Minori stranieri non accompagnati, come cambia l’accoglienza. Un dialogo con Maurizio Falsone

I fenomeni migratori sono complessi, stratificati, da sempre presenti nella storia dell’umanità, esasperati da guerre, carestie, cambiamenti climatici. 

Indipendentemente dalle ragioni che portano a migrare, ogni anno numerosi minori si mettono in viaggio e arrivano da soli nei paesi di transito o di destinazione; in Italia a dicembre erano registrati oltre dodicimila minori stranieri non accompagnati (MSNA).  Cosa è previsto per chi arriva da solo? 

La legge del 7 aprile 2017, n. 47 “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (legge Zampa), introduce due importanti novità che consentono di articolare risposte più adeguate nei confronti dei minori soli. 

In prima istanza viene introdotto il principio per cui il minore che arriva da solo non può essere respinto. Inoltre viene rafforzata la rete di accoglienza, già prevista, ampliandola con la figura del tutore volontario, un privato cittadino che assume la funzione genitoriale per uno o più minori.

Quali sono nel dettaglio le novità introdotte da questa legge? Chi è il tutore volontario e quali sono i suoi compiti? Ne parliamo con Maurizio Falsone giuslavorista, professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia e da due anni tutore volontario a Milano, dove vive.

Il 23 febbraio è stato pubblicato il secondo bando emesso da Regione Lombardia per candidarsi a diventare tutore volontario

Perché quando parliamo di migranti dobbiamo fare una distinzione tra minori e persone che hanno già raggiunto la maggiore età?

La legge Zampa introduce nell’ordinamento italiano il principio che il minore che arriva non può essere respinto, a differenza di chi ha superato il diciottesimo anno di età. 

La legge nasce dalla presa di coscienza del fatto che il nostro ordinamento necessitava di rafforzare il rispetto di alcuni principi di diritto internazionale e indicazioni dell’UE.

Ci sono infatti convenzioni internazionali e atti europei che stabiliscono che il minore, quale che sia la ragione del suo arrivo, non può essere respinto. Tuttavia solo il minore che arriva da solo va accolto, per il minore accompagnato questo non vale. Chiaramente questo distinguo è il frutto di un compromesso. Politicamente è normale che si creino elementi di bilanciamento tra valori diversi rispetto al fenomeno migratorio e ogni paese ha il suo, ma per fortuna il diritto internazionale pone alcuni punti su cui non si può fare un bilanciamento di istanze politiche ma bisogna garantire in assoluto un diritto.

La legge Zampa sostanzialmente consolida la compliance del nostro paese, al livello di diritto internazionale, rispetto al tema dei minori. 

Questa legge oltre a recepire direttive internazionali, risponde ad altre istanze specifiche del nostro paese?

La legge andava fatta, ce lo indicava l’Europa per i motivi detti sopra. Si è cercato di farla nel modo più coerente possibile con le esigenze del momento. C’era un’esigenza specifica? Secondo me si, introdurre una figura che in qualche modo potesse completare la rete di accoglienza che già esisteva per i minori stranieri non accompagnati (MSNA) e lo ha fatto istituendo la figura del tutore volontario.

La scelta politica è stata quella di chiedere a dei cittadini privati di impegnarsi volontariamente nella rete di accoglienza, questo ha dei lati positivi ed altri meno. Il bello è che persone come me hanno avuto la possibilità di essere coinvolte in un modo specifico, un’occasione che apre a possibilità di impegno che prima non c’erano. Inoltre il privato cittadino è sicuramente una figura indipendente rispetto alla rete di accoglienza quindi tende per natura ad assumere un ruolo di controllo verso l’operato delle figure coinvolte: assistenti sociali, la comunità di accoglienza, etc.

Ma politicamente ricordiamoci che chiedere troppo aiuto al privato volontario può indurre lo Stato a disimpegnarsi da investimenti diretti. Premesso che sono a favore della legge Zampa e al coinvolgimento dei privati, rimane fondamentale investire più soldi nelle strutture di accoglienza, finanziare e supportare meglio le associazioni che se ne occupano e che hanno un bisogno enorme di risorse; ma fare questo oggi significa ingaggiare una battaglia con alcune forze politiche. 

Chi è il tutore e qual è il suo ruolo?

L’applicazione della legge su questo punto spetta alle regioni attraverso la pubblicazione di un bando per la selezione di tutori volontari; i tutori sono privati cittadini che hanno compiuto i venticinque anni, si sono candidati al bando, hanno portato avanti con successo un corso di formazione e quindi sono stati iscritti nell’albo regionale. Il tutoraggio del singolo minore invece si concretizza con decisione del giudice del Tribunale dei minori.

Il tutore ha molti ruoli, in prima istanza svolge tutte le funzioni genitoriali formali, vuol dire che è il tutore l’unica persona che ha il potere di mettere la firma per autorizzare un ricovero, l’iscrizione ad un corso, l’iscrizione a scuola e così via. Per capirci, ogni volta che c’è bisogno della firma del genitore, deve firmare il tutore, spesso però ciò avviene in dialogo con la comunità. Ti faccio un esempio: volevo iscrivere un mio minore in palestra, ma abbiamo poi deciso insieme alla comunità di coinvolgerlo in altre attività, cosa che mi ha trovato d’accordo.

Prima della legge Zampa non è che non ci fosse una persona che esercitava le funzioni genitoriali, ma si trattava di un funzionario del comune che era il tutore di tutti i minori del territorio, la legge Zampa è intervenuta anche per questo.

In seconda battuta il tutore, inserendosi nella rete di accoglienza può svolgere, proprio perché del tutto indipendente, un ruolo di leva affinché le cose siano sviluppate al meglio in relazione al singolo minore, perché ovviamente ognuno è diverso. 

Infine credo che ci sia una cosa importante da dire su questa figura del tutore: i minori per la prima volta entrano in contatto con un cittadino che li accoglie volontariamente assumendosi delle responsabilità e questa secondo me è la grande novità della legge Zampa, perché prima i MSNA avevano a che fare o con altri MSNA o con i professionisti della rete di accoglienza. Lo sforzo che stiamo facendo in questi primi anni di attuazione della legge è proprio far capire ai ragazzi chi siamo noi, cosa spesso difficile perché i ragazzi sono giustamente diffidenti verso forme di gratuità e, a seconda dei caratteri, si può sviluppare anche una reazione molto scettica di fronte ad una persona che li accoglie perché vuole accoglierli.

Cosa vuol dire “funzioni genitoriali formali”?

In realtà il tutore svolge le funzioni genitoriali tout court. Ho aggiunto formali perché il tutore è libero di interpretare questa relazione e di decidere effettivamente quanto investire sotto il profilo umano, come in tutte le relazioni. E quindi ci sono tutori che si limitano a svolgere il ruolo formale: verificare che tutto vada bene e fornire le varie autorizzazioni, senza necessariamente intraprendere una relazione col minore, che può voler dire svolgere attività quali ad esempio andare a pranzo o spendere del tempo insieme. Per questo ho aggiunto formali, ma in realtà il tutore si sostituisce in Italia ai genitori che sono altrove o non ci sono, elemento questo che viene precisato nel decreto di nomina del tutore.

Chi sono in Italia i minori stranieri non accompagnati?

Sono prevalentemente maschi (97,3% del totale a dicembre 2021*) intanto perché migrare da soli è un’esperienza durissima anche fisicamente e le ragazze spesso non sono ritenute in grado di affrontare questo tipo di viaggio. Sono quasi tutti adolescenti (il 94, 5% ha tra i 15 e i 17 anni*) e ovviamente la questione dell’età è molto critica. 

Intanto perché come detto in precedenza se non si è minori si può essere respinti e poi perché sull’età si gioca una partita strategica, quando non ci sono documentazioni inconfutabili. Ad esempio dire di avere 17 anni vuol dire che dopo pochi mesi esci dalla rete di protezione, quindi alcuni hanno interesse a dichiarare di essere più giovani. 

Altri invece potrebbero avere interesse ad aumentare un poco la propria età: ad esempio hanno 14 anni ma potrebbero avere interesse a dire di averne 16, per poter beneficiare per un periodo sufficiente della rete di accoglienza e al contempo poter lavorare il prima possibile. È un aspetto da monitorare e, infatti, la legge prevede delle procedure di accertamento dell’età complesse. Tendenzialmente in comunità i profili sono abbastanza omogenei: adolescenti maschi con l’obiettivo di andare a lavorare il prima possibile. Poi ci sono altri casi tragici e molto complessi con cui difficilmente i tutori entrano in contatto perché subentrano altre procedure, come quella dell’affido o dell’inserimento in comunità particolari.

(*ndr. Le percentuali espresse fanno riferimento ai dati disponibili a dicembre 2021 che riportano un numero totali di MSNA in Italia pari a 12.284, qui le fonti).

Da quello che hai potuto vedere, quali sono le loro aspettative?

Dalla mia esperienza ti direi che la loro ossessione è lavorare. Devono guadagnare il prima possibile o per poter mandare i soldi ai loro genitori o anche solo per dire che lavorano, che ce l’hanno fatta. Questo aspetto del lavoro è spesso un mandato familiare non sempre facile da rintracciare. A volte è il minore a voler partire per trovare lavoro, altre volte è la famiglia che lo manda, ma in ogni caso questo tema è al centro dell’accordo familiare. 

E per questo è molto impegnativo convincerli a frequentare una scuola, anche professionale, che possa dare loro un background di accompagnamento al lavoro. 

Inoltre in questa volontà di lavorare si nasconde spesso il desiderio di avere i soldi per poter tornare a fare visita alla famiglia. Nel vissuto di questi ragazzi la malinconia è ovviamente enorme e orienta le scelte come ad esempio quella tra scuola e lavoro. Questo richiede un impegno lungo e paziente, spiegare che comunque dopo la maggiore età eventualmente potrà tornare in patria. 

I MSNA possono tornare a far visita alle famiglie di origine?

E’ molto difficile: di solito il minore viene autorizzato in casi di lutto o malattia grave di un familiare, eventualità in cui una figura della rete di accoglienza può anche accompagnare il minore per pochi giorni, ad esempio se ha meno di 16 anni. Questo elemento è umanamente molto difficile. Nel caso di eventi lieti infatti di solito non si acconsente al temporaneo ritorno nel paese d’origine, pensiamo al matrimonio di un parente, una nascita e così via.

Volendo il minore può scappare ma poi non può fare ritorno se non nello stesso modo in cui è arrivato, se va via perde la rete di accoglienza e perde lo status di MSNA.

Cosa succede dopo il diciottesimo anno?

Il tutore in ogni caso decade, ma si può richiedere un prosieguo amministrativo ovvero un procedimento per cui il giudice autorizza il minore a rimanere per un massimo di ulteriori tre anni nella struttura di accoglienza (o in una nuova struttura per neo maggiorenni) purché ci sia un progetto educativo in corso e da concludere. Nella richiesta di prosieguo il tutore ha un ruolo, ma successivamente il legame rimane solo con la comunità e l’assistente sociale, quindi formalmente il rapporto giuridico decade.

Come dicevi i MSNA grazie all’istituzione del tutore incontrano un cittadino che per scelta decide di prendersi cura di loro. Cosa invece incontra il tutore?

Il tutore scopre un mondo lontanissimo, conosce persone per cui l’esperienza migratoria è il convitato di pietra di qualunque cosa accada. Se ci pensiamo, ogni volta che un processo impone un allontanamento dal contesto di origine si genera un conflitto, anche quando si tratta di un processo di emancipazione. Il grado di libertà della scelta è fondamentale, una cosa è sentire di dover andare, un’altra è sentire di voler andare. 

I tutori incontrano un mondo che di certo non li accoglie a braccia aperte, i minori ti osservano, ti studiano tra il disincantato e l’incuriosito. In ogni caso non ti accolgono. In particolare i primi momenti sono molto forti, tu percepisci che sono fragili e allo stesso tempo mettono una corazza, magari anche con gentilezza. Inoltre sono degli adolescenti e come tutti gli adolescenti ti mettono un po’ alla prova. A volte ti trattano come il papà o lo zio rompiscatole che vuole che studi e quindi ti tengono un po’ a bada perché appunto il loro primo obiettivo è lavorare il prima possibile, facendo il primo lavoro che capita e non è semplice convincerli a costruire un percorso che possa portarli a lavori più gratificanti. A volte sicuramente si commettono degli errori di prospettiva che rischiano di rompere dei meccanismi e questo può accadere quando non si sentono capiti. 

Sicuramente non è un’esperienza romantica, ci sono tanti momenti di silenzio, di distanza ma con pazienza emerge una relazione forte ed emozionante, progressivamente diventi un punto di riferimento. Non sempre ovviamente, a volte rimane una distanza incolmabile, la difficoltà ad essere considerato davvero un riferimento stabile.

Cosa vuol dire impegnarsi in questa esperienza?

Il mio principale obiettivo è aiutare questi adolescenti in un momento difficilissimo della loro vita, diventando un punto di riferimento, una persona a cui rivolgersi per qualsiasi problema. E la gestione dei problemi implica una relazione umana e alla fine è questo ciò che desidero. Io sento una fortissima esigenza di svolgere questa funzione in totale gratuità e mi riferisco alle aspettative. Io non mi aspetto nulla in cambio, anche in termini relazionali. È il desiderio di dare senza ricevere, ci sono infatti arrivato in un momento in cui, dopo aver ricevuto tanto dalla mia vita, volevo poter restituire qualcosa. L’esperienza che vivo forse a differenza della genitorialità, biologica e non, è proprio che non prevede un legame di filiazione eterno. Sicuramente da questa esperienza si può sviluppare altro, ma questa è una cosa diversa, ha a che fare col desiderio di aiutare in un momento specifico.

Cosa manca e cosa si può fare affinché la figura del tutore possa consolidarsi e diffondersi ed essere in grado di rispondere efficacemente alle istanze di oggi?

Uno degli elementi che rendono questa esperienza difficile è il fatto che il tutore entra in contatto col minore assegnato dal giudice mediamente dopo quattro mesi dal suo arrivo in Italia. Il tutore, invece, deve arrivare molto prima. Arriva tardi perché i tribunali dei minori sono ingolfati e i tempi lunghissimi. Serve un investimento di sostegno ai tribunali dei minori. La legge Zampa ha comportato per i giudici dei tribunali dei minori lavoro in più da fare perché devono nominare i tutori. Ma come dicono spesso le leggi che hanno impatti economici e sociali, questo va fatto “senza ulteriori oneri per lo stato”. Credo invece che il tribunale dei minori debba essere rafforzato e potenziato anche in termini di organico, servono più giudici o assistenti ai giudici. Insisto su questo perché nel tempo che intercorre tra l’arrivo del minore e la nomina del tutore, il minore si è già integrato a suo modo e a quel punto devi intervenire nell’ambito di un lavoro già fatto ed è sicuramente più complesso.

Inoltre è importante diffondere le informazioni, le best practices, ed è fondamentale creare reti informali tra tutori per organizzare momenti comuni per condividere questa esperienza.