"Poveri noi - La classe media in bilico" (Erickson, 2025) è un saggio di Alice Facchini che indaga la crisi della classe media italiana tra stipendi fermi, affitti alti e lavori instabili. Ne pubblichiamo qui un estratto e ringraziamo l'autrice e l’editore Erickson per la disponibilità.
La povertà assoluta colpisce oggi quasi 5,7 milioni di italiani, quasi il 10% della popolazione. In particolare, sono povere soprattutto le persone in età lavorativa, e i loro figli: oggi ci sono 1,3 milioni di minori in condizione di povertà assoluta. Le crisi economiche che si sono succedute dagli anni 2000 non hanno solo fatto aumentare il numero delle persone indigenti, ma hanno modificato anche la stessa composizione dei poveri in Italia.
Nel 2005 erano gli anziani sopra i sessantacinque anni a trovarsi più spesso in povertà assoluta. Da diversi anni invece è il contrario: al diminuire dell’età, aumenta l’incidenza della povertà.
«È brutto che la mamma ti dia i soldi per comprare le scarpe», racconta V., che ha lavorato per vent’anni nella stessa azienda che fabbrica impianti di aria condizionata industriali. «Già a quindici anni prendevo la borsa e me ne andavo a Genova a lavorare, il lunedì partivo e il venerdì tornavo», ricorda. Poi la ditta ha dovuto chiudere perché è fallito il cliente più grosso, e così V. si è trovato senza lavoro. «A volte vorrei anche fare qualche regalino ai miei nipoti, anche se so che non è la priorità».
La povertà rimane una condizione diffusa nonostante oggi l’occupazione stia aumentando. L’Italia ha raggiunto i 24 milioni di occupati, un dato positivo, che mostra una ripresa dopo il periodo della pandemia. In parallelo, però, i salari stanno crescendo a rilento: negli ultimi dieci anni sono saliti appena del 15%, contro una media dell’Unione europea del 31%. Un aumento troppo esiguo, soprattutto se confrontato con un’inflazione che negli ultimi anni è stata galoppante. L’equazione è semplice: le spese aumentano, gli stipendi rimangono fermi. Il risultato è un forte calo del potere d’acquisto dei salari.
«Come si può misurare il livello di benessere oggi?», si chiede il sociologo Gianluca De Angelis, che con l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (IRES) ha realizzato a Bologna un’inchiesta sociale sui costi della città. «La differenza tra chi può o non può vivere una vita dignitosa non passa più per il lavoro: lavorare può non bastare, ad esempio, se non hai una casa di proprietà, o accesso ad altre forme di rendita». Negli ultimi anni, insomma, la povertà in Italia ha visto un cambio di passo: avere un reddito da lavoro non è più un antidoto al disagio economico. Ciò che mette davvero al riparo dall’indigenza è — quasi sempre — la proprietà.
«Ho un contratto a tempo indeterminato, guadagno 1.800 euro al mese: ho tutte le garanzie per poter firmare un contratto di affitto, ma adesso trovare un appartamento a prezzi accessibili sembra impossibile». U. fa il facchino per una grande azienda di trasporti. Insieme a sua moglie e ai suoi due figli ha cercato una casa per mesi, senza risultati. «Un agente mi ha chiesto 250 euro solo per aiutarmi a trovare un appartamento, ma non è servito a niente. I prezzi sono altissimi: non posso permettermi di pagare 800 euro per un bilocale. Abbiamo parlato con gli assistenti sociali, ma non hanno trovato soluzioni: ho un reddito troppo alto per una casa popolare. Eppure noi vogliamo solo un posto dove stare».
A. ha dormito per un po’ da un amico, poi è finito in strada.
Anche A. ha un regolare contratto, lavora come falegname in un’azienda sull’Appennino bolognese e guadagna 1.300 euro al mese. «Non avrei problemi a permettermi una stanza, solo che nessuno me la affitta a un prezzo abbordabile», dice. «Ne ho trovato una, ma sono stato truffato: mi hanno chiesto 1.000 euro di cauzione, poi ho scoperto che gli inquilini erano già sotto sfratto e ho perso tutti i soldi». A. ha dormito per un po’ da un amico, poi è finito in strada. Nonostante questo, non ha mai smesso di andare a lavorare. La sua vita si divide a metà: di giorno in laboratorio, di notte in stazione.
Per un periodo, il reddito di cittadinanza ha rappresentato per molti un’importante rete di salvataggio dalla povertà: a usufruirne sono state ogni anno più di 400.000 famiglie. Tra queste c’era anche quella di M., che quando ha lasciato il marito violento aveva sei figli da mantenere. A quel tempo lavorava, ma ha scelto di licenziarsi per paura che l’ex la rintracciasse. Arrivare a fine mese era difficile, soprattutto in una città costosa come Roma. Così M. è finita in una casa rifugio per donne vittime di violenza. Lì ha fatto domanda per ricevere il reddito di cittadinanza, e dopo qualche mese l’ha ottenuto: insieme agli assegni familiari, arrivava a prendere circa 1.600 euro al mese. Con i soldi messi da parte, M. si è trasferita con i figli in un piccolo paese nel Sud Italia: ha trovato un nuovo lavoro, e questo le ha permesso di ricominciare.
Il reddito di cittadinanza era pensato proprio per persone come lei, che stavano attraversando un periodo di difficoltà economica e che avevano bisogno di un sostegno per ripartire: l’idea era da un lato di contrastare la povertà, dall’altro di favorire l’occupazione di chi lo riceveva, in modo da arrivare presto a un’autonomia. La misura è stata introdotta nel 2019 dal primo governo di Giuseppe Conte ed è durata cinque anni. In questo lasso di tempo, la sua efficacia si è però rivelata parziale: per quanto riguarda il contrasto alla povertà, lo strumento ha funzionato, ma è stato considerato deludente in termini occupazionali.
Anche per questo, nel 2024 il reddito di cittadinanza è stato sostituito da altri due sussidi: l’assegno di inclusione, concesso a tutte le famiglie con un Isee inferiore ai 9.360 euro — la stessa soglia del reddito di cittadinanza — con un minore a carico, una persona con disabilità o con più di sessant’anni, oppure con componenti svantaggiati inseriti in programmi certificati dalla pubblica amministrazione. Questo assegno ha un importo variabile in base alla fascia di reddito e alla composizione del nucleo familiare, e può essere erogato per diciotto mesi consecutivi, con la possibilità di prorogare per altri dodici. Per chi non può accedere all’assegno ma fa parte delle persone considerate «occupabili», con un’età tra i diciotto e i cinquantanove anni, c’è poi il supporto per la formazione e il lavoro. Questo sussidio però è molto più ridotto — 350 euro al mese — ed è vincolato alla partecipazione a progetti di formazione e di accompagnamento al lavoro individuati dal governo. Il limite massimo di Isee per ottenerlo, inoltre, è stato abbassato a 6.000 euro, molto meno rispetto ai 9.360 euro del reddito di cittadinanza: gli «occupabili» che si trovano nella fascia intermedia restano di fatto senza aiuti.
«Arriviamo a stento alla fine del mese: per fortuna viviamo in casa dei miei, perché se ci fossero stati anche l’affitto o il mutuo da pagare saremmo finiti per strada». F., quarant’anni, di Reggio Calabria, nella sua vita ha cambiato lavoro molte volte: la possibilità di rimanere disoccupato sembrava lontana, ma poi è arrivata la pandemia. Con tre figli piccoli e una moglie casalinga, oggi va avanti con gli assegni familiari e qualche lavoro in nero. «Per arrotondare», dice. Nonostante questo, ogni mese è dura far quadrare i conti. «Due macchine erano impossibili da mantenere e una l’abbiamo fermata». Ci sono le spese per i vestiti, le bollette, e ovviamente il cibo. «Compriamo meno pesce fresco. In pizzeria o in rosticceria non ci andiamo più, mangiamo spesso riso o pasta con le verdure», ride amareggiato. «Quando ero ufficiale della marina ero abituato a un menu diverso».
Foto di Levi Meir Clancy su Unsplash