al degrado (il quadrilatero romano, San Salvario), il progetto e la costruzione di opere affidate a grandi architetti, il lancio di manifestazioni come Torino Spiritualità, Terra Madre, il Salone del Gusto; il rilancio del Torino Film Festival; l’ospitalità fissa a grandi eventi culturali come il Prix Italia; l’invenzione del Salone del Libro e di Artissima. Per non parlare dei due grandissimi eventi costituiti dalle Olimpiadi invernali del 2006 e dalla celebrazione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia nel 2011.

Non è possibile qui entrare nel dettaglio della storia di questi eventi, manifestazioni, istituzioni e neppure esaminarle sommariamente. Quel che è chiaro dal semplice accumulo dei nomi è che, nel periodo che stiamo considerando, vi è stato a Torino uno straordinario investimento sui musei ma più in generale sulla cultura e sull’arte; una concentrazione di iniziative nel tempo e nello spazio del tutto unica nel panorama italiano e con pochi paragoni in Europa. Tutta questa attività ha naturalmente una ragione, anzi un motivo ben chiaro e perfettamente consapevole.

Torino era destinata a far interagire la sua vocazione tecnologica e scientifica con la valorizzazione del patrimonio artistico

È a partire dagli anni Ottanta che la società civile e le istituzioni torinesi prendono coscienza che il vecchio modello economico, culturale e sociale della città industriale, anzi per certi versi della one company town basata sull’automobile non era più sostenibile e sarebbe gradualmente ma certamente venuto meno, al di là delle oscillazioni del mercato e delle dinamiche politiche e sociali.

Si pose allora con urgenza il problema di come cercare di sostituire questo impianto, di come compiere una terza trasformazione in poco più di un secolo: da città di corte e di guarnigione a città industriale, dopo il trasferimento della capitale; da città fabbrica a qualcos’altro quando il modello della grande fabbrica e del suo contorno logistico tramontava velocemente.

Certamente la memoria storica ancora diffusa in città della difficoltà e dei costi sociali ed economici della prima trasformazione, gestita in maniera autoritaria e senza sostituti, furono determinanti nello spingere la classe dirigente a porsi il problema della seconda con sufficiente anticipo. E anche se non vi è oggi, nella grande crisi della globalizzazione, una ricetta facile per far vivere un’economia urbana, la scelta fu abbastanza precisa e condivisa: Torino era destinata a diventare una città dell’industria culturale (come in parte già era, per esempio nel settore editoriale), una città di iniziative e di turismo, una città che avrebbe tentato di fare interagire la sua vocazione tecnologica e scientifica con la valorizzazione del patrimonio artistico; una smart city, come si è incominciato a dire solo qualche anno fa, che avrebbe fatto perno sull’industria della conoscenza.

 

Tale scelta fu realizzata, è importante ripeterlo, con perfetta consapevolezza, sulla base di studi e piani strategici e fu sviluppata da parte pubblica nel corso di diverse amministrazioni (il Comune, innanzitutto, ma anche la Provincia e la Regione) e di un lungo periodo, cioè di dirigenze e maggioranze politiche variate, con un forte tasso di iniziativa privata concorrente. È un modello di concordia civile che è abbastanza raro da trovare in un paese che ama dividersi per schieramenti, ma che a Torino ha funzionato.

Questo modello è stato infatti portato avanti con la collaborazione delle istituzioni pubbliche, delle principali realtà economiche private, delle personalità intellettuali e sociali che facevano parte della ricchezza della città.

I dati sui musei esposti in questo libro testimoniano innanzitutto di questo sforzo. È alla fine degli anni Ottanta che inizia la progettazione della maggior parte delle realizzazioni di cui si parla in queste pagine e delle altre cui ho accennato, anche se escono dal suo ambito. È difficile dire ora se questo lavoro trentennale potrà avere completo successo. Molti ostacoli sono sorti sul cammino, all’esterno del percorso di rinnovamento.

La distribuzione mondiale della ricchezza è profondamente cambiata in questi trent’anni e così i modelli di produzione e di consumo. Ma certamente molti progetti si sono realizzati. Il forte ridimensionamento dell’impiego nell’industria dell’automobile e del suo indotto non ha provocato la crisi sociale violentissima che si poteva temere.

Torino non ha certamente subìto in questo la sorte estremamente difficile di Detroit e di altri luoghi deindustrializzati. La città, che una volta aveva fama, certamente in parte ingiustificata, di essere grigia e noiosa, priva di divertimenti e di attrattive culturali, è diventata una delle mete preferite dei turisti italiani e stranieri, entrando fra le prime in Italia nella classifiche internazionali come quelle di TripAdvisor e classificandosi al quarto posto (dopo Roma, Venezia, Firenze e Milano) per numero di visite. Lo sviluppo del mercato dell’arte, della produzione cinematografica e televisiva, dei visitatori dei musei, degli studenti non appartenenti alla regione e spesso stranieri che vengono a studiare all’Università e al Politecnico, delle nuove industrie altamente tecnologiche che si sono sviluppate, certamente è frutto di queste politiche. Anche la valorizzazione culturale e commerciale di un settore agroalimentare e vinicolo che certamente è al vertice dell’eccellenza nazionale rientra in questo quadro.

 

La contestualizzazione che ho sommariamente proposto fin qui per l’analisi dell’organizzazione e delle politiche dei musei torinesi non deve servire, a mio modo di vedere, solo a completare il quadro dei fatti e a rendere più interessante il caso torinese. Vi sono almeno due conseguenze pratiche che si possono trarre da questa storia.

La prima è che in fondo tutta l’Italia si trova oggi ad affrontare un problema analogo a quello cui Torino ha fatto fronte con una collaborazione particolarmente efficace fra responsabilità pubblica e iniziativa privata. Tutta l’Italia si sta velocemente deindustrializzando, non solo per le conseguenze di una crisi non tanto contingente e piuttosto strutturale, ma anche per un mutamento di grandi dimensioni delle ragioni di scambio e della divisione del lavoro sul piano globale.

Questo non vuol dire naturalmente che si debba rinunciare all’industria e all’agricoltura – soprattutto nei suoi settori di élite e di ricerca che possono prosperare anche in concorrenza con i paesi emergenti. Né del resto questa è stata la scelta di Torino, che ha conservato un certo numero di produzioni di eccellenza in settori di punta come quello aeronautico o automobilistico, oltre che nell’agroalimentare. Ma bisogna prevedere un riorientamento generale dell’economia italiana verso ambiti più vicini alla cultura, all’arte, al lusso, al design, al turismo, che del resto la caratterizzano a dir poco fin dal Rinascimento.

Nel corso dei secoli i musei si sono trasformati in tesori collettivi, testimonianze culturali della nazione, luoghi di ricerca e di studio, grandi istituzioni didattiche e di memoria.

Se le cose stanno così, almeno in buona parte, il modo in cui Torino ha gestito la sua trasformazione anche investendo sui musei dovrebbe essere preso in considerazione per molti altri luoghi, magari anche più ricchi di beni culturali, per esempio nel Mezzogiorno, che finora non hanno saputo valorizzarli a sufficienza. E dovrebbe diventare un tema di riflessione a livello nazionale, dove la cultura è spesso considerata materia assistenziale o superflua, mentre dovrebbe essere presa in considerazione la sua capacità di generare introiti, lavoro, vita economica e sociale.

Una seconda riflessione è questa. I musei sono nati parecchi secoli fa come Wunderkammer, depositi di meraviglie artistiche e naturali di signori che univano il collezionismo e la sua esibizione alle loro responsabilità politiche. Nel corso dei secoli si sono trasformati in tesori collettivi, testimonianze culturali della nazione, luoghi di ricerca e di studio, grandi istituzioni didattiche e di memoria.

Con qualche disagio soggettivo sono anche diventati punti focali del turismo e della sua economia. Il tempo presente ne ha modificato le funzioni, aggiungendo a quelle tradizionali il compito di essere “fabbriche dell’esperienza” e luoghi di comunicazione, spazi-eventi, talvolta al limite coi parchi tematici, soprattutto nell’allestimento di grandi mostre. Al centro di queste funzioni ormai molto differenziate vi è la comunicazione.

 

Una comunicazione molteplice, che viene esercitata istituzionalmente nel suo contesto territoriale, in occasioni speciali per mostre ed eventi, all’interno del museo rispetto ai visitatori, in forma didattica e così via. Ma anche una comunicazione che non ha il museo come solo soggetto e i suoi contenuti come solo argomento, ma che parla anche a nome del suo territorio, che lo esprime e lo caratterizza. Forse questa è la lezione più interessante che si trae: i musei di Torino sono ormai fra i suoi principali mezzi di espressione e di comunicazione.

Il museo presenta la città a se stessa, ai suoi cittadini, e anche ai suoi users più o meno temporanei, siano turisti o pendolari o abitanti del territorio circostante. Vi è dunque un’interazione assai più stretta e consapevole di quanto non accadesse in passato fra funzione museale e rappresentanza del luogo, non solo nel senso delle istituzioni politiche, ma anche di quella costruzione dell’immagine che caratterizza fondamentalmente ogni luogo, gli dà valore e attrattività.

Estratto da Musei di Torino. Nuovi modi di comunicare cultura e bellezza nella prima capitale d’Italia a cura di Emanuele Gabardi , Vittoria Morganti  (FrancoAngeli, 2015)

 

Foto di Dannie Jing su Unsplash