Lo schianto del reale reclama una nuova narrazione

La realtà fa sempre più rumore, soprattutto per lo schianto di eventi catastrofici (crisi economiche, pandemie sanitarie, shock ambientali) che sono sempre più violenti, ricorrenti e interconnessi. Questa nuova, inaudita attualità manda in fuori giri le narrazioni e poco conta che siano quelle ideologiche del capitalismo neoliberista o quelle emergenti e alternative dell’innovazione sociale. Vale un po’ per tutte, anche a livello di impostazione. Per quelle su base scientifica e predittiva, ad esempio, perché ora gli scenari si declinano al tempo presente e molti addetti ai lavori, ad esempio gli studiosi del clima, non hanno, letteralmente, più le parole per raccontare l’irreversibile che avviene. Ma succede anche per lo storytelling del cambiamento sociale perché proprio la capacità di riattivazione, come il volontariato spontaneo che ripulisce i garage dal fango, evidenzia i limiti sempre più evidenti anche solo, si far per dire, per ripristinare la funzionalità minima di sistemi socioeconomici e ambientali “come erano e dove erano”, figuriamoci per gestire transizioni verso nuovi paradigmi.

La vittima di questo tempo è il pensiero e l’agire sistemico, proprio quello che ci doveva guidare nelle grandi sfide trasformative. La pressione esercitata dal qui e ora è tale per cui, anche chi è animato dalle migliori intenzioni, tende a rifugiarsi in causazioni semplificate, tipo le nutrie che hanno indebolito gli argini, e a farsi sedurre dalla sempreverde resilienza – checché se ne dica – ma che in realtà sono sempre più palliativi, ad esempio rispolverando quel che rimane della retorica identitaria dei territori e delle comunità che (retoricamente, autoreferenzialmente) non si arrendono, non mollano mai, filtrando il tutto attraverso la lente, al fondo individualista, dei “social”. Non si smorza, anzi, l’onda lunga della rimozione dell’idea di fine (inteso qui nel senso di escaton, “la cosa ultima”): una idea la cui pensabilità, pur se implicata dalla condizione umana, fatica ad astrarsi dal mero piano individuale e individualista per informare di sé l’azione collettiva.

Siamo di fronte ad una irreversibilità di processi che conducono, nella migliore delle ipotesi – cioè, se non proprio all’esito apocalittico – ad un ripensamento coattivo del modo in cui abitiamo la terra. L’azione poietica con cui l’abbiamo plasmata a nostra immagine e somiglianza implicherebbe un pensiero della fine, e da che mondo è mondo la cosmogonia ha avuto come contraltare narrativo l’apocalisse. Non così ora, in un’epoca in cui avvertiamo il venire meno di appigli relazionali utili al sensemaking.

Serve toccare il fondo, anche se questo fondo non sembra arrivare mai. Ora è la ricorrenza e la progressiva intensità dei fenomeni ad apparire una possibile occasione per, diciamo così, non avere più scuse. Viene da sperare che, a questo punto, possa essere lo stridore del reale e delle sue evidenze – lo smontarsi del paesaggio, le cataste di beni inservibili, le aree produttive e le loro filiere compromesse – a dare forma (imponendolo) al cambiamento e alla sua capacità di significare quella che ormai con sarcasmo identifichiamo come nuova normalità. Un assetto che giunti a questo punto di non ritorno non potrà scaturire né da piani di ripresa e resilienza che accecati dalla tecnocrazia dei cronoprogrammi non hanno voluto fare i conti con la loro incapacità di assorbimento della complessità. Ma, diciamocelo, non potrà contare neanche sulla sussidiarietà di cittadini singoli e associati per processare questo difficile presente almeno finché prevarranno approcci di natura procedurale e manageriale incapaci di modificare quelle strutture profonde di origine antropologica e culturale che limitano l’agire di queste soggettività intorno a interessi circoscritti e temporanei. Il rischio, semmai, è quello di un progressivo rinserramento entro i confini sempre più ristretti dell’individuo, in una spirale egoistica di ricerca di nuove soluzioni per la sopravvivenza.

Sarà lo zeitgeist millenarista in cui viviamo il crescendo di cataclismi (e a narrazione che ne viene data: a quando una bella invasione di cavallette?) ma non resta che riesumare Thomas Muntzer: “il tempo della messe è certamente giunto”. A chi tocca, quindi, se la sfida è ora, guardare in faccia questa realtà e le sue macerie? Forse a quei soggetti – agenti che hanno il coraggio di articolare nuove interdipendenze tra supersocietà globali in fase di frammentazione e sfere locali che provano a rimettersi in gioco. Organizzazioni e persone che per competenza e disposizione sanno come funzionano le catene del valore e i rapporti di forza geopolitici ma che al tempo stesso conoscono il valore di relazione che scaturisce dal radicamento locale senza farsene avviluppare. Lo dimostrano, ad esempio, le PMI coesive che ripensano la sostenibilità non solo come area di business ma anche come modello d’insediamento nei territori, oppure le organizzazioni non governative che anche nel nostro paese svolgono una cruciale funzione di soggetto intermediario per far ripartire territori colpiti e infragiliti, o ancora le amministrazioni pubbliche locali che, in rete, magari attraverso strumenti di scopo che qualcuno definirebbe ‘ibridi’, recuperano un ruolo di policy maker e non solo di terminale esecutivo di direttive centralizzate. Tutto questo facendosi intenzionalmente attraversare da variegate figure di agenti di cambiamento che ridefiniscono i rituali dell’attivismo e dell’advocacy.

L’ipercriticata Europa, da questo punto di vista, può rappresentare il corpo intermedio di questi soggetti, assecondando alcuni vettori di trasformazione dell’Ulnione non nuovi ma ora riconvertiti a livello di obiettivi e fatti scalare in termini di priorità. Driver che ad esempio re-insediano cluster produttivi e materie prime come le fonti energetiche rinnovabili fin qui delocalizzate reinvestendo a tal fine sulla società della conoscenza però in senso più inclusivo rispetto alle modalità di formazione e di condivisione del sapere. Il tutto grazie anche a un’economia sociale che, dove riesce a scrollarsi di dosso un immaginario di residualità e subalternità, finalmente ha l’occasione di evolvere dallo status di collezione di forme giuridiche da preservare verso un vero e proprio pilastro, in grado di farsi carico di quel ruolo trasformativo di sistema fin qui più dichiarato che agito.

 

Immagine di copertina: ph. Lefteris kallergis da Unsplash