Chi ha paura della città dei 15 minuti? E perché?

In un tweet che ha ricevuto molte condivisioni e commenti, Marco Ponti – esperto di economia dei trasporti con una lunga attività di ricerca e consulenza – accomuna l’idea della città dei 15 minuti sostenuta dalla Giunta di Milano a un nuovo Medioevo prossimo venturo e a un lockdown perpetuo.

Dubito che Ponti non sappia cosa è la città dei 15 minuti, come molte reazioni al suo tweet gli hanno fatto notare. Del resto, come rimarcato da altri meno perspicaci commenti, parrebbe esserci chi effettivamente crede che la città dei 15 minuti configuri un nuovo ghetto. Occorre quindi ribadire l’ovvio (come spesso accade sui social): con la locuzione “città dei 15 minuti” si intende “anche a 15 minuti”, non “solo a 15 minuti”. Inoltre, si tratta di un’accezione non tecnico-ingegneristica, ma di orizzonte generale e adattabile ai contesti. Per esempio, Melbourne per il suo piano 2017-2050 estende di 5 minuti la proposta, dimostrando di aver colto il punto in parola. La vera posta in gioco, come vedremo, è un’altra. Prima, però, vediamo cosa si intende con l’espressione città dei 15 minuti e perché il “lockdown permanente” o altri scenari neo-orwelliani (sempre comodi come strawman) non c’entrano nulla.

Il progetto “città dei 15 minuti” presentato nel 2020 dalla Sindaca di Parigi Anne Hidalgo e ideato dall’urbanista Carlos Moreno rappresenta l’impegno a realizzare un programma radicale di rigenerazione urbana imperniato sula qualità della vita quotidiana e sulla sostenibilità ambientale. Il suo significato va cercato nell’idea di città policentrica (non a-centrica), basata su un adeguato metabolismo circolare, costruito sulla prossimità spaziale tra persone, luoghi della produzione e servizi di cittadinanza. Nella sua essenzialità, serve per mettere al centro della politica urbana la vita quotidiana delle persone e risponde all’idea che la cittadinanza ha una importante dimensione spaziale: i diritti sono esigibili se l’economia “fondamentale” è vicina alle persone.

La concentrazione spaziale e l’integrazione verticale creano “mappe di ingiustizia”, sia tra luoghi che all’interno di questi. Per esempio, la diffusione spaziale dei servizi di cittadinanza utilizzata dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne si basa sull’individuazione dei poli in grado di costituire centri di offerta dei servizi essenziali e la classificazione dei restanti comuni in 4 fasce: aree peri-urbane, aree intermedie, aree periferiche e aree ultra periferiche, in base alle distanze tra i poli misurate in tempi di percorrenza statisticamente calcolati, corrispondenti mediamente a meno di 20 minuti per le aree peri-urbane, tra i 20 e i 40 minuti per le aree intermedie, tra i 40 e i 75 minuti per le aree periferiche e oltre i 75 per quelle ultra-periferiche. L’individuazione dei poli urbani classifica come centri urbani quei comuni o aggregati di comuni confinanti capaci di offrire simultaneamente: tutta l’offerta scolastica secondaria; ospedali sedi di DEA di I livello; stazioni ferroviarie Platinum, Gold o Silver.

La mappa qui di seguito permette di individuare la aree interne (intermedie, periferiche e ultraperiferiche) nel territorio italiano.

Fig.1 Le aree interne in Italia Fonte

 

Diseguaglianze spaziali simili, basate sull’accentramento dei servizi, sulla rarefazione dei presidi culturali come le biblioteche pubbliche, sulla penuria dei trasporti e dell’infrastruttura materiale e “provvidenziale” della cittadinanza, caratterizzano anche molte grandi città. La sfida allora è quella di recuperare il policentrismo, la diversità dei quartieri che, smettendo di essere fragili periferie, tornino ad essere luoghi di vita e non solo di abitazioni. L’idea è seguita da Parigi, Barcellona, Copenaghen. Un’idea così semplice che davvero caratterizzarla come “lockdown permanente” da parte di una persona con la preparazione di Ponti, appare davvero inverosimile. C’è, infatti, dell’altro. Il vero timore di Ponti e di molti commentatori è che questa idea sia pericolosa perché turba le “dinamiche spontanee” del mercato, la sovranità del consumatore, le economie di scala:

Come se la città “non dei 15 minuti” fosse il risultato delle dinamiche spontanee del mercato e della sovranità dei consumatore; e non, invece, l’esito di scelte regolative, di gestione della rendita fondiaria e di modelli di sviluppo ben definiti da parte di coalizioni urbane (link al caso riguardante Torino). La critica malposta alla città dei 15 minuti è il velo a favore di una “urbanistica neoliberista”, come la definisce Marco Cremaschi. Tema che non scorge solo chi fa del mercato un feticcio, o è troppo interno agli interessi corporativi della città “non dei 15 minuti” per poterlo vedere.

Ciò chiarito, rimangono aspetti ambigui e da analizzare, messi in luce da preziosi commenti al mio thread di commento a Marco Ponti, che qui riporto in modo sintetico. Lorenzo de Vidovich sottolinea che Milano, come altre città, ha adottato l’idea di città dei 15 minuti entro un frame che ha scelto come target per una prima sperimentazione quartieri già dotati di una logica dei servizi “di prossimità” arricchita da un percorso di sostenibilità “per pedonalizzazioni”, ottimo nei principi ma diseguale nelle sue applicazioni. Riccardo Cappellin enfatizza come il modo migliore per raggiungere l’obiettivo della città dei 15 minuti per tutti i cittadini è ridurre il pendolarismo casa-lavoro dalla provincia e favorire il lavoro ibrido e un decentramento degli uffici più vicino al luogo di lavoro. Ciò, emerge da altri commenti, genererà una nuova competizione tra spazio fisico e spazio digitale, che sarà una sfida enorme da affrontare per governare il territorio. Infine, molti lamentano il rischio di gentrificazione e imposizione di modelli estetico-funzionali tipici del centro alle periferie, portato di una violenza simbolica basata su ordine, decorso e produttivismo. Infine, Giovanni Carrosio mi fa riflettere su come queste dinamiche di “formattazione” possano passare attraverso i tecnici e i consulenti che fanno progettazione urbanistica. La standardizzazione, quindi, più come effetto della professionalizzazione del campo, che come una ideologia della best practice socio-spaziale, che impone un’unica formattazione, quella dei quartieri centrali, alle aree periferiche.

 

Immagine di copertina: p. Antonio Sessa da Unsplash