Tutti i soldi del podcast

Tempo di bilanci per i podcast. Spazio di grande creatività per tante nuove forme di racconto, certo, ma anche settore che fa fatica a trovare la quadra tra costi e ricavi. Almeno per ora.

Sono passati ormai quasi vent’anni da quando i primi podcast hanno iniziato a circolare. Così come era successo alla radio, ci sono voluti decenni prima che il podcasting diventasse un mezzo di comunicazione “di massa” e molti diversi fattori, sia tecnologici che culturali, hanno contribuito a plasmarlo dandogli la sua forma attuale. Una forma attuale sempre più dipendente dalle scelte commerciali e tecnologiche delle piattaforme digitali (Spotify, Google e Apple su tutte), tanto che da qualche anno alcuni studiosi dei media come John Sullivan parlano di “piattaformizzazione del podcast”, ovvero una nuova fase di sviluppo del medium, caratterizzata dalla centralità sempre maggiore delle piattaforme nella produzione, selezione, distribuzione e consumo di contenuti sonori. Sono queste ultime, tramite i loro algoritmi di raccomandazione, a decidere cosa è rilevante e popolare. Come era già successo per la musica, Spotify e simili si sono affermati come i nuovi gatekeeper del podcasting. In questo contesto di governance algoritmica della visibilità, è molto difficile emergere come un nuovo autore, se alle spalle non si ha già un pubblico o una casa di produzione che investe nella promozione.

Come guadagnano allora questi produttori di contenuti? Come si monetizza un podcast? Come si trasforma la creatività e l’ingegno di un autore in reddito? Che tipo di valore economico producono i podcast, e come? I podcast non hanno inventato alcun modello di business originale. Da quando esistono i media, i modi per finanziarli sono sempre gli stessi: essere finanziati dallo Stato, tramite tasse, sovvenzioni o canoni di abbonamento; essere finanziati dal proprio pubblico di lettori/spettatori/ascoltatori, tramite donazioni dirette; essere finanziati da privati interessati a vendere qualcosa a qualcuno (pubblicità); auto-finanziarsi nella speranza, un giorno, di diventare famosi ed essere pagati da qualcuno.

Foto di Paulette Wooten su Unsplash