La consapevolezza del lavoro #1 / Il fenomeno mindfulness

Quando inizio a scrivere sono già più di due ore che sul web leggo articoli sul “fenomeno mindfulness” (la cover story del Time magazine, il New Yorker, The Economist, The Guardian, poi Salon, AlterNet ecc.). I miei occhi sono abbastanza abituati a questi ritmi davanti a uno schermo e non sembrano stanchi. In compenso sento ronzare in testa la massa di informazioni che ho cercato di raccogliere, vagliare e digerire sfruttando al meglio mezzo pomeriggio libero. Si sovrappone al tremore meccanico del frigo alle mie spalle. Ventola, circolazione di liquidi. Mi concentro sul respiro, avverto l’aria che riempie i polmoni attraversando naso, gola, bronchi, il diaframma che si solleva, poi tutta la sequenza inversa e l’espirazione. Il ticchettio dei tasti lisci sotto i polpastrelli è piacevole. Plastica e metallo. Ecco le isole galleggianti negli oceani, la questione del coltan, dell’accesso all’energia elettrica, del digital divide. Il respiro diventa via via più profondo e lento. Mi rallegro di avere il naso libero, di non essere raffreddato nonostante l’abbassamento repentino della temperatura e le piogge degli ultimi giorni. Registro l’affacciarsi di vaghe preoccupazioni riguardo all’imminenza di un lungo viaggio, osservo come tendono a concatenarsi inquietudini legate alle spese, ai rischi della strada. Non cerco di scacciare questi pensieri, respiro, osservo come si dissolvono. Nel frattempo continuo a digitare, facendo caso all’emergere intermittente dell’impulso a dare un’occhiata ai social, alle mail. Eccomi qua: sto praticando la “consapevolezza dello scrivere”, i primi stadi di una forma di attenzione concentrata, o di concentrazione focalizzata, sulla mia attività presente.

Consapevolezza, mindfulness, è diventata una buzzword e, soprattutto, un business. In una parola, McMindfulness, come vuole una fortunata espressione apparsa sulle pagine dell’Huffington Post, in un articolo scritto a quattro mani da Ron Purser, docente di economia aziendale della San Francisco State University, e dal maestro Zen David Loy. Il movente che a quanto pare induce le grandi direzioni aziendali a promuovere programmi di “mindfulness training”, e i colletti bianchi ad aderire con entusiasmo, è piuttosto banale e prevedibile: aumentare l’efficienza e ricavarne profitti. Si tratta del resto di un obiettivo dichiarato, come nella formula del più noto tra questi programmi, Search Inside Yourself: Increase Productivity, Creativity and Happiness di Google. Se si tratta di estendere idealmente il dominio della ricerca dal “fuori” della rete al “dentro” della mente, “produttività” rimane la parola chiave, al primo posto nel sottotitolo.

Chi si accosta alla pratica della mindfulness con l’obiettivo di raggiungere e mantenere un alto livello di concentrazione sulla propria attività lavorativa, o anche di sviluppare capacità di composizione pacifica dei conflitti (anche sindacali), e in generale nell’intento di “aumentare” le sue facoltà, scopre però ben presto che si procede, in realtà, per via di levare. Si rimuove il rumore di fondo, il parossismo quotidiano di stimoli e distrazioni che ci impedisce di sintonizzarci con noi stessi. E si rientra così, gradualmente, in contatto consapevole con il corpo, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti, gli stati mentali. Per intenderci, è un po’ come diventare al contempo protagonisti e spettatori di Inside Out, anche se la teoria della mente che ci sta dietro non è esattamente la stessa.

Ora questa, in fin dei conti, è una cosa che fa bene alla salute, come ha ribattuto alle critiche Jon Kabat-Zinn, creatore del programma di Mindfulness Based Stress Reduction, considerato unanimemente l’uomo-chiave del “fenomeno mindfulness”. Perché allora avere riserve sulla diffusione di una pratica che, nella peggiore delle ipotesi, porta beneficio a un gran numero di persone?

Molti attribuiscono il successo della proposta di Kabat-Zinn, e in generale della mindfulness, alla neutralizzazione dell’originario elemento religioso o anche solo spirituale (nei testi e nei corsi non si parla mai di buddhismo o di spiritualità, se non in forme aneddotiche). Per un verso, sembra verosimile che una versione laica della mindfulness riesca oggi più accessibile nel contesto delle società metropolitane occidentali, dove convivono orientamenti culturali e religiosi molteplici, e dove quindi il prerequisito dell’adesione a una (diversa) tradizione di culto per accedere a un percorso di trasformazione personale potrebbe costituire un deterrente. Ma è anche vero che la ricerca delle spiritualità orientali è stata una tendenza della cultura occidentale in costante crescita a partire dall’Ottocento, che ha avuto un picco spettacolare proprio insieme all’emergere del mercato di massa. Così, in un recente intervento, Slavoj Žižek ha osservato (certo, tagliando con l’accetta) che se Weber potesse riscrivere oggi la sua monografia sull’Etica protestante e lo spirito del capitalismo sostituirebbe il buddhismo al protestantesimo.

Si potrebbe piuttosto intendere la “McMindfulness” come una forma aggiornata e raffinata di taylorismo. Non diversamente, infatti, la cosiddetta “one best way” teorizzata da Frederick Taylor consisteva in una disciplina rigorosa del corpo e della mente dell’operaio. Il lavoratore doveva uniformarsi a un rigido standard operativo, degno di una cerimonia industriale del tè, che lo avrebbe condotto a eliminare tutti gli elementi inutili o inefficaci: posture, gesti, movimenti e anche la necessità di attardarsi a pensare cosa fare e come farlo. C’è solo il pezzo da montare, e la sequenza di movimenti giusta per farlo. Com’è noto, l’atrocità di questa riduzione dell’umano a ingranaggio, che si realizza appieno nella successiva declinazione fordista, cioè nella catena di montaggio, è entrata nell’immaginario collettivo grazie a Tempi moderni di Charlie Chaplin.

È forse meno noto che in Americanismo e fordismo Antonio Gramsci intravede in questa condizione lo spazio per un percorso di liberazione: «[I]n realtà si verifica che il cervello dell’operaio, invece di mummificarsi, ha raggiunto uno stato di completa libertà. Il gesto fisico è diventato completamente meccanico, la memoria del mestiere, ridotto a gesti semplici ripetuti con ritmo intenso, si è “annidata” nei fasci muscolari e nervosi e ha lasciato il cervello libero per altre occupazioni». Si tratta del fatto, continua Gramsci, che «il “gorilla ammaestrato” rimane pur sempre uomo e pensa di più o per lo meno ha molta maggior possibilità di pensare», e che questo pensiero può andare in una direzione «poco conformista» (I quaderni del carcere, 4 (XIII), §52).

Per quanto controversa e spesso, forse a ragione, liquidata come wishful thinking, questa tesi può aiutarci a decrittare il sottotesto dell’uso strumentale della mindfulness. Si tratta cioè di comprendere come in questo fenomeno si realizzi un passaggio ulteriore ed estremo dell’impresa taylorista.

Beninteso, come sappiamo, l’organizzazione capitalista del pensiero segue oggi parametri addirittura opposti a quelli della “one best way”. Per il lavoratore cognitivo, l’ideale dell’efficacia non corrisponde più all’adesione incondizionata a uno standard, e si tratta piuttosto di cercare occasioni e dotarsi di attrezzi utili per liberare il proprio potenziale creativo. Chi ha incarnato più di ogni altro questo ideale anticonformista è naturalmente Steve Jobs, il cui ritratto, non a caso, veniva tratteggiato come quello di un profeta laico dall’Economist o dal Wall Street Journal, impareggiabile nella capacità di appropriarsi di elementi basilari della vita, come la libertà di pensiero o la curiosità che anima la ricerca del sapere, grazie alla formidabile carica infettiva di slogan come “think different” o formule come “stay hungry, stay foolish”.

È proprio la consapevolezza di questo aspetto della fagocitazione capitalista dell’umano, non dal lato della docilità della massa, ma da quello dell’irriducibile diversità dell’individuo, quel che può permetterci di rintracciare nella disciplina e insieme nell’asservimento del corpo e della mente una continuità di lunga durata, come strumento della produttività e della fungibilità del lavoratore.

La McMindfulness, allora, è il taylorismo all’epoca del capitalismo cognitivo, un taylorismo dell’anima. Ora, però, fatto inaudito, non è l’esistenza globalmente asservita, ma l’intera forma di vita funzionalmente “liberata” ciò che viene destinato a operare al servizio del capitale. Se il dominio del capitale è biopolitico, si tenta allora di esercitare questo dominio sulla sfera umana più intima e riservata, fin qui ritenuta inviolabile perfino nelle ore più cupe della storia: la dimensione spirituale. E se «il capitale è un punto di soggettivazione per eccellenza» (Deleuze & Guattari), allora questa è l’ultima frontiera della soggettivazione capitalista.

È ancora possibile che qui sia racchiusa la possibilità di un percorso – refrattario, imprevedibile – di liberazione, secondo modalità analoghe a quelle delineate da Gramsci, o in forme altre e proprie? Se sì, per non diventare strumento di manutenzione dello status quo ma via di trasformazione collettiva, la pratica spirituale non può evitare di coniugarsi con il discernimento di uno sguardo consapevole sul modo in cui il regime vigente cerca di renderla funzionale al suo proprio mantenimento.


Immagine di copertina: ph. di Efe Kurnaz da Unsplash