SOS: nuovi modelli educativi, in Italia

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Recentemente La Scuola Open Source ha richiamato interesse anche oltreoceano: i primi di agosto, Shareable — la rivista online nonprofit focalizzata sulla condivisione — ci ha chiesto un’intervista per parlare della nostra visione e dell’agenda pianificata in seguito alla vittoria del bando CheFare e dei laboratori di co-progettazione XYZ. Lucilla Fiorentino e Alessandro Tartaglia hanno risposto alle domande di Alessia Clusini nell’articolo che riportiamo, di seguito, in lingua italiana. Enjoy it!

Cos’è La Scuola Open Source e qual è l’idea alla base?

All’inizio del secolo scorso, a seguito dei mutamenti sociali ed economici prodotti dalla Rivoluzione Industriale, in Germania un architetto di nome Walter Gropius concepì una scuola finalizzata alla creazione di nuove figure professionali, capaci di rispondere alla domanda d’innovazione prodotta dai mutamenti in atto. Quella scuola era la Bauhaus. Un luogo che sarebbe diventato leggenda. Nacque dall’unione di un’accademia d’arte, di un istituto tecnico e di una facoltà d’architettura. Incrociando le competenze e lavorando su progetti reali, in pochi anni, con l’aiuto di molti docenti di fama internazionale, si diede vita a un esperimento pedagogico di portata storica.

Crediamo che oggi si viva una condizione per certi versi simile, prodotta dall’accellerazione della tecnologia e dalla brusca frenata dell’economia.

Siamo in crisi, e non vediamo l’uscita del tunnel. La ragione, per noi, è che il percorso da intraprendere non è lineare. Non bisogna solo saper andare avanti, progredire. Occorre sviluppare la capacità di muoversi in più dimensioni. Un’agilità cognitiva. Allo stesso modo crediamo che la presenza del digitale nelle nostre esistenze stia modificando sempre di più il dato culturale. Tutte le organizzazioni stanno diventando organizzazioni culturali. Ogni prodotto è ormai, anche, un prodotto culturale. Questa mutazione pone al centro la questione della “visione del futuro”. Per questo nasce SOS, perché crediamo che occorrano nuove figure professionali, nuovi spazi di aggregazione sociale, nuove modalità di apprendimento e trasmissione della consocenza.

In che modo viene applicato il motto “educare per emancipare”?

Crediamo che maggiore conoscenza implichi maggiore consapevolezza. Quella che serve per emanciparci e riuscire a guardare le cose da più punti di vista. Abbiamo intrapreso questo percorso perché la nostra è una grande scommessa sulle persone: su ciò che possono fare assieme e sul plus-valore che si crea quando ci si scambia la conoscenza.

Qual è la metodologia educativa?

Lavoriamo in modo cooperativo su progetti reali.

I docenti apportano la conoscenza e guidano il processo, i tutor intervengono per facilitare il lavoro, organizzarlo, implementare tecnicamente il processo. I partecipanti lavorano assieme a docenti e tutor per realizzare progetti concreti. Siano essi robotici, informatici, artigianali, artistici, o teorici.

In questo modo, attirando docenti provenienti da tutto il paese e in alcuni casi anche dal resto del mondo, seminiamo competenze sul nostro territorio, aggregando allo stesso tempo persone. Nel tempo questo processo ci permetterà di avere direttamente sul territorio nuove competenze, frutto della contaminazione tra quelle innestate.

La didattica è collegata alla ricerca, e l’una tende a produrre risorse per l’altra.

I moduli didattici possono essere parametrizzati rispetto al numero di docenti, dei tutor, dei partecipanti, alla durata, al numero di ore, al tema, e alla modalità operativa di svolgimento. Molto interessante, a tal proposito, quanto emerso negli output del laboratorio Z e nel documento Punti Aperti sui Processi Didattici a cura di Salvatore Zingale.

In che modo utilizzate i modelli della Bauhaus e della Roycroft Community?

Un modello è qualcosa che ti ispira, al quale pensi quando immagini delle possibilità. Una sorta di canovaccio su cui costruire la tua storia personale. Uno schema del tuo ragionamento. Un’immagine sepolta nella tua memoria che tendi a completare attraverso il processo di interpretazione.

Quanto La Scuola Open Source ha subito l’influenza dell’esperienza XYLAB?

Penso che aver avuto la fortuna di poter prototipare 2 volte (x nel 2013 e xy nel 2014) la nostra idea grazie a Laboratori dal Basso (una policy regionale) sia stata una grande fortuna. Abbiamo individuato e stressato i meccanismi più delicati, lavorato per migliorare il processo, coinvolto persone che ci hanno insegnato tanto, conosciuto persone nuove che ci hanno aperto gli occhi su mondi che ignoravamo. Tutto questo è stato fondamentale, e ci ha permesso, nel tempo, di tessere una notevole rete di relazioni, andando a consolidare la percezione del nostro lavoro all’esterno, ma allo stesso tempo permettendoci di focalizzare sempre di più la nostra idea, fino ad arrivare al documento con cui abbiamo partecipato a CheFare, vincendo.

In che modo artigiani digitali, makers, artisti, designer, programmatori, pirati, sognatori e innovatori si completano a vicenda in una visione comune?

Nel paradigma “ortodosso” molte di queste figure non si parlano, non si relazionano. E difficilmente potrebbero farlo. Ma secondo la nostra idea, queste figure, e molte altre, assieme, possono dialogare, scambiarsi pezzi di conoscenza, cooperando. Misurandosi con sfide reali, sporcandosi le mani assieme. Questo crea l’humus nel quale è possibile, attraverso la contaminazione, generare nuove figure professionali, nuove idee per prodotti o servizi, fin anche nuove tecnologie adatte per modificare lo scenario globale.

Quanto è importante la condivisione nel progetto della Scuola Open Source?

La condivisione è il presupposto per la contaminazione, che è il motore di tutto. È un processo delicato, regolato spesso dall’empatia tra gli individui. Giorni fa, parlando con un amico, è venuta fuori questa battuta: “Il progetto è la ricetta, le persone sono gli ingredienti, noi saremo l’olio”.

Quali sono i commons a La Scuola Open Source?

I Commons sono quello che condividiamo, insieme, l’uno con l’altro.

In ambito sociologico, parleremmo di intelligenza collettiva. Secondo il filosofo francese Pierre Levy, la diffusione delle tecniche di comunicazione su supporto digitale ha permesso la nascita di nuove modalità di legame sociale, fondate sul radunarsi attorno ad aree di interessi comuni, su processi aperti di collaborazione, sulla condivisione del sapere. Usiamo ripetere spesso: “L’innovazione è sempre sociale, altrimenti è speculazione sull’ignoranza degli altri”. La condivisione di conoscenza è il primo e principale common, per noi. Permette di generare un vero e proprio processo di emancipazione e civilizzazione, ponendo ogni persona al servizio della comunità, permettendo ad ogni individuo di esprimere e valorizzare liberamente la propria singolarità dandogli al tempo stesso la possibilità di fare appello all’insieme delle qualità intellettuali e umane della comunità stessa.

Ed è su questo che ci siamo focalizzati, sperimentando e sviluppando pratiche , a partire dalla co-progettazione della stessa Scuola con il triplice laboratorio XYZ.

Quello dei Commons è un campo d’indagine molto importante per il futuro dell’umanità, e noi faremo la nostra parte.

Come si può rendere il progetto sostenibile e qual è la struttura economica/organizzativa?

Ogni modulo o attività didattica che verrà attivato avrà un proprio sistema di coperture economiche (funding mix): fundraising, crowdfunding, fee di accesso, sponsorship, project financing, etc.

I progetti di ricerca verranno finanziati attraverso accordi con le imprese, la PA e gli enti pubblici, oltre che con bandi europei o eventuali sponsorship.

L’aspetto di co-living e utilizzo dello spazio sarà regolato da un sistema di membership, che ci permetteranno di coprire i costi di gestione dello spazio, il ricambio dei materiali di consumo e la manutenzione.

Oltre a tutto questo, la SOS farà anche consulenze in materia d’innovazione sociale e tecnologica per soggetti di qualsiasi tipologia.

Descrivetemi il processo di co-progettazione de La Scuola Open Source e come lo avete reso un progetto partecipato.

Nel corso del laboratorio in programma dal 18 al 30 luglio a Bari — XYZ — la Scuola sarà oggetto di un processo di progettazione partecipata che ha come fine la definizione del suo stesso funzionamento: X è il laboratorio che affronta il tema dell’identità di SOS, della comunicazione, sotto vari punti di vista, da quello valoriale a quello strategico, fino alla definizione di un sistema d’identità e di un sito web. Y è il laboratorio che lavora sugli strumenti che consentiranno alla SOS di funzionare. Siano essi metodologici, software o hardware. Fisici o digitali. Z è il laboratorio che si focalizza sui processi di funzionamento della scuola, attorno ai 4 assi delle attività: ricerca, didattica, co-living, spinoff. L’output di questo laboratorio è una formalizzazione dei processi attraverso cui funziona la scuola, per le diverse tipologie di interazioni.

12 giorni, esclusa la domenica, di co-progettazione immersiva, da mattina a sera. Persone che provengono da varie parti d’Italia e del mondo, assieme, per ragionare su questa “scuola open source”, per definire assieme questo progetto. Avremo docenti e studenti con background molto differenti tra loro, che lavoreranno fianco a fianco, nello stesso luogo, parlandosi, conoscendosi e cooperando.

I mesi estivi, dopo XYZ, saranno impiegati per sviluppare, implementandole, le soluzioni emerse durante i laboratori. Nella convinzione che “non vi è alcun risultato finale, solo una successione continua di fasi” (come diceva il prof. K.Lynch del MIT di Boston in “L’immagine della città”). Per questo motivo auspichiamo l’organizzazione di un laboratorio XYZ periodicamente, secondo una logica iterativa ed evolutiva.

Quanto sono importanti le filosofie hacker e maker nella creazione di valore de La Scuola?

In un certo senso siamo tutti hacker, dal momento in cui veniamo al mondo, trovando di fatto un mondo che non abbiamo creato noi, ma che con il tempo impariamo a modificare, agendo. Ma su questa parola, hacker appunto, si combatte una grande battaglia semantica. C’è chi vuole dipingere gli hacker come i pirati informatici che rubano dati sensibili. C’è, invece, chi vuole diffondere valori di libertà, fiducia e apertura. Per noi il tema dell’etica hacker in contrapposizione a quella del lavoro protestante, è centrale. Com’è centrale il concetto di “open source”, che nella sua logica incrementale (fork, versioning, etc.) rappresenta il “blueprint” di un nuovo sistema valoriale e culturale: collaborativo, adattativo e ricorsivo. Occorre utilizzare tale approccio in tutti i campi della conoscenza, al fine di abilitare nuove possibilità per tutti. La metodologia e le finalità de La Scuola Open Source sono esse stesse oggetto di una riflessione sull’innovazione sociale, che ha lo scopo di “hackerare il sistema educativo”.

In che modo valori come apertura e diversità possono essere legati al concetto di Mediterraneo e di Sud?

Essere al centro del Mediterraneo ci pone inevitabilmente delle questioni profonde, come il rapporto con l’altro, il tema del raccordo tra i mondi, della contaminto azione, dell’integrazione e dell’innovazione sociale. Ci piacerebbe mantenere la “biodiversità” tipica del Mediterraneo: un punto d’incontro di popoli, culture, cibo, natura e geni. Soprattutto in un momento storico come questo, in cui migliaia e migliaia di profughi sbarcano sulle nostre coste, ognuno con la proprie storie, la propria unicità e con la volontà di sentirsi a casa. Per questo è fondamentale essere aperti — anche al diverso. Perché è un potenziale che rimarrebbe altrimenti inespresso, in caso di chiusura.

Crediamo profondamente nella condivisione e nell’apertura, per questo, consapevoli del ruolo anche sociale e culturale che possiamo avere. Dobbiamo essere aperti (di mente e di cuore).

Qual è il vostro target? Chi sono le persone che possono beneficiare de La Scuola Open Source?

Lavoreremo con ragazzi, pensionati, disoccupati, professionisti, studenti e ricercatori. Per ogni categoria di audience elaboreremo moduli didattici e progetti di ricerca. Cercheremo di mescolare assieme più categorie e più generazioni, per favorirne la contaminazione reciproca.

La scuola si rivolge principalmente a quattro macro-categorie di utenza: chi ha qualcosa da imparare/insegnare (persone fisiche, si collegano a SOS con un rapporto di membership); chi ha bisogno di ricerca /innovazione (come organizzazioni e istituzioni); chi si relaziona a SOS tramite rapporti di consulenza e/o progetti di ricerca (potendo così anche usufruire dei correlati sgravi fiscali); la societá (attraverso la coda lunga dei nostri output sarà destinataria ultima di tutte le nostre attività tramite la condivisione di tutti gli output generati in SOS, e che potrà prendere parte alla vita della scuola attraverso un rapporto di membership).

Come è stato coinvolgere partner nell’innovazione sociale come ex Fadda e Rural Hub o progetti scientifici come Nefula insieme ad organizzazioni attive nella sharing economy (OuiShare) e istituzioni pubbliche?

Il nostro è un lavoro artigianale di tessitura.

Per dirla con le parole di Italo Calvino, cerchiamo chi o cosa all’interno dell’inferno che viviamo ogni giorno non è inferno, cercando di difenderlo e dargli spazio.

In che modo si può essere coinvolti e partecipare a La Scuola Open Source?

Entrando a far parte della comunitá tramite il sito web della scuola: http://lascuolaopensource.xyz o la pagina facebook: http://facebook.com/scuolaopensource

E con un sistema di membership che attiveremo con l’anno nuovo, e che dará accesso ad una serie di attivitá non appena la Scuola funzionerá a regime. (Da corsi di introduzione al mondo del making e hacking a laboratori di riuso, da formazione a tematica verticale (format singularity) a lezioni magistrali, accesso a tecnologie e reti, fino al format di ricerca e co-progettazione XYLAB, accanto ad attivitá umanistiche afferenti diverse discipline.

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