L’accesso alla cultura è uno spazio politico oltre la bolla algoritmica

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


    Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

    image_pdfimage_print

    101 è il codice che nelle università americane identifica i corsi che trasmettono le conoscenze di base di ogni materia. Oggi, mentre cambiano la società, le arti, la mediasfera, l’ecosistema, dobbiamo rifondare su nuove basi anche la nostra idea di cultura. O meglio di culture, visto che la cultura da sempre si nutre di pluralità e differenze.

    A partire dalle riflessioni sviluppate in Cultura. Un patrimonio per la democrazia (Vita & Pensiero, 2023), cercherò di segnalare in questa rubrica esperienze, ricerche e processi innovativi, per esplorare e discutere con l’aiuto dei lettori di cheFare i nodi problematici di questa svolta culturale. Qui le puntate precedenti

    Cultura 101. Ogni quindici giorni un intervento di Oliviero Ponte di Pino per cheFare

    Allargare il pubblico non significa solo aumentare il numero di biglietti venduti, ma tener conto e valorizzare la diversità umana e sociale del territorio in cui si lavora. Non è possibile avere tutto subito, il pubblico non è una massa indifferenziata e amorfa. Ogni istituzione o progetto culturale deve scegliere uno o più obiettivi prioritari. La popolazione non è una massa amorfa e indifferenziata, ma è costituita da segmenti con caratteristiche, livello culturale, disponibilità economica, curiosità e aspirazioni molto diverse. Da questo punto di vista è esemplare il modello sviluppato in Gran Bretagna prima dall’Arts Council e successivamente da The Audience Agency, che ha diviso la popolazione in 20 segmenti, consentendo dunque a ogni istituzione culturale di progettare e di intraprendere le azioni più efficaci a seconda delle sue caratteristiche, dei suoi obiettivi e dei territori in cui opera.

    È anche opportuno porsi nella prospettiva delle categorie più svantaggiate. Sono numerosi i cittadini che sono di fatto esclusi dalla partecipazione culturale, in primo luogo tutti coloro che vivono in zone dove non esistono presidi e attività culturali: uno dei motivi della proliferazione dei festival in Italia in questi anni è la loro funzione di supplenza di fronte a una proposta inadeguata su molti territori, a cominciare dalle aree interne.

    È molto scarsa nel nostro paese l’attenzione per chi ha difficoltà fisiche o psichiche: sono molto rari gli eventi che offrono la traduzione nella lingua dei segni o i sotto/soprattitoli per chi ha difficoltà di udito o una traccia audio con la descrizione di quello che sta accadendo per chi ha difficoltà di vista.    

    In situazioni di disagio (e in istituzioni totali come carceri, ospedali, centri profughi…) e con i giovani, la cultura si è dimostrata uno straordinario strumento di consapevolezza e trasformazione personale e collettiva.

    Le istituzioni culturali vengono frequentate assai di rado anche dai cittadini e residenti italiani con background migratorio, che rappresentano una fascia importante della nostra popolazione: un dato ancora più grave per chiunque pensi che la cultura sia un fondamentale strumento di conoscenza reciproca e di coesione sociale.

    Un’altra categoria che merita particolare attenzione, anche in un’ottica di creazione di cittadinanza attiva, è quella dei giovani: concluso il ciclo scolastico dell’obbligo, per molti di loro la partecipazione culturale cala in maniera significativa.

    Abbiamo a disposizione gli abituali incentivi: prezzo, prossimità, comunicazione… Ma è prima di tutto necessario un rinnovamento dei linguaggi e dei contenuti, che è possibile solo se cambiano anche i programmatori. Se i decisori e gli artisti appartengono alla bolla dei privilegiati, se il lavoro culturale è appannaggio di dilettanti (o di semi-dilettanti) di buona famiglia, è molto difficile pensare di ampliare davvero il pubblico. Negli ultimi anni in Gran Bretagna (dove almeno si preoccupano di monitorare il fenomeno) la percentuale di artisti e operatori culturali cresciuti in famiglie a basso è diminuita.

    La situazione delle donne è paradossale. Le donne leggono e vanno a teatro più degli uomini, e tuttavia sono molte poche le donne che raggiungono posizioni apicali nell’editoria e in teatro. Sono rare le registe a teatro e al cinema, e le direttrici d’orchestra vengono ancora considerate una novità esotica. Anche nell’ambito del pop, in diverse occasioni le artiste si sono lamentate di comportamenti discriminatori.

    Ai suoi esordi, la rete aveva promesso un allargamento democratico e partecipato dell’informazione e della cultura. Buona parte dei contenuti di cui usufruiamo in rete sono contenuti culturali: testi, musica, video… Il web, con la sua capillarità, la facilità d’uso, la disponibilità 24/7, la quantità di servizi gratuiti, è certamente un potente fattore di cambiamento. Secondo i suoi profeti, il digitale avrebbe dovuto allargare l’informazione e la partecipazione culturale: wikipedia, l’enciclopedia compilata dagli utenti, è il prodotto esemplare di quell’utopia.

    Il dominio degli algoritmi sta distruggendo quel sogno e rischia di far inceppare alcuni dei meccanismi alla base del corretto funzionamento di una democrazia.

    I consigli delle piattaforme sono basati sul comportamento passato dell’utente (i suoi consumi, i suoi giudizi…), e sui consumi di persone sociologicamente simili a lui. L’algoritmo tenderà a chiuderlo in una bolla. Banalizzando, consiglierà all’anziana benestante che abita in centro il quartetto di Schubert e la stagione teatrale in abbonamento tra velluti e ori. Invece al coatto che abita Roma Nord suggerirà il firmacopie di Zerocalcare e il concerto di Carl Brave, magari con un link o un  banner sponsorizzato dalla sua casa discografica. Lo zio pensionato che è rimasto in campagna verrà indirizzato verso la Sagra della Salamella con serata danzante. Con grande soddisfazione di tutti, perché amano Schubert, Carl Brave e il ballo liscio (rispettivamente). E scompaiono la curiosità e il piacere della scoperta, la serendipity che porta verso l’inatteso.

    All’“effetto bolla” dobbiamo aggiunge il digital divide, ovvero la diversa capacità di accedere agli strumenti del digitale (per motivi economici o culturali, per le diverse abilità di ciascuno), ricordando anche la maggiore abilità delle persone colte di orientarsi nell’offerta culturale.

    In campo culturale, la rete finisce per accrescere le differenze di classe e le possibilità di accesso alla cultura. La rete rischia di diventare uno strumento conservatore, se non addirittura reazionario, che tende a perpetuare l’esistente (per questo non dobbiamo sorprenderci quando scopriamo che i padroni dei social sono “di destra”).

    Le bolle algoritmiche ci inchiodano alla nostra identità e sono il contrario della cultura, che deve invece aiutarci a immaginare un mondo in cui vivere meglio. Per poi contribuire a costruirlo con gli strumenti democratici della politica. Da un lato la profilazione e la targettizzazione dei singoli utenti, dall’altra la creazione di comunità e microcomunità.

     

    Immagine di copertina da Unsplash: ph. Kind and Curious

    Note