Libertà di controllo al tempo di internet

La cronaca nera e i gialli spionistici hanno divulgato la meravigliosa parola “cimice”: un microfono miniaturizzato nascosto nella tappezzeria o in un cassetto che captava le conversazioni di dissidenti, criminali, funzionari, politici. Nell’Oscar di von Donnersmarck La vita degli altri veniva mostrato il complesso lavoro necessario per imbottire di cimici la casa di uno scrittore non amato dal partito comunista nella DDR. Il caso recente che ha implicato la smart TV di Samsung illustra un futuro-presente non popolato ma sovrappopolato di cimici ambientali. Di fatto queste sono già presenti nel vostro computer e adesso nelle nuove televisioni, e aspettano solo di venir attivate. Non parlo dei cookies che registrano da una dozzina di anni il vostro comportamento digitale più “classico”, elenco dei siti visitati, metadati vari: anche i microfoni e le videocamere sono di fatto a un passo dall’essere completamente sottratti al vostro controllo personale. Samsung è stata messa sotto accusa dalla stampa internazionale per via di una clausola a dir poco esilarante della sua privacy policy. Il contesto tecnologico è semplice. Perché continuare a usare il telecomando? Sarebbe tanto più comodo parlare direttamente al televisore, no? “Basta Sanremo, passa a ReteQuattro”.

Ma per poter parlare a un televisore, questo deve ascoltare. E per ascoltare deve possedere un microfono. E questo microfono deve trasmettere dati a un server che analizza il comando vocale e vi propone un contenuto. Scriveva dunque Samsung: “Per cortesia siate avvertiti del fatto che se le vostre parole includono informazioni personali o comunque sensibili, queste informazioni figureranno tra i dati captati e trasmessi a un ente terzo quando usate il Riconoscimento Vocale”. (“Please be aware that if your spoken words include personal or other sensitive information, that information will be among the data captured and transmitted to a third party through your use of Voice Recognition.”) Dopo la piccola tempesta mediatica sul blog ufficiale di Samsung trovate la nuova azzeccagarbugliesca formulazione della privacy policy, che lascio al vostro esame. Per i fini di questo articolo devo soltanto osservare che la tecnologia per captare in massa e bassissimo costo le conversazioni di casa c’è, che di fatto avete comprato un televisore abitato da una cimice, che non avete nessuna certezza, se non la parola del venditore, che questa non raccolga dati ambientali tra cui le conversazioni di casa, e che comunque non sembra proprio difficile risettare il sistema a vostra insaputa perché la raccolta dati si metta allegramente in moto.

La filosofia della tecnologia potrebbe discendere tutta da un semplicissimo assioma: una volta che una possibilità esiste, perché non usarla? Come mostra tutta la storia della tecnologia e dei suoi complessi intrecci con il potere, non è tanto il bisogno che aguzza l’ingegno, quanto l’occasione a far l’uomo ladro. Scendono i costi, si diffondono le soluzioni, e si trova sempre qualcuno che le piega ai propri fini, legittimi o meno, morali o meno. Con il senno di poi, è plausibile affermare che la sorveglianza fosse inquadrata in un sistema legale ben preciso e vincolante anche per via del suo costo: laddove i costi erano relativamente bassi (manovalanza spionistica e funzionariale ampiamente disponibile nell’ex-blocco sovietico) se ne era fatto un sistema. Nelle democrazie occidentali sorvegliare un sospetto richiedeva in genere una procedura – che partiva per l’appunto dall’individuazione di un sospetto: la sorveglianza era la conseguenza di una procedura legale preliminare. Sono i costi ormai marginali della sorveglianza di massa ad aver cambiato completamente questa configurazione: dato che è possibile raccogliere tutti i dati di tutti, e dato che li si può analizzare in modo sempre più sofisticato, si comincia per l’appunto con il raccoglierli, i dati, senza un’autorizzazione preliminare, o un sospetto fondato.

Il libro di Giovanni Ziccardi (docente di Informatica Giuridica all’Università degli Studi di Milano), Internet, controllo e libertà (Raffaello Cortina Editore) offre un aggiornato panorama sullo stato delle discussioni sulla protezione dei dati personali e sulla libertà in rete. È un testo che ha il merito essenziale di sintetizzare in modo molto chiaro una vasta letteratura tecnica e giuridica, nonché le discussioni pubbliche che hanno visto impegnati attivisti, filosofi, giuristi e giornalisti negli ultimi anni, soprattutto a seguito del caso Snowden che viene puntualmente narrato nel libro. La tesi principale di Ziccardi è che la tecnologia è soltanto un elemento di una triade che include anche i comportamenti individuali e il legislatore. “I comportamenti… sono altrettanto importanti delle tecnologie” (p. 219). È la risposta corretta a chi pensa che il codice informatico sia la legge. Ziccardi esprime un certa preoccupazione per la relativa insensibilizzazione dell’opinione pubblica; il percorso personale che ciascuno di noi dovrebbe seguire “richiede un cambiamento radicale nell’approccio mentale per il semplice fatto che tutte le tecnologie che circondano l’utente oggi sono pensate per tracciare, non per dimenticare” (p. 222).

Tra i molti problemi che il libro affronta ci sono le difficoltà del legislatore di intervenire su una materia che per molti Stati democratici si configura come un vero e proprio conflitto di interessi – la tensione tra proteggere le libertà individuali, da un lato, e approfittare della sorveglianza di massa a basso costo dall’altro. Molto importante è anche la discussione del tema della segretezza; siamo in una società rovesciata in cui invece di governi trasparenti che rendono conto a cittadini inviolabili troviamo cittadini sorvegliati per default anche se non hanno fatto nulla, a fronte di governanti che decidono in modo discrezionale in sedi segrete sulla base di leggi segrete. Lucida, infine, la presentazione delle possibilità di “difendersi”, e le difficoltà di un fai-da-te informatico che non essendo sufficientemente competente creerebbe solo un’illusione di privatezza e di protezione dall’intrusione.

Manca forse nel libro un’attenzione alle condizioni che hanno permesso la situazione attuale – un elemento cruciale per capire come orientare le proprie decisioni e influenzare il legislatore perché venga in nostro soccorso. Se i comportamenti sono importanti, in che modo hanno reso possibile il diffondersi della sorveglianza di massa e la sua accettazione? Eben Moglen ha proposto quella che mi pare la migliore analisi del meccanismo di colonizzazione tecnologica. Ti viene proposta una piccola transazione che ha un’innegabile vantaggio: potrai passare da Sanremo a ReteQuattro semplicemente sussurrando al televisore, senza dover andare a cercare quell’introvabile telecomando. A questo punto ti viene fatta firmare una clausola di accettazione che in realtà installa una cimice nel tuo soggiorno, collegata a un server remoto. La transazione sembrava di poco conto, ma cambia i default del sistema. Da una dinamica puramente “transazionale” sei passato a una dinamica “ecologica”, che modifica completamente i parametri della tua situazione. È un pattern che si ripete di continuo: ti lasci geolocalizzare (transazione) perché questo permette a tua mamma di stare tranquilla, e così facendo diventi sospetto ogni volta che non sei geolocalizzato, e crei stigmatizzazione (ecologia) nei confronti di tutti quelli che non si lasciano geolocalizzare. Aggiorni di continuo il tuo stato su un social network (transazione: informi a basso costo i tuoi amici, soddisfi il tuo desiderio di apparire), e così facendo voti per chi sostiene che “la privacy è defunta” (ecologia). Scegli un programma di posta elettronica come gmail che ti libera dallo spam (transazione) e accetti che lo stesso programma “analizzi” tutta la tua corrispondenza (ecologia).

Si deve mettere la centro della discussione pubblica la categoria dello scivolone surrettizio dalle transazioni anodine alle modificazioni ecologiche irreversibili dei default del sistema; il legislatore deve impadronirsi di questa categoria e, per esempio, lavorare in modo assiduo perché i default siano tutti a favore dei consumatori-cittadini.

 

Questo articolo è apparso sulla Domenica del Sole 24 Ore