Le ‘Apparizioni’ di Andrea Gentile ci insegnano cosa significa vedere

«Fossimo qui schematici, rigorosi, novecenteschi, scriveremmo che è necessario distinguere tra una letteratura della visione e una della sensazione. Ci schiereremmo poi dalla parte della seconda, perché spesso la letteratura è presa come una battaglia. Eppure, in questa vita, c’è poco da battagliare. Quel che è, è. La letteratura non è combattimento, e poco importa che Dante parlasse di “spazio aringo”. È piuttosto uno stato, una meditazione».

In questo breve stralcio dell’ultimo libro di Andrea Gentile c’è qualcosa più di una canonica dichiarazione di poetica: Apparizioni è in effetti un testo non schematico, non rigoroso, divagante, costruito a partire da sentieri che si interrompono e si ricompongono continuamente, non novecentesco nella misura in cui la letteratura nel secolo scorso è stata per lo più ideologica, combattiva, severa nella sua impostazione, visionaria.

Per certi versi Apparizioni è piuttosto un testo settecentesco, sia per la sua natura digressiva (come in Diderot la narrazione era guidata dal passo imprevedibile dei cavalli di Jacques e del suo padrone, oltre che dalla bottiglia di vino a cui si affidavano, così qui potremmo dire è ritmata da ricordi, letture, aneddoti in vario modo legati alla percezione del nostro essere qui, ora, vivi o malvivi), sia per il primato assegnato al mondo delle sensazioni, un mondo indagato – per continuare sulla scia del modello diderotiano – proprio come stimolo, come atto di esperienza che si colloca tra la sensazione e il pensiero conseguente, e dal quale sorge la letteratura.

Analogamente a Diderot, che nella Lettre sur les aveugles si era interrogato sul rapporto tra l’esperienza sensoriale e la sua espressione linguistica, Andrea Gentile si domanda, nell’epoca della riproduzione digitale e di una tanto immediata quanto illusoria disponibilità del reale, che cosa significhi vedere: e lo fa a partire dalla più drammatica delle visioni, quella della morte in diretta youTube di due ragazze ucraine. Che cos’ha a che spartire tutto ciò con la vita di ciascuno di noi? Che cos’ha a che vedere con la creazione artistica, che (sia essa scultura, performance, cinema o romanzo) ha tradizionalmente bisogno per realizzarsi di un atto di contemplazione?

La risposta, suggerita da Gentile come si suggerisce una cura medicamentosa in un’epoca di generale calamità, è che l’oggetto dell’attenzione artistica debba essere attratto nel proprio orizzonte, osservato nello spazio circoscritto e protetto del templum: debba dunque concretizzarsi in un tempo, nell’istante in cui l’apparizione si trasforma in esperienza di durata.

A questo punto sarebbe legittimo domandarsi: di che tipo di libro stiamo parlando? Apparizioni appartiene forse alla critica letteraria? O si tratta piuttosto di una originalissima autofiction? Non sarà piuttosto una meditazione filosofica? O ancora un diario di pensées détachées?

Forse, più plausibilmente, si potrebbe parlare dello zibaldone di riflessioni di un artista che cerca la sua via tra le neuroscienze di Stanislas Dehaene e il manifesto di “pittura nucleare” di Enrico Baj, passando per le poetiche-lampo di Andrea Zanzotto e i lungometraggi di Reiniger.

Apparizioni è, credo, tutto questo, e nulla di tutto ciò: è specchio di una mente «attraversata ogni giorno da un numero di pensieri che oscilla fra i cinquantamila e gli ottantamila» e il cui dinamismo deve tuttavia trovare un punto di equilibrio, secondo il principio classico della quies inquieta indispensabile alla creazione artistica: «Siamo fermi sul divano e ci sembra di non fare assolutamente nulla. Sta succedendo qualcosa? Sì. Le molecole nel nostro corpo non sono immobili», è sufficiente una sottile, appena percepibile vibrazione e nel flusso continuo della nostra esistenza qualcosa muta, si apre lo spazio (il templum) dell’inatteso.

Ma a questo punto una seconda domanda si accampa, ancor più urgente della precedente, e ha a che fare con il rapporto tra questa idea consacrante del fatto artistico e il nostro presente: che cosa rimane infatti dello spazio dell’inatteso nel mondo digitale dove l’apparizione può essere prevista con precisione da un algoritmo? Che cosa resta di un oggetto artistico se si abolisce quella aspettativa («grande e buona» avrebbe detto il Colombo leopardiano) che fino a ieri rendeva possibile la contemplazione?

Sullo schermo di un computer, nello spazio virtuale di Instagram, la «pura vita» assume contorni irreali, l’elemento corporeo, materialistico nella sua derivazione illuministica, diventa rito magico replicable infinite volte alla velocità di un click. Se le nuove tecnologie del 4.0 e il dominio dei social network sembrano sottrarre spazio e tempo alla possibilità dell’introspezione, Andrea Gentile lega questa possibilità non all’ascesi o alla psicanalisi, bensì all’ascolto del proprio corpo, all’immersione consapevole nella realtà (preferibilmente urbana) in cui siamo costretti.

L’idea di apparizione che sta a fondamento di questo libro non ha nulla di scenografico o paesaggistico, men che meno di soprannaturale; essa è al contrario prodotta da tutto lo spettro delle sensazioni corporee, da sobbalzi, tremori, contrazioni, umori, tutt’al più da qualcosa di invisibile che avviene al suo interno e che si manifesta esteriormente in modo ambiguo o fastidioso (una macchia rossastra scambiata per immunodepressione, un banale prurito, la prima ruga).

D’altro canto è pur vero che alle origini stesse della letteratura occidentale, già Dante collocava proprio una apparizione femminile capace con un suo gesto di portare salvezza: Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quando altrui saluta…

Allora, come oggi, si tratta di un’apparizione capace di rovesciare il mondo, come la parata di René Higuita durante l’amichevole Inghilterra-Colombia del 1995: prodotto di una sequenza perfetta di complesse azioni biomeccaniche, “lo Scorpione” – come fu subito battezzata – è tuttavia qualcosa di più di un semplice gesto atletico: è capacità di stare nel momento, di trasformare un lungo allenamento in impresa memorabile. È, dunque, il contrario dell’immagine digitale che sopprime lo spazio dell’inatteso, che rende il diverso omologo, l’unico replicabile, il singolare multitasking: se, come scrive ancora Gentile, viviamo ormai nel troppo pieno con un generale effetto di sovraccarico cognitivo e dunque di disorientamento, è dovere dell’artista recuperare una certa lentezza, uno spazio più vuoto perché non ancora previsto, uno spazio «dove non siamo mai stati».